Bollette moccoli e calendari

Oggi che il sole è bello 
e il cielo pare carta velina azzurra
gonfiata dal vento
seppure le destre minacciano come avvoltoi
il cadavere della Giovine Europa 
Oggi che le gonne si gonfiano di luce
ed i capelli puliti luccicano come sardine
nel mare d’Agosto
Ho provato a scrivere una poesia con le bollette
Acqua, Luce, Telefono, Gas, 
Acqua, Luce, Telefono, Gas, 
Acqua, Luce, Telefono, Gas, 
ripeto come un manthra
cercando la bellezza nel portafoglio 
nella carta di credito
nel conto in banca
ma vi ho trovato solo moccoli
di quelli fatti bene
poi un paio di culi all’orizzonte e
la primavera esplode i suoi colori al vento
ed un foglio numerato al posto della Bibbia
dove Pietro e Paolo la fanno da padroni
ma nessuna traccia Di P.P. Pasolini 
si annovera alla P.

Conquista

Un tempo, fino ad una quindicina di anni fa’
ricorreva molto spesso nei miei scritti la parola “mare”.
Anche se negli anni ne è rimasto immutato l’amore,
ho capito quanto mare permane in ogni uomo
e quanta umanità sia dissolta più o meno elettroliticamente nell’acqua.
Adesso posso usare la parola Fica, Merda, Culo, Mano,
e richiamare comunque alla memoria
lo scorcio di mare che mi ha visto felice
o vanamente seduto ad aspettare salvezza
sulla pietra tagliente dei giorni di vento.

C’è una gara nella Primavera

C’è una gara nella Primavera
Un fottìo di gente che cerca di fottersi
fiotti di sguardi ammiccanti
ormoni che romanticamente 
accompagnano i culi per le strade

l’odore del gelato e la scia fredda
che lasciano certi sguardi senza sangue
nei bassifondi delle stazioni.

Invidio le scolaresche elementari
che passeggiano in fila per due
coi loro cappellini colorati
estranei ad ogni tiramento.

Mentre intorno il polline ricopre ogni cosa
le solite facce da ladro
si accalcano a pregare
avanti al muro del porno
dell’ edicola sotto casa.

Oggi ho conosciuto una donna
le ho letto negli occhi
una vecchia poesia di Lorca
Una donna anziana
che mi ha parlato di Withman
come io parlo del mare.

Scrivo una poesia da una stanza ammobiliata.

Scrivo una poesia da una stanza ammobiliata.
scrivo una poesia sotto lo sguardo severo 
di un armadio aperto
voi leggete da una stanza ammobiliata, da uno studio,
dal salotto, cucina, o da chissà quale cesso
sotto chissà quale atroce sguardo minaccioso
e vi aspettate un certo tipo di parole,
come, mare, sole, vento fresco,erba, ghiaccio,
orizzonte, alba, tramonto, fica, sangue,
musica, viale, gente, e deliri vari,
perché qui non sta succedendo un cazzo
oppure è come se non stesse accadendo un cazzo
per qualche diabolico meccanismo teatrale
secondo il quale:
per far sì che le cose accadano davvero
si debba necessariamente osservare
un rigido imbarazzante assordante silenzio,
Ma stiamo più o meno eroicamente andando tutti a fondo,
non abbiate paura, la maggior parte di voi se ne accorgerà
soltanto all’ultimo momento.
Nel frattempo abbiamo il tempo per far finta che non stia accadendo niente
stappate una buona bottiglia di vino e continuate pure a leggere,
domani ci sarà il sole, circa venticinque gradi centigradi,
ed il corpo dei più fortunati di voi
obbedirà ancora ai comandi della vostra mente.
Cin Cin!

Il Föhn-favonio-dei pomeriggi zombie d’Estate alla domenica

Sta tornando l’Estate
vedo la smania 
cadere dai tetti
invadere i viali
accorciare vestiti
colorare le borse
suderà ancora la birra
sotto la miseria degli ombrelloni
l’esperienza suggerisce
che aumenterà il traffico 
fuori porta
la domenica
e aumenterà il desiderio
di restarmene a casa
piedi nudi 
nella corrente
del Favonio
senza corrente.

