un venedrì napoletano.

ingiacchettati

lampadati

camicia trebottonisbottonati…

drappi rossi

alla finestra

giacche nere

per tappeto,

bambine nate vecchie

isteriche matrone

appesantite,

da preziosi carichi pendenti

i ragazzi impellettati 

odoravano

di bianca,

di stravecchio e bollicine.

un  conato

mi suonava la schiena

come una corda di basso,

le mie scarpe

 scendevano, come un tango

osceno, sanguigno,disperato,

per  le scale,

distanti

dai miei occhi,

camicie bianche,

come un muro,

come le notti d’un tempo,

nella periferia rovente

della mia vecchia Buenos Aires

ubriaco 

me ne tornai a casa

così,

 come m’ero immaginato.

SITA

L’ autobus che porta a napoli,parla la mia lingua.
Gli studenti fuoricorso leggono i giornali del mondo..
Le belle ragazze ,buffe si difendono con smorfie sexy troppo acerbe per essere credibili…
I più giovani spesso portano chitarre
e come me ,in un tempo futurista,
discutono di tecniche,bramano velocità…
C’è sempre uno sguardo più profondo,
Si perde anonimo al di là del finestrino,
Placido,non interroga nè regala sospiri…
Le cose belle cercano spazio,
Trovano solitudini.

Possa la mia voce un giorno…

le mie prole

risiuoneranno un giorno

come questi tasti

suonano tra le ceramiche

del mio cesso.

la mia voce

si infrangerà,

con accento marcato,

come musica

che sgorga metallica

da un vecchio

catodico,

parlerà delle mie cose

e delle vostre,

allevierà le mie pene

e le vostre,

come una brezza inaspettata

tra le crudeli  fiamme

dell’bitudine.

mi sorprenderò

un giorno

senza alcuna modestia,

e non sarò poi più contento

di adesso,

mentre siedo sul cesso

a dare aria ai pensieri.

possa la mia voce ascoltare 

sempre il mio canto,

e poi un giorno

puro come una vecchia baldracca,

spegnersi,

come il sorriso stretto

di chi ha dato tutto,

e preso, sempre,

senza aver mai

dovuto chiedere.

“La letteratura è la prova che la vita non basta” Cit.

Ho bruciato qualsiasi forma di tempo.

Cade adesso  dal cielo

la neve,

tiepida,

come tutto ciò che è stato.

Lo smarrimento

mi allerta i sensi,

sapere ciò che non sono

non mi è conslatorio…

investo la mia mente 

con le più impossibili dell domande,

poi, a parole, mi difendo,

sorseggio la mia birra

in accordo con il cuore,

siedo al tavolo del bar

e comprendo

la necessità d’essere altrove,

parallelamente,in tutte le cose;

essere la risposta e la domanda

senza potere mai incontrarmi;

ecco come sogno l’infinito.

Il vento di Marzo mi gela la mano,

una lingua mi scalda il cuore,

e non capirò mai,ne sono certo,

se sia più vera la tua bocca,

o l’infinito che ne deriva.

Il gatto che morde l’orecchio,

mi fa le fusa,

poi come la sfinge

si accomoda per i bisogni

sulla lettiera,

come una domanda…

mi guarda diritto negli occhi,

farsi bastare la vita,

è la sfida più felina.

Gli amici che si sposano. ( per M.&T)

gli amici che si sposano

sono  azzurri che si incontrano,

 desideri

che si fanno aria,

è la semina matura

 che si fa strada.

La promessa

vale almeno quel sorriso, 

una firma

odora d’infinito,

se la mano, ferma,

esita d’amore,

sotto i venti incerti

 del destino.

nobile  è 

il futuro,

è  il sorriso

    più sincero.

Il mercoledì e la diabolica,umana capacità del perseverare

i fuochi di babilonia

non mi danno tregua,

risuonano dentro la mia anima

come i vecchi falò di San Giuseppe,

ma,tolgono il sorriso di bocca

e forse un giorno mi toglieranno il pane.

Ho dato al mio peccato originale

il nome del più infido dei demoni,

Occidente.

Per quanto i confini

siano carta velina,

ho il  piede mancino

inchiodato per il collo

alle mie strade,

viaggiare è soltanto una maniera per conoscere,

la curiosità ci porterà alla morte,

dopo aver assaporato l’inevitabile 

solitudine della libertà.

L’oriente brucia 

come il mio stomaco 

di lundì mattina,

brucia e fa pensare.

