
…l’isola non era che un istante,
una pietra lungo un cammino,
la fine e l’inizio, così
come era sempre stato.
By Bibappa Lula racconta

…l’isola non era che un istante,
una pietra lungo un cammino,
la fine e l’inizio, così
come era sempre stato.
By Bibappa Lula racconta
Adesso ci abbiamo i locali,
ci si vede nei locali,
ci baciamo nei locali,
nelle mura,al buio,
mangiamo nei locali,
scopiamo nei locali,
anche negli spogliatoi
preferisco stare nei locali,
soprattutto quando gioco fuori casa.
ci ammazziamo assieme al tempo, nei locali,
mi hai conosciuto adulterato nei locali,
mi hai ritrovato sobrio a parlare
della falsa linearità del tempo nei locali
e mi hai preferito adulterato,quando
saltando i preamboli ti ho dato un morso
sul collo dicendoti che un morso è per sempre.
vomitiamo, gesti sgraziati,addolciti dalle strobo,nei locali,
i volumi che riempiono le vacanze dei locali,
in vacanza andiamo nei bei locali,
ragioniamo sui locali,
similis cum similibus
assomigliamo a dei locali,
vuoti,disabitati,affittati ad ore dal terrore della morte;
i fine settimana,sono la coda degli scontrini,
e della roba, acquistata senza fattura dentro e fuori dai locali,
siamo diventati noi stessi dei locali,
e se ti va , stasera, vengo a fare quattro salti
dentro di te,ma prima dimmi per favore a che ora chiudi,
chè io domattina apro presto!
Arturo!
rubami l’amore e le spine.
(il sole rosso delle sette
languiva un palmo e mezzo sopra l’orizzonte.)
Arturo!
ho una sottana troppo corta,
bianca di pizzi e merletti,
cucita al sole dalle mani di mia nonna.
(il vento incontrava le cicale.)
Arturo!
il sole mi ha fatto la pelle dorata,
il sale mi ha annodato i capelli.
(la scogiera pareva la mia fronte
aggrottata dal sole)
Arturo!
Ti chiamerò Arturo,
ogni volta che la tua lingua,
scioglierà sulla mia schiena
i cristalli di sale
partoriti dal mare
e asciugati dal sole.
(le lunghe attese del mare
erano la sola misura del tempo)
Arturo!
le tue parole sono
una lingua che graffia e solletica.
(gli alberi annerivano nell’ombra,
il vento spostava le cose, ma non i colori.)
Arturo!
Presto,sta arrivando la notte,
fa che la mia bocca muoia come un loto
d’arancio spento e maturo,
in scintille come l’onda sullo scoglio
del tuo petto.
(l’isola non era che un istante,
una pietra lungo un cammino,
la fine e l’inizio, così
come era sempre stato.)
Arturo!
adesso tutto è oscuro
e quella che chiamiamo notte,
per me è soltanto un’attesa.
(tutte le cose accorciano il passo di notte,
mentre i pensieri senza ombra si distendono
in attesa di una nuova luce.)
Poi caddero i pensieri e le attese,
senza causare il più piccolo rumore,
il mare si abbassava sotto il peso della luna,
il vento ci increspava la pelle come tante piccole onde.
Ci raccontammo vite che non ricordo di aver vissuto,
poi fu un incontro di corpi,sfregamenti,
le parole si bagnarono d’amore e presto le asciugò il vento.
La notte si fece piccola e le mie mani divennero montagne,
disegnavano sentieri sopra la tua schiena…
Niente si sarebbe mai concluso.
Ogni notte ha un’isola,
ogni isola, un Arturo,
ogni Arturo, un amore,
nessun nome è un isola!
cammino le strade del tempo
come chi ha visto, mezzo sognante,
il confine di tutte le terre,
mi ubriaco di passi e di parole,
il vino è una strada senza uscite
quasi come i tuoi capelli.
invento una canzone nuova
con le parole di sempre,
nel mezzo della festa
c’è sempre una gonna che volteggia
ed un velluto di sguardi,un duello
da consumare e perdere prima dell’alba.
(nel vicolo una musica striscia come un serpente,
come una consolazione, balada para mi muerte)
un angolo oscuro della notte in cui nascondersi,
un lago a cui voltare le spalle con sospetto,
un cappello di donna,se ti guarda,nasconde sempre l’orizzonte.
cammino il sentiero delle parole sgualcite
fino al segno della tua abbronzatura,
si sta come all’ombra di una mano sotto al sole,
alla luna,allegri,come due ragazzi alla festa di paese,
imboscati e freschi,due piccole ansie,
due sospiri in levare precipitano nel lago,
e fanno un rumore umido di palpebre e ciglia.
(un gatto si rifugia dai cani sul vecchio muro di cinta,canta e
pare fingere lo strazio di tutti caduti
sotto il peso di uno sguardo.)
Gli invincibili,
i poeti non temono la morte,
vivono la vertigine
sull’orlo sdruciolevole del destino,
un occhio al cielo
l’altro perduto nell’abisso.
una mano stringe il pugno,
l’altra,una vanga.
