.E la chiamano Estate.

dalla famosissima collana i microracconti ineditabili :
.E la chiamano Estate. 

Era così che irrompeva il sole al mattino
Come un calcio nel culo direttamente nel letto.
Mentre il mondo fuori faceva colazione,
anche la sbornia più pesante
Sotto ai portici, era ormai solo leggero mal di testa.
Così il sole ci richiamava all’ ordine da dietro le tende
Con l’antico senso di colpa, col peso del peccato originale,
col vapore leggero delle fontane, al mattino.
Con la patina umidiccia sulla fronte.
Il letto pareva una figa zuppa di miele
Ed io non mi muovevo per paura di sprofondare
Nella sabbia immobile del giorno.
Giù, nella tenebra dei clacson e delle madonnemajale
Non sarei sopravvissuto più di tre minuti. Se mi fossi alzato di scatto
Avrei toccato le ovaie del mondo con la pianta dei piedi e ci sarei morto. Era chiaro!
Dormi ancora un po’ 
“É quasi Estate.”
Significava tutta quella musica di merda alla radio.
Dormirò fino a Novembre.
Farfugliai con le labbra impastate.
E ricaddi, rigirandomi come una bacchetta di formaggio pecorino fresco, in una pozza di miele caldo. 
Sotto al balcone l’ennesima bestemmia
Avevano investito una donna
niente di grave
niente di grave
solo fino a Novembre
poi mi sveglio, lo giuro.

Quando comincia l’Estate.

immagina un patio
mura intorno
abbastanza alte
a proteggere il pozzo
il sole poco di fianco 
fa un’ombra pesante
che riempie gli occhi.
Sul piano, le porte
con delle tende bianche
mosse da dentro
da un’odore di legno,
un profumo di botte
sale dalla cantina,
i colori dei fiori
confusi nel fresco,
così è il mio cuore
quando comincia
l’estate

come acchiughe

voi parlate
e fate vento
ed io mi piego
come un pino
piegato dal maestrale
le vostre bocche sono marce
e il paesaggio si piega, nel fetore,
e con me, la collina
e la pietra si scava
e senza nuvole
il cielo pare inutile
e le vostre bocche puzzano di stampa
e noi che qui ci pieghiamo
nelle fabbriche che uccidono
negli orti zeppi di parassiti
nelle cantine a cielo aperto
e sui banconi dimenticati dai cieli
ci troviamo nei pensieri a tarda notte
e lungo le panchine
dei viali senza glicine
sogniamo tramonti tropicali
noi qui che ci pieghiamo
siamo uno spettacolo maestoso
come acciughe stanche di lottare
con le parole,
facciamo il pallone
che gente molto ricca
calcia con estremo rigore.

Fino a quando si discuterà tra Giusti e Non, non ci sarà salvezza.
Fino a quando si crederanno puri, discuteranno dalla parte del torto
di cose che gli sembreranno giuste.
Fino a quando non impareranno dai libri, e non impareranno l’umanità dalla terra, dalle officine, dalla strada, dalle donne, dagli animali, continueranno a ripetere litanie al vento, con la rabbia dei vinti e non potranno fare altro che distruggere.

indigena

gli uomini di solito si lanciano nelle cose in cui riescono meglio
per trarne gratificazioni e sicurezze
e per crescere sopra delle solide basi.
Io mi sono sempre buttato tra le fiamme
per vedere come resistevo, come cadevo
come sopportavo, se sopravvivevo, e come crescevo.
Fin dove potevo arrivare?
Ero più interessato a capire come si soffre,
forse perché ho avuto una infanzia felice
e sono sempre stato di indole allegra,
ma ero molto giovane e presuntuoso
e non capivo che non c’era bisogno di incentivi,
che l’inferno è un affare di tutti.

indigena

Io credo fermamente
che se mai dovesse esistere
un segreto universale
dietro ogni rapporto
più o meno aureo, ebbene,
esso risiede nell’ ironia
che è anche gentilezza
che è anche verità
che è anche sofferenza
che è anche giovinezza
che è anche mortebbrezza
che è anche amorevolezza
che è anche ubriachezza
che è anche ‘sta monnezza

