Qualcosa sull’autostima
La sento borbottare di fianco
Dai tizi in fila per le casse.
La festa dei lavoratori
Mi suona anacronistica
Come un giubileo.
In cima a Sant’ Elmo
C’è una parabola che pare una luna
Ed un elmo gigante
Ferito da frecce.
Questi sono i fatti.
Poi possiamo disquisire
Sul simbolismo del concertone
Con la musica di merda
Ma lo faremo un’altra volta
E non in una poesia che vorrebbe
Significare due o tre cose
Ma che non arriverrá davvero
A soddisfare la richiesta.
Sebbene il groppo in gola
Sebbene il caldo inaspettato
E questa voglia di pizza
Che asfalta ogni moralismo.
Ieri ho scritto queste righe
E poj un qualcosa è andato storto.
Io che divento millefiori
E poi questo distacco
Tra la vita e la mia voce
E l’altra voce che rimbrotta:
Non hai niente da offrire, dice:
Sei povero e vecchio.
Non hai niente da offrire. Dice.
Pago qualche birra. Qualche pizza.
E gli spiccioli di sentimento li uso
Per incassare due ganci e un diretto.
Abbasso la guardia. Lascio andare a segno i colpi. Accenno una reazione.
Ma questo soggettivare mi pare troppo pretenzioso. Poco terapeutico.
Cosa ci trovi di bello in questa cronistoria? Poi la notte senza sonno.
Nemmeno una parola dai vicini.
Solo la strada con i soliti ululati e qualche lampeggiante.
Al mattino sono solo come un filo di rame. E poi il sole di Maggio disegna un rettangolo sul pavimento e sembra dire:
Questa è la tua casa, che sia vuota o che sia piena dipende solo da chi osserva.
Le decisioni irrevocabili ricordano certi discorsi alle folle. Qui siamo io e te da soli, sopra uno specchio di luce a disegnare con l’aria. E maggio se ne va… Maggio se ne va come una carezza.
Da dietro la finestra qualcuno che mi dice: ti voglio bene. Ma qui non c’è nessuno. Nemmeno io. E maggio se ne va, come una carezza.
La nebbia delle feste-
ordine 57600604
16-04-25 ore 14.44
poesia insignificante.
Letragica il pomeriggio
riordina le costole
come un flauto di vertebre
e di sabbia. Leggo vecchie
poesie.
dirigo il traffico
dei ripensamenti –
per qualche
istante mi sento un oroscopo.
Poi lei appare. Coi fulmini nel piatto
come una venere elettrica
e poi la tempesta dei mirtilli
e tra i flutti dei prosecchi
sulla spiaggia una risacca
mi seppellirà.
Vicino o lontano?
Acqua che cade bagnata
Scherzano gli anziani del paese:
Qualcuno dà fuoco alla fontana
Altri vendono corrente sfusa
A chili- dietro i banconi dei negozi.
Poi la sacralità delle domeniche
Le cinghie e gli alambicchi
Gli alberi malati dei viali
I panorami immutabili delle alture
Vicino o lontano
Cosa sta a significare?
Se la parola non si fa gentile
E non si accoglie la resa
Come una benedizione?
Ricamo
Capita di camminare per strada
E non vedere più niente.
Questa è la morte. Mi ripeto ogni volta:
E divento triste come una lampada
spenta.
Poi succede qualcosa:
Lo sguardo di carta della venditrice di
aglio
La pozzanghera d’olio che colora la luce
L’odore del forno mette il ciuffo ai
ricordi
La turista che inciampa nel bancone del pesce
.
Quello che accade, accade per sempre
Mi dico
E la vita ritorna
così inutile _ e ferma e infinita
Come tutte le cose per cui vale la pena
Buttare giù qualche riga
Infilare due passi
Disegnare un dolore
Ricamare la tenda
del cimitero dei sogni.
12 Bar
“Resta la nostra buona amicizia e niente più.”
