Invito al viaggio

Pascal, in uno dei suoi momenti più oscuri, dice, non letteralmente, che: l’uomo per sopravvivere, ha bisogno di cambiamenti, di novità, di inizi. Dice fondamentalmente che siamo incapaci di stare per troppo tempo chiusi entro quattro mura.

Da qui la necessità fisiologica dei viaggi, fisici e mentali. Dell’evasione, delle droghe, del ballo, degli eccitanti, ecc… ecc… E poi Montaigne, Ibn Battuta (notoriamente scarso di rovescio e privo di senso dell’umorismo) e tanti altri, supportati anche da fior di studi scientifici ( starà a voi andarvi a documentare se incuriositi), asseriscono che l’uomo, per migliorarsi, in sostanza, ha bisogno di movimento.

L’evoluzione dice Chatwin ci ha voluti nomadi, e la stanzialità, i castelli, le metropoli, le caverne, hanno un asse verticale di circa diecimila anni. Una nullità nella storia dell’evoluzione dell’uomo. I bambini è stato dimostrato, hanno bisogno di sentieri da esplorare. L’uomo è naturalmente curioso.

I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari, ad esempio, non piangono mai e sono tra i bimbi più felici al mondo. Felicissimi e appagati della loro condizione. Crescendo sviluppano una innata mitezza. Chi vuole l’uomo naturalmente incline alla predazione, alla caccia, dimostra una solidissima ignoranza.

Non sto qua a fare un riassunto approssimativo di altri più autorevoli, ma quello che voglio dire è che: Se adesso che è domenica, stai per tuffarti sul divano, pensa che se uscissi a scoprire qualcosa di nuovo, anche dietro casa, anche a pochi metri… Se indossassi le scarpe e andassi a fare una piccola scoperta, una nuova conoscenza, miglioreresti la tua condizione e quella degli altri. Fisica e mentale. Ci vediamo in giro.

Bruce Bibappa

Pensando a #chatwin

Il Pretaccio, ovvero prima di non parlare più.

l’albero con le sue foglie
la mimosa di Victor Cavallo
è alla Garbatella. piove. un fatto.
c’è un blues nell’aria
un po’ di tenerezza.

il tempo delle riflessioni
il tempo delle mele
il tempo del perdono
il tempo dei senza tempo

Ultimoooo! il Richard Benson
che mi porto dentro
argomenta a suon di riverbero.

Poi ti siedi avanti a un frontespizio
e la immagini questa fronte larga
come quella di Newton – da anziano
per l’ospizio e ti auto sfruculeij
e un poco il cuore spizzica.
slastica la parola sulla lingua
e sui ricordi di corbezzoli ridenti

uh. la carezza che arriva con la voce.
da lontano. framezzato dai discorsi. intorno
uh: quella voce che dice: dito rotto e poi
di fianco fanno un incidente
e si conficca nella pelle la sirena
incalza coi capelli e quei vecchi occhiali nuovi

e il pretaccio che mi porto dentro
si sente come vaso pan di spagna
costretto a viaggiare tra-vasi
di ferro e pergiunta senza vino.

Lo scarto

tu pensi di essere niente
uno scarto. un avanzo di polvere
e poi come l’albero partorisci fogli
e questi poi cadono a prescindere dalle stagioni
e passalacqua sotto i ponti
e gli amori frantumano e poi libri
e frattagie di tempo che dicono: non sei nessuno
e tu lo sai che è così ma anche il contrario-
Dici, se dire è parola più adatta – fiorisci
solo nella stanza per secoli ad incontrare la gente
e questi ti scrivono come morti – sempre con amore –
la canzone che ascolti. quella che fa drizzare i pelucchi
che fa scegliere la strada sbattuta. questa strada
stretta e angosciosa. Dove la gioia ha gli occhi degli altri
e l’allegria è la sola misura del giorno.

Occupato! I piaceri dell’imperatore.