Niente ha senso- Niente è perduto

niente ha senso
per più di due minuti
l’ho creduto
e l’ho scritto
e i baci più lunghi
sfioriscono
nell’ombra
che si allunga più oscura
delle foto
di instagram al tramonto,
e le mani si sciolgono
come vernice
colata negli stagni,
niente ha senso
per più di due minuti
sembra urlare
la moto che si perde
sul fondo del viale,
una poesia resta aggrappata alla vita,
con una poesia resto aggrappato a domani,
ma non sono io
non è la mia
niente è più mio
sembra cantare un gabbiano
dal tetto,
niente è perduto
vorrei urlarti a un telefono.

quando perdo la voce

quando perdo la voce

con la mente piegata
sulla strada di casa
dentro i vicoli spenti

d’un Agosto lontano
come un fantasma
sferraglia sul cuore

a tarda notte, un’ombra,
mi cicorda il pensiero
quando perdo la voce

il silenzio
diventa persona
e si siede di fianco

e non ho niente da dire
e gli arredi ci fissano
e ci chiedono amore

e non ho niente da dire,
solo un cane che abbaia
ad un mondo di occhi

°°°°bozza-appunti inutili—

quando perdo la voce
con la mente chinata
torno a casa
tra i vicoli assolati
che non ho mai camminato
e l’ombra d’un Agosto lontano
come un fantasma
mi sferraglia sul cuore
mi cicorda il pensiero
quando perdo la voce
quello che si nasconde
a tarda notte
quando il silenzio
diventa persona
e non ho altro da dire
quando perdo la voce
non vivoda uomo civile
la vita mi distrae
coi suoi piaceri
e coi fiori
e mi sento una puttana
che non scopa più nessuno
e mi verrebbe da uscire
e da urlare alla vita
di scoparmi
ma non ho più voce
…il mondo è fatto
d’orecchi.

uno qualsiasi

Ho coltivato un vuoto
passeggiando per le strade
come uno qualsiasi
ho nutrito un mostro
che non sa parlare
né fare domande
ma pretende risposte
come uno qualsiasi,
ed io non so dire,
e passeggio per le strade
come uno qualsiasi,
e rincorro l’allegria
dei cambi di stagione
e le gonne al vento
sono una bandiera
per cui non vale la pena
di morire, 
sembra ribadire il tempo.

Sul treno c’è un uomo con la camicia viola

Sul treno 
In mezzo alle lamiere
Si aggira un uomo
Con la camicia viola
Vorrei chiedergli
Quanto é lontana 
La sua terra
Ma conosciamo entrambi 
La risposta
Così ci sorridiamo
E la sua mano callosa 
Fa’ sbuffare il borsone
Pieno d’aria e lavoro
Ci scambiamo gesti di accoglienza
Mentre il treno ci porta
Sul fondo del continente,
Ognuno ha la sua Africa 
Sembrano dire i nostri occhi…
Sul treno c’è un uomo con la camicia viola

Partenze

Partono senza colore
I cuori nelle lamiere
Col peso dell’oro
Affondano dentro i sedili
Lontano dal nido
Cantano canzoni
Gonfie di vita e di terra
E restano orme profonde
Nelle le sedute
E le culle ammassate
Nella penombra degli scantinati
Paiono barricate
A difesa dal tempo.
Una voce sottile
Rompe il silenzio
Un ragazzo é cresciuto
Un’altra culla si stringe
Ci sono sempre
una pioggia che cade
Ed un sole che splende
e una ragazza si aggiusta i capelli
E un fesso che scrive nell’ombra
dal vetro di un treno o Da un’autostrada

Accetto proposte indecenti

Certe poesie, la maggior parte,
Sembrano scritte apposta
Per essere chiamate poesie,
E sono inutili e brutte
proprio Come le poesie
Scritte dai poeti
Che pensano a sé stessi
Come a dei poeti.
Io, un poco mi piaccio, invece,
Perché Riesco a fare schifo
Mantenendo comunque
un certo stile.
E non baratto la mia miseria
Per tutto l’oro del mondo.
Anche se a pensarci…
Per cifre molto alte…
Fatevi avanti, non siate timidi,
Accetto proposte,
purché siano oscene.

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