Ricamo

Capita di camminare per strada
E non vedere più niente.
Questa è la morte. Mi ripeto ogni volta:
E divento triste come una lampada
spenta.
Poi succede qualcosa:
Lo sguardo di carta della venditrice di
aglio
La pozzanghera d’olio che colora la luce
L’odore del forno mette il ciuffo ai
ricordi
La turista che inciampa nel bancone del pesce
.
Quello che accade, accade per sempre
Mi dico
E la vita ritorna
così inutile _ e ferma e infinita
Come tutte le cose per cui vale la pena
Buttare giù qualche riga
Infilare due passi
Disegnare un dolore
Ricamare la tenda
del cimitero dei sogni.

12 Bar

“Resta la nostra buona amicizia e niente più.”
Così un uomo in carrozzina elettrica
all’amico seduto al bar sotto casa che
annuisce e addenta avidamente una sfogliatella. Poi silenzio. Sará durato un…

Google, mi ricorda che questo mese ho visitato 12 Bar.
Il barometro segnala alta pressione
Il sole inforca le strade come spaghetti e ne mastica i pensieri

Oggi mi sono ricordato di un fatto:
Di una vecchia foto con una barca
Di quel divano azzurro dove non mi sono mai seduto
E di altre cose che non ho mai avuto il coraggio di fare. Che significa voler bene?

Poi sono andato incontro agli alberi
E Mauro che mi ha chiesto gli spiccioli che non avevo, mi ha detto: io sono invisibile, la gente non mi parla e non mi guarda nemmeno. È terribile, io sto nei cartoni ma non esisto. Silenzio.
Hai ragione, è terribile.
Lo è?

Cosa è davvero importante? Questi rari  alberi che filtrano la luce del sole? Noi? Gli altri? Tutto? Niente?
Niente.
Diventato una parola sto più comodo.
Dimmi: Sulle labbra. Una radice sulla punta della lingua. Il morso sul culo. Il vecchio cane.
E questo silenzio nella scena che.

Di Versi

l’ontano laggiù

piegato dalla palude

plaude le foglie come figlie

pigiato al pre-ludio del gioco

letteral-mente. Nevvero, forse scherzo o

Non si sa bene a cosa

non serva questo prospetto. M’ aspetto,

ma forse narrivo.

dice che la verità sia un piatto

che va servito spento. click.

dice che il tempo sia un cerbiatto

e la cerbottana una approssimazione sessista

di malcostume animale

dice che il vìcolo sia un ammonimento fluido

dice che la mattonella sia un esordio di pazzia

dice che il cesso debba smetterla e Finizio pure

dice che cuore sia una misura del tempo

dice che i libri siano leggeri nello spazio

dice che le porte non siano poi così immobili

dice che le acciughe siano solo pesci malati

dice che i chiavistelli siano frequentatori abituali dei cieli notturni

dice che le albe anche se tra monti si verifichino soltanto al mattino

dice che i poliziotti abbiano tanti fratelli dei padri

dice che viceversa sia un incentivo a bere

ma anche il contrario

dice che chi tergiversa scrive solo cose pulite

e dice che chi è di verso lascia spesso un segno impalpabile nel tempo come quei culi troppo alti per essere raggi unti da soli

dice che la stupidità sia negli occhi di chi legge

e di chi scrive: o viceversa.

No, dicevo, Vicè, versa!

SPROLOGO: La casa sull’ago

Guarda lettora-e

C’è una casa sull’ago

Si regge col senno di poi di quell’altro

Che osserva le cose come fossero cose

Senza pensare che poi l’ego sia al posto dell’ago.

Senza predirre smottamenti emotivi si spoglia

In riva all’ago – senza fare umorismi – certo dolore.

Certo il testo è pungente. Certo costruzioni di plastica

Certo dialetti baresi. L’ago Lego l’ego
mi sforzo e collego. Cambia pro-spetto-tempo-reggi

Sulle spalle verticali al pianoforte: Uh quella musica dolce.

Certo spagnolo llego: arrivo

A rivo al-lago c’ero io e c’eri tu

 scalza come un fatto

E tu eri là: llego! dicesti

Aspettavi l’arrivo come una morte negata.

 Annegata.  Un amore, tipo una caramella.

Ma cosa importa dell’abito

Nella casa sull’ago. Le prospettive sono questione di affacci:

ma ci affacci il piacere! Ce lo affacci!

La vecchia venditrice d’aglio

Sono mesi che cammino

dal tavolo alla finestra

E poi in mezzo ai decumani

E poi su questo filo di selciato

E poi su questo slancio di parole

Come a dire: esisto.

Ma poi incroci il funerale

E quella piantina

stretta dall’ombra del davanzale

E questo pensamento che diverge

Come virgola tra onde gravitazionali:

Tutto acquista la certa dimensione

Non avendone.

Questo che pare un paradosso

Scrivendolo a parole

Pareva limpido come cristallo

Alla persona che ero circa due minuti fa.

Prima che l’anziana venditrice d’aglio mi chiamasse: venite qua bell’ Guaglio’.

Avvicinatevi!

Ma io non ero lì

 e la mia voce aveva già

Il profumo della pietra.