Tutti gli errori intelligenti

ci pongono domande…

intanto, lo stomaco,

come la terra,

brucia e fa pensare…

anche adesso…

di Mercoledì sera.

Il Mio Sud

l mio sud non si specchia nel mare,

il mio viale d’inverno

pare un autostrada deserta,

è la cresta della duna d’arena,

cementata dal freddo ,

è il sorriso dei tempi che furono.

il vento gelido della montagna

regala brividi di ogni sorta,

a volte un caminetto non basta,

e le voci dei bar,

che parlano la lingua della carta,

non lasciano troppo spazio

al desiderio.

la birra innaffia le parole

addobba gli alberi del viale,

mitiga il sorriso.

la notte

siamo ebeti nel paese dei balocchi,

ma,nessuna fata all’orizzonte.

perfino la musica si assottiglia

sotto il rumore delle carte,

niente qui ti regala poesia,

nel mio sud,

si paga tutto a caro prezzo.

Randagi

Le nuvole passano lente,

Lasciano odore di ferro,

bruciano gli ultimi rossori Del cielo,

Poi si infrangono morbide,

smarrite si abbandonano,

all’idea gelida

di quei venti di terra

che tagliano per metà il viso,

per metà il cuore.

Mentre la notte illumina Il passo cieco del destino,

Le felicità esplodono Euforiche

per un arrivederci,

 

i lampioni ci rendono gli onori delle armi,

mentre il Papa recita l’ultimo angelus

alla nostalgia…

Come cani

aspettiamo,

a quattro zampe

orecchie tese,

Avanti alla metafisica

Macelleria della vita.

 

Tripolitania

Tripolitania

lettere che suonano come un cancro,

un’eco nella carne giovane di speranza

istanti prima del massacro.

vecchie voci metalliche

si levano dal grammofono dei ricordi…

il mio sdegno non guarisce,

non allevia le ferite delle madri.

Tripolitania,

titola il teatro del delirio,

la spiaggia è un deserto di carne,

l’ombrellone piantato nelle viscere

pesa quanto il piombo,

l’ombra

rinfresca la sabbia,

nasconderebbe il sangue,

escluderebbe il sole.

Anche il Libeccio abdiga,

rinnega qualsiasi idea di surf.

In Treno

la donna in treno
è più bella
al mattino
quando la sorprende il sonno,
con le labbra appena schiuse,
solo un filo d’aria
a muovere i pensieri,
quando le prime luci del giorno
ci increspano a tradimento gli occhi,
i colori assumono i toni universali
del mattino,
in un certo senso,
l’alba è l’unica eredità
che tramandiamo.

Sul Viaggio

muoversi è pensare

oltre il pensiero.

così,

ogni viaggio

presuppone

attese,

ritorni,

nuovi desideri.

La stazione è il ventre materno,

l’anonimato è un padre gentiluomo.

Compro un giornale indipendente,

bestemmio!

una bottiglia d’acqua gassata,

bevo,

dei biscotti salati,

mangio,

un pacco di chewin gum senza zucchero,

gentilezze,

il miglior modo per strappare un sorriso.

L’abisso che mi abita,

quando il posto è libero,

siede di fianco al finestrino,

guarda il mare.

A volte mi fissa per ore

senza fiatare,

poi, d’un tratto,

racconta…

io ascolto sempre con minuzia,

che le cose oscure

mi dissero,

parlano la lingua degli dei…

e se anche fosse  un sogno,

non mi turberebbe,

che la verità,

l’architettura insegna,

è solo il punto,

in croce

di un riferimento.

distanze


la notte
mi porta a casa
come il fiume 
guida la barchetta di carta
fino al mare

le scarpe conoscono la strada
e i marciapiedi

danno del tu alle stelle
e ingannano l’asfalto
come geishe d’alto borgo.

il cane di Dejo
scodinzola sempre
quando mi vede rincasare,

ogni notte si regge sopra
fragili certezze…

cammino le note della ritirata
come se fossero una carica,

e guadagno il letto
come se fosse
l’unico guado
verso il mattino

mentre si spengono 
le luci dei lampioni

ogni passo spegne un nome,
una distanza.

i baci sono incidenti di labbra,
dicono…
ma il tuo nome si è incagliato 
nella secca di corallo della mia gola.

si infrange la notte
sulla soglia del mattino
come musica che sbatte 
sempre contro un muro,

e tutto mi pare una misura,
perfino i sogni, stanotte,
mi paiono distanze,
di mani,di labbra,di gambe…
sentieri di lingua 
autostrade di cosce

incommensurabili.

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