Così un uomo in carrozzina elettrica
all’amico seduto al bar sotto casa che
annuisce e addenta avidamente una sfogliatella. Poi silenzio. Sará durato un…
Google, mi ricorda che questo mese ho visitato 12 Bar.
Il barometro segnala alta pressione
Il sole inforca le strade come spaghetti e ne mastica i pensieri
Oggi mi sono ricordato di un fatto:
Di una vecchia foto con una barca
Di quel divano azzurro dove non mi sono mai seduto
E di altre cose che non ho mai avuto il coraggio di fare. Che significa voler bene?
Poi sono andato incontro agli alberi
E Mauro che mi ha chiesto gli spiccioli che non avevo, mi ha detto: io sono invisibile, la gente non mi parla e non mi guarda nemmeno. È terribile, io sto nei cartoni ma non esisto. Silenzio.
Hai ragione, è terribile.
Lo è?
Cosa è davvero importante? Questi rari alberi che filtrano la luce del sole? Noi? Gli altri? Tutto? Niente?
Niente.
Diventato una parola sto più comodo.
Dimmi: Sulle labbra. Una radice sulla punta della lingua. Il morso sul culo. Il vecchio cane.
E questo silenzio nella scena che.

Di Versi
l’ontano laggiù
piegato dalla palude
plaude le foglie come figlie
pigiato al pre-ludio del gioco
letteral-mente. Nevvero, forse scherzo o
Non si sa bene a cosa
non serva questo prospetto. M’ aspetto,
ma forse narrivo.
dice che la verità sia un piatto
che va servito spento. click.
dice che il tempo sia un cerbiatto
e la cerbottana una approssimazione sessista
di malcostume animale
dice che il vìcolo sia un ammonimento fluido
dice che la mattonella sia un esordio di pazzia
dice che il cesso debba smetterla e Finizio pure
dice che cuore sia una misura del tempo
dice che i libri siano leggeri nello spazio
dice che le porte non siano poi così immobili
dice che le acciughe siano solo pesci malati
dice che i chiavistelli siano frequentatori abituali dei cieli notturni
dice che le albe anche se tra monti si verifichino soltanto al mattino
dice che i poliziotti abbiano tanti fratelli dei padri
dice che viceversa sia un incentivo a bere
ma anche il contrario
dice che chi tergiversa scrive solo cose pulite
e dice che chi è di verso lascia spesso un segno impalpabile nel tempo come quei culi troppo alti per essere raggi unti da soli
dice che la stupidità sia negli occhi di chi legge
e di chi scrive: o viceversa.
No, dicevo, Vicè, versa!
SPROLOGO: La casa sull’ago
Guarda lettora-e
C’è una casa sull’ago
Si regge col senno di poi di quell’altro
Che osserva le cose come fossero cose
Senza pensare che poi l’ego sia al posto dell’ago.
Senza predirre smottamenti emotivi si spoglia
In riva all’ago – senza fare umorismi – certo dolore.
Certo il testo è pungente. Certo costruzioni di plastica
Certo dialetti baresi. L’ago Lego l’ego
mi sforzo e collego. Cambia pro-spetto-tempo-reggi
Sulle spalle verticali al pianoforte: Uh quella musica dolce.
Certo spagnolo llego: arrivo
A rivo al-lago c’ero io e c’eri tu
scalza come un fatto
E tu eri là: llego! dicesti
Aspettavi l’arrivo come una morte negata.
Annegata. Un amore, tipo una caramella.
Ma cosa importa dell’abito
Nella casa sull’ago. Le prospettive sono questione di affacci:
ma ci affacci il piacere! Ce lo affacci!
La vecchia venditrice d’aglio
Sono mesi che cammino
dal tavolo alla finestra
E poi in mezzo ai decumani
E poi su questo filo di selciato
E poi su questo slancio di parole
Come a dire: esisto.