I piaceri che da sempre mi riservo:

Leggere a voce alta

Sul cesso

I miei scritti preferiti

Provare a voce alta

Sul cesso

Le letture per i reading

Scrivere per molto tempo

Sul cesso

I pensieri già maturi

E poi urlare: Occupato!

Occupato!

Come l’ultimo

Dei grandi imperatori.

la cosa migliore

la cosa migliore che è accaduta questa settimana
non ha a che fare con i sentimenti, né con i soldi, né il lavoro
la cosa migliore è stata lasciare sul bracciolo del divano
un libro di poesie. di belle poesie. quelle che si leggono
come un sorso di acqua fresca in mezzo
alla polvere del deserto acceso.
quelle poesie che se ne leggi sei di fila ti sembra di sbagliare.
devi leggerne poche alla volta. una o due alla volta.
Così possono lasciare quel deposito di sedimenti sullo stomaco
e poi devi lasciare che il corpo le digerisca
e diventino piano piano parte di te.
Solo così, le ho detto. Capirai di non aver bisogno di capire.
(anche se non glie l’ho davvero detto)
poi ha preso il libro blu*. lo ha sfogliato bene.
Ha sorriso distrattamente e con pudore si è guardata intorno.
Ho fatto finta di niente. di non vedere il lampo di gioia
che si prova ad ogni inizio.
Te lo regalo, ho detto.
Ma no, magari te lo riporto ha detto. No. è tuo. ne ho altri ho detto.
(anche se le ho detto una bugia…)
Lo ha infilato nella borsa e lo ha portato via.
questa è stata la cosa migliore di tutta la settimana.

*Blu Oltremare. di R. Carver.

Ztl Mezzocannone.18.30

L’attesa verte su Parigi

Ascolti frammenti dei discorsi

E cuci con la luce dei lampioni.

Viaggiare adesso è semplice

Se stai fermo ad ascoltare

E poi le insegne insegnano

 I passi passano

Come spiegare questo odore di margherita?

Questo non è un libro che va

Perché? Dice la signora.

Dammi l’acqua! Il bambino.

Perfavo…? La madre.

E poi un basco nero

Tutto bene. Ho preso il treno. Ho valutato. Dice.

E poi rumori di chiavi penzolanti

Nella salita di Mezzocannone.

E la libreria coi titoli scomparsi

Come le persone che si fanno voce

Mezzo Suono e nulla più.

Frantumare le distanze

sono tornato alla piazza
dove giocano a pallone i ragazzini-
ieri uno a torso nudo
driblava inciampando nel pallone
che gli arrivava alle ginocchia.
era Gennaio. il ventuno.
a tarda sera le urla cadevano
da qualche parte nella grande piazza
l’eco arrivava come un ricordo
mentre vento di Scirocco
intiepidiva appena le pietre.
mai così ho sentito la distanza –
metto su una canzone di Paolo*:
“Frantumare le distanze”
si alza una memoria-
Afelio del mio cuore.

*Benvengnù

Gennaio

l’odore del bucato infittisce i ricordi
la strada sfoggia la quiete di gennaio
la stanchezza dell’inizio, l’eleganza dello spazio.
prima del riscaldamento tutto pare insormontabile poi
lentamente cominci a ricordare quell’idea di futuro inesorabile.
il fruttivendolo. il pizzaiolo, il fornaio
declinati al femminile suonerebbero più allegri
eppure la sera scende. eppure mi salutano. la notte. la strada.
la sentimenta, la mancanza, la sterlizia
ferma come una fotografia.
broccoli e scarole sfrigolano sui fornelli
come il destino in attesa del risveglio.