Io, tu e le droghe quantiche

la spartizione del cielo
le dita della mano
le fessure del tombino
tutto ci ricorda di un futuro probabile e sovrapposto a.

io che pensai di sapere come stavi
tu che pensavi di sapere come stavo
tutto è debole e pieghevole ma anche no.

l’entaglement quantistico dice più o meno che
non importa quanto correlati io e te sputati da un sistemavita ad esempio:
fratella sorello pietra particella
connesse e lontane,
se qui adesso io sto ad esempio ics
allora nello stesso istante anche tu stai meno ics
e non importa se non sappiamo il perché
almeno per il momento. Così abbiamo osservato.

Questo spiegherebbe molte cose che avremmo –
che ci hanno attraversato
ma non di certo quella volta che
tu telefonavi
ed io non rispondevo:
Io stavo cacando ics Yuppyslon, non ti rispondevo e tu telefonavi ics.
Ecco, quella per me fu la prova della fine
della nostra connessione.
Ed è certo, forse, che in uno di questi universi
Accade inequivocabile nel momento in cui lo leggi
quel luccichio nel petto che…
E’ questo universo ad essere sbagliato forse
Adesso mi dicono che sei diventata una Dervisha Rotante
e apri cunicoli spazi temporali in cui nascondi
le droghe parallele per fae scorta sufficinete
in ogni dimensione sconosciuta.
Quasi che ti invidio sai?

A ciel sereno nel fulmine <Piazza Carità> 15/03/25. 17:35

-Ije nun so’ ‘na fèmmna ca fa pe’ te
_La banda si avvicina alla piazza
Sediamoci-
Stiamo qui seduti
A vedere la vita che passa

-La distruzione della famiglia sei tu!
Ia banda entra in piazza con gli ottoni spompati
-I tuoi figli so distrutti…

Poi si alza un vento fresco che sa di mare
Un odore di fogna dal tombino
Ricorda la marea quando spinge indietro lo scolo
La banda riparte allegra
Coi rullanti sgrammaticati
la cassa in ritardo di due secoli buoni
Qualcosa è accaduto nella vita di certi
Certo che un ciel sereno nel fulmine… Mai.

Via Roma. Tornando dalla corsa.

– Arò sta’ Totòr ‘o nàn’?

La strada si frappone tra me e l’altezza.

Se davvero fossi qui

Molte scarpe racconterebbero

Via Roma già Toledo

E poi due coppie si dividono

E si alza uno sgaurdo come il Mòse

E quest’arietta di primavera

Che ricorda certi hamburger

Si raccoglie spalle strette

Come cumuli di arriverderci.

Allora metto la cintura e arrivo:

Dicono a sinistra da una vita

Che potrebbe esssere la mia

Ma con meno pensare ti

O citazioni di passanti sconosciuti

Se accettiamo il fatto

che tutto è sconosciuto

E la questione dell’essere presente

 Qui vacilla come filo

appeso

A una sottana.

Tu, io?

Vorrei camminando per le strade

Mi si leggessero poesie

Dopo aver perso la voce

E la vista dal troppomondo

Vorrei mi leggessero altre vite

Mi si leggessero poesie

Di altre vite più vite della mia

Così come la tua che leggi

Queste righe

E poi pensi a una poesia

Sulla tua vita e di altre vite

Più vita della tua

Nell’inconsapevolezza

Generale del chi sei tu

E di chi adesso sarei io.

Sconfini

stab. la solitudine che provi quando nessuno crede in te.
strab. la benedizione. la gioia. la liberazione di essere solo con il mondo sconosciuto.
stab. camminare come un. per il viale. Il senza valore.
fluisci come aria sulle pietre. come laccarezza.
sta. essere soli è un conato di profonda gioia
perché resistere alle intemperie. al sole. e poi
stab. respirare.
nonostante il gergo.

dice che la storia sia pregna
di non facciamo gli eroi.
qua cantiamo la frivolezza del dovere
qua cantiamo
il patriarcato della forza convenuta

ma con la voce delle foglie
quando quel sorriso
le fece germogliare e
nel mentre Il presidente
si annetteva un iperspazio quadratico

Una frazione continua
periodica. E poi figgeva punti.

e noi non fummo ricordati che
dagli ultimi. futuri. Tipo
Per quella volta che
donai il mio nome senza virgola
in cambio
di un rinaccio
in un angolo di luce.

Tanto di nomi, dissi allegramente,
ne abbiamo piene le vacanze.

Dice: Che fai? sconfini?
Sì.

Nel mezzo della Festa.

una vecchia poesia
cominciava così:
sul tavolo un’arancia
e tre sorrisi.

poi la sedia contro il vetro
la lima sulle unghie e
il giorno divenuto insopportabile

chiamami. diceva la strada.
chiamami. la vita di fronte
chiamami. il risveglio felice.

ed io chiamavo come un pulcino di abisso
allegro e con la voce di benzina
e quelli occhi verdi
e quello sguardo acceso

chi è il più fortunato mi chiedo
mentre cammino e scrivo
evitando l’acqua marcia dei banchi del pesce.
chi è? Chi ha avuto tutto e non…
chi non ha avuto e invece…

:taci e inforca questa strada
dritta come una spada
semplice come il sorriso
non troverai quello che già credi di sapere
inutile pensare. Fa’ gentile il gesto
e muoviti nel mondo come una figura:

solo il gesto scuote l’infinito
come una lamella. E di queste righe
dimentica il ricordo – e suona quando puoi
come corda di capelli –

:come il tappo di alluminio
quando cade a terra
nel mezzo della festa.

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