E ancora scorre in piazza l’acqua della fontana( Agosto)/E ancora mena ‘a chiazza l’acqua r’a funtana(Agosto)

( Poesia in approssimato vernacolo lucano- Dialetto di MarsicoNuovo (pZ)

E ancora mena ‘a chiazza l’acqua r’a funtana

i pret s’abbrazzan sott’ ‘o pes r’i muntagn

e ancora rasca u’ vient sopa a front

e i cinc’ surc ca m’aggia purtat appriess

mo se’ vèrn pur senza sol’

E ancora mena ‘a chiazza l’acqua r’a funtana

e nu can vev’ e nu vecchie ca guarda

n’ommn s’assetta sopa ai fièrr

a’ hgatta rorm nda ‘na macchia r’ombra

accussì ‘na vita passa, ra luntan’,

assul, cumm a ‘na guardata.

ind’ o vient’ sùl a’addòr’ r’ vrùsciàt

Fuggi fuggi

Il verso migliore che ho scritto
denigrava tutto il mio operato.
Non cercare di capire la poesia
ripete una voce dal cervello,
fuggi da essa e sarai poeta,
forse solo e forse controvoglia,
altrimenti scongiurerai comunque l’infarto e
sarai un vecchietto molto_molto in forma.

non sapere, non chiedere, non sperare, la strada è un richiamo che porta lontano.

Dove svanisce la grazia dei ragazzi?

la ragazza impertinente

dei giochi con l’acqua

degli schizzi

delle carezze moleste

degli sgambetti per strada

dei pizzicotti rubati

dove finisce la paura?

Cosa diventa il timore?

E’ la solitudine a regalare risposte?

Ho difeso la mia immaturità con rabbia e tenerezza 

con le parole di qualche poeta

ho provato a spiegare, senza capire,

e la barba che imbianca

e i capelli diradano e

ho difeso la mia innocenza

nell’uragano, nella morte,

ho rivendicato con forza

il diritto a giocare seriamente,

ho rischiato di confondermi con la folla

poi ho riso di me a bocca piena

perché ero la folla, uno dei tanti, e i tanti,

allora è stato facile, amare tutti,

nessuno escluso, assassini di popoli

mangiatori di morte con gli occhi degli angeli,

e sono diventato crudele lo stesso

come qualsiasi altro innamorato,

e la vita mi è  complice, ogni giorno,

ed ogni giorno stupito ringrazio 

la meraviglia sottratta alla morte,

e la gioia crudele dei misteri

che alberga nel petto

cova un universo di sangue,

nel fondo, nelle arterie profonde

dove non arriva più luce,

non sapere, non chiedere, non sperare,

la strada è un richiamo

che porta lontano.

nell’inutilità delle cose-

nell’inutilità delle cose
primeggiavano i miei scritti
fino a quando non ho letto
gli scritti di un tizio
che ha molto seguito
ed ha la barba lunga
e anche i suoi scritti 
sono lunghi più dei miei
e lui si fa chiamare poeta
e ha pubblicato molti libri
e qualcuno li ha anche comprati
e dice di scrivere poesie
tristi e a volte allegre
ed usa uno stile come questo
ma anche diverso
e a volte dice che si sente triste e solo
e allora la gente dice
– OHHH povero poeta triste e solo
che scrive poesie tristi
con la sensibilità triste
delle persone tristi –
oh che anima sottile
che deve avere 
per scrivere poesie tristi
con quella barba spessa!
e la cosa mi rincuora
e mi sento meno solo
in questo mondo
di digitatori solitari
a scrivere cazzate 
per occupare la mente
che se potesse davvero pensare
probabilmente mi uscirebbe dalle orecchie
dalla vergogna.
Perché a me è rimasto un briciolo
di onestà in fondo al barile dell’anima
a furia di graffiarlo con le unghie
della mia mediocrità-
Ma certi cavalcano l’onda del consenso
e scrivono minchiate tristi
e dicono che sono poesie
e alcuni ci credono 
e forse anche loro ci credono
e forse comincio a crederci anche io
se non smetto di scrivere 
minchiate come questa.

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