Ma poi incroci il funerale
E quella piantina
stretta dall’ombra del davanzale
E questo pensamento che diverge
Come virgola tra onde gravitazionali:
Tutto acquista la certa dimensione
Non avendone.
Questo che pare un paradosso
Scrivendolo a parole
Pareva limpido come cristallo
Alla persona che ero circa due minuti fa.
Prima che l’anziana venditrice d’aglio mi chiamasse: venite qua bell’ Guaglio’.
Avvicinatevi!
Ma io non ero lì
e la mia voce aveva già
Il profumo della pietra.
Io, tu e le droghe quantiche
la spartizione del cielo
le dita della mano
le fessure del tombino
tutto ci ricorda di un futuro probabile e sovrapposto a.
io che pensai di sapere come stavi
tu che pensavi di sapere come stavo
tutto è debole e pieghevole ma anche no.
l’entaglement quantistico dice più o meno che
non importa quanto correlati io e te sputati da un sistemavita ad esempio:
fratella sorello pietra particella
connesse e lontane,
se qui adesso io sto ad esempio ics
allora nello stesso istante anche tu stai meno ics
e non importa se non sappiamo il perché
almeno per il momento. Così abbiamo osservato.
Questo spiegherebbe molte cose che avremmo –
che ci hanno attraversato
ma non di certo quella volta che
tu telefonavi
ed io non rispondevo:
Io stavo cacando ics Yuppyslon, non ti rispondevo e tu telefonavi ics.
Ecco, quella per me fu la prova della fine
della nostra connessione.
Ed è certo, forse, che in uno di questi universi
Accade inequivocabile nel momento in cui lo leggi
quel luccichio nel petto che…
E’ questo universo ad essere sbagliato forse
Adesso mi dicono che sei diventata una Dervisha Rotante
e apri cunicoli spazi temporali in cui nascondi
le droghe parallele per fae scorta sufficinete
in ogni dimensione sconosciuta.
Quasi che ti invidio sai?
A ciel sereno nel fulmine <Piazza Carità> 15/03/25. 17:35
-Ije nun so’ ‘na fèmmna ca fa pe’ te
_La banda si avvicina alla piazza
Sediamoci-
Stiamo qui seduti
A vedere la vita che passa
-La distruzione della famiglia sei tu!
Ia banda entra in piazza con gli ottoni spompati
-I tuoi figli so distrutti…
Poi si alza un vento fresco che sa di mare
Un odore di fogna dal tombino
Ricorda la marea quando spinge indietro lo scolo
La banda riparte allegra
Coi rullanti sgrammaticati
la cassa in ritardo di due secoli buoni
Qualcosa è accaduto nella vita di certi
Certo che un ciel sereno nel fulmine… Mai.
Via Roma. Tornando dalla corsa.
– Arò sta’ Totòr ‘o nàn’?
La strada si frappone tra me e l’altezza.
Se davvero fossi qui
Molte scarpe racconterebbero
Via Roma già Toledo
E poi due coppie si dividono
E si alza uno sgaurdo come il Mòse
E quest’arietta di primavera
Che ricorda certi hamburger
Si raccoglie spalle strette
Come cumuli di arriverderci.
Allora metto la cintura e arrivo:
Dicono a sinistra da una vita
Che potrebbe esssere la mia
Ma con meno pensare ti
O citazioni di passanti sconosciuti
Se accettiamo il fatto
che tutto è sconosciuto
E la questione dell’essere presente
Qui vacilla come filo
appeso
A una sottana.
Tu, io?
Vorrei camminando per le strade
Mi si leggessero poesie
Dopo aver perso la voce
E la vista dal troppomondo
Vorrei mi leggessero altre vite
Mi si leggessero poesie
Di altre vite più vite della mia
Così come la tua che leggi
Queste righe
E poi pensi a una poesia
Sulla tua vita e di altre vite
Più vita della tua
Nell’inconsapevolezza
Generale del chi sei tu
E di chi adesso sarei io.