Aneurisma Spaziale

oggi per non dire domani
le sopracciglia si sono incespugliate di biondo e di verde
lo sguardo mi ha teso un agguato allo specchio
ho recitato due poesie nel cesso. avanti ad uno specchio. come faccio sempre.
ma stavolta era diverso da ieri. o da domani.
ho letto vittorio vitolo. Victor Cavallo. Mio amato.
e le pupille hanno cominciato a diventare scure come portoni aperti nell’ombra
e l’iride verde ha virato sulla selce. lucida e fredda come un latrato. e poi ho ricordato:
una volta ho vinto un concorso di poesia senza aver partecipato. A Livorno.
La città di Ciampi. Me lo ha detto un pittore appassionato di Jazz che mi aveva conosciuto.
Dice: Ma chi è ‘sto Michele Cristiano? Come lo ricontattiamo? Avrei voluto almeno dire Grazie, A presto.
Invece niente. Passato il santo…
Ho lanciato un palloncino in questa post-democrazia
rosa come il culetto di un bambino riempito di intelligenza artificiosa. Scoppierà quando sarà in orbita come una scorreggia spaziale – silenziosa come una poesia dimenticata
la più bella. quella che faceva piangere i canestri e innamorare i carcerieri
quella che scrissi il giorno in cui ero felice di essere triste. Come adesso – ma era un altro giorno. Nemmeno quelli del concorso di poesia sarebbero sopravvissuti alla lettura. sarebbero scoppiati come pluriball. Un aneurisma innamorato nello spazio.

Come Feldspato


“una vita stesa al sole
offre infinite possibilità di pensiero”.
tu sei il mio sole:
trovo scritto sul biglietto di auguri
vicino al cassonetto.
Se questo fosse vero, adesso camminerei
con un biglietto in tasca. Ci avresti creduto se lo avessi scritto per te?
Che stronzate ci diciamo per tirare a campare?
Poi ti preparo un tè. lo appoggio sul tavolo
e lo guardo raffreddarsi.
Il calore si trasmette dalla tazza all’aria della stanza.
L’acqua vaporizza e si aggrappa alle pareti fredde
come un telegramma.
tutto si trasforma. Mi ripeto nella mente:
Che cosa affascinante la termodinamica.
Anche io sono diventato un feldspato di potassio
ma con questo non voglio dire che la poesia non tergiversi
nei meandri della mia struttura spaziale, adesso che scrivo
come un minerale di questioni terra-terra ma con lo sguardo sempre

teso nellospazio.

Il Natale è il 24

Il Natale è il 24.
Nevica sulle cime dei monti
Nel fiume le trote
Con i puntini rossi
si accendono a si spengono
Come un’idea di perdono.
Ieri il viaggio è stato breve
L’autobus si è fatto largo nella pioggia
Senza avere scossoni.
Come quando ti alzi do notte per andare in bagno e non inciampi in nessun ostacolo al netto del buio.
Casa è un posto collettivo. Un nome comune di casa. Uno spazio delimitato dalla fantasia. Un posto dove ci si nutre nello stesso piatto ideale. Si sputa anche. Talvolta. Tornare a casa è parlare con gli sconosciuti. Ammettere al sole che per quanto vicini, siamo tutti sconosciuti.
Questo è un bene. Senza ombra di dubbio
al sole siamo tutti e tutte sconosciuti e sconosciute. Questo ho pensato e scritto al freddo del terrazzo. Mentre il vento spingeva la neve sul fianco e l’orizzonte si era fatto bianco e grigio come marshmallow sulla fiamma. Adesso che sono rientrato, tutto mi appare poco chiaro. Ma domani è il 24, c’è Francescangelo drogato, la vita vaaaa così.

Com’è andata oggi?

C’è stato un tempo in cui
Abbiamo pensato di essere inseparabili
Con le cuffie nelle orecchie
Ad ascoltare i Diaframma da un solo lettore mp3. In quel tempo sul mare
Su sassolini bianchi
la vita aveva già avuto i suoi capogiri. Le cose le aggiustavamo col gin tonic. Andava bene. Eravamo vicini
Un po’ amici, un po’ amanti.
In quel tempo la musica era la musica
E i sassi erano musica. E gli occhi erano begli occhi. Non che ora…
Certo anche adesso… Ma…
Ricordi quel vento bagnato?
E quel cappello di lana?
E tutto questo bene?
Certo che eravamo più amici che amanti. Altrimenti credi che staremmo ancora qua a non scriverci: come stai? Com’è andata oggi?

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