Ogni giorno,
tolgo dalla terra
uno spicchio di materia
e lo lancio nell’abisso.
ogni giorno la mia carne
riempie spicchi di terra,
ogni giorno,
un occhio al cielo,
un pensiero di terra nell’abisso,
una manciata di carne nella terra.
Ogni giorno scavo
un angolo di tempo,
la mia fine,
una fossa.
Gli anni delle indecisioni
erano tutti sospiri in levare,
le attese limavano il tempo dei baci,
baci più umidi e taglienti di adesso.
Rubavamo gli orgasmi
al cemento delle case in costruzione,
alle siepi arse dal sole tra le colline,
ai capanni degli attrezzi,
all’ombra degli alberi e dei muri.
Gli anni delle incertezze,
come cartelli stradali
ci indicavano la strada,
e quasi sempre,fresca
era quella del desiderio.
Adesso ci nutriamo di certezze,
ed è solo un rumore, la strada.
La periferia che ferisce lo sguardo,
per noi fu tutto un concerto,
una rapsodia di occhi e di sperma,
e ancora cantano,di notte,
le nostre giovani promesse,
come anime che infestano i salotti
irrompono nel sonno degli amanti.
Tempo fa,sono entrato in una di quelle case
dove i nostri piccoli “ti amo”,bucavano pareti;
al loro posto, adesso, hanno piantato chiodi
per sorreggere quadri di pessimo gusto.
Per sedimentazione
sono precipitato dai vostri vizi,
dalla vostra mediocrazia pensosa,
(nulla potè il buon esempio)
dalla vostra spicciolata di parole
(fu inutile la parola)
mi separò la fica,prima
l’amore poi.
Tra i vostri dubbi sull’asso di bastoni,
l’occhio ha preso tutto.
la mano, sorregge spesso
il bicchiere sudato,col mignolino alzato;
la torre di cenere fumata dal tempo,
cade, annunciata, in abito grigio
come una certezza,sopra il pavimento.
Dei vostri bar mi nutro,
dai vostri bar io parto.
chi precipitò sul fondale
in punta di piede,
risalì, ma lentamente;
chè è difficile lo slancio
per chi poggia a sfioro
su fondale ardente.
quando vi vedo,occhi gialli,
in circolo, tra conio,carta ed un pulsante,
vedo la mia carne,spenta,putrida e fumante.
Arriva un altro giro come un abbraccio,
allora brindo, e spero,che scenda su di voi
la fica,come una salvezza, La dea,
in veste bianca, come una benedizione.
solo la carne,parla la lingua della carne.
amen.
IL mare
a pochi passi di vento
sbadiglia di sbieco
la luce del sole
alle sette della sera.
la luce è buona
per i ritratti,
ed io ritratto la mia esistenza,
metto sul piatto del ristorante
una frittura dorata di totani,
contro un pensiero che
solo all’apparenza pare distratto.
Giustappunto il mare ribotta
di scrosci contro il cemento,
mezzo miglio prima della riva,
incassano montanti
i frangiflutti.
Un tavolo sul mare
è soltanto un pezzo di legno
se non ci apparecchi la vita,
e io ritratto la mia vita
avanti al mare,ma
nessuna proposta mi pare,adesso
un’alternativa valida.
Sospiro,
ho riposto gli occhiali da sole nella fondina,
il mazzo di chiavi è un macigno
nelle tasche dei pantaloni estivi,
il casco è un animale domestico
ai piedi della sedia.
Il cameriere,gentilmente,
mi chiede di avere pazienza,
gli sorrido e sussurro tra me e me,
che un piatto non è mai vuoto,
quando ci apparecchi una vita.
Buon appetito.
quando il mio era un paese di pietra
le case pesavano di gente sul terreno,
affondava la pietra nella terra,
e la somma dei nostri piedi,era
una mandria di speranza nel fango.
le strade erano di ghiaia,
la gomma era soltanto su due ruote,
andava pedalata,
c’erano i cappelli in piazza alla domenica,
ed i bastoni ondeggiavano come pendole
al passo del tempo,il pomeriggio,
d’estate,quando i campi ardevano al sole,
e lo stivale rinforzato col ferro
scuoteva l’arena della strada,
sotto il peso della vita
che suonava il mondo.
Nascevano figli,
girocchia rotte per le strade della polvere.
Le porte erano sempre aperte,
il cibo chiuso a chiave negli stipi,
le donne ricamavano il dolore,
sorridevano pudiche nell’ombra
da sotto ai fazzoletti colorati.
Poi facemmo festa,
una festa disperata,
era l’istante prima.
La fotografia della valigia
ancora sotto al letto
senza spago,
il vestito buono
che avremmo indossato poi,
alla discesa dalle navi,
nelle stazioni dei treni,
col sorriso amaro,
con la speranza intatta
dopo oceani di stive,
dopo le lettere imparate a memoria,
dopo la guerra,l’avventura.
Fummo indigeni alla conquista delle Americhe,
di noi restano memorie e nomi,
e la nostalgia per la partenza,
per ogni arrivo,
come un pugno
al fianco,ci coglie
ogni saluto.
Il fondo del mare
è una lastra di marmo,
liscia ,infinita e bianca.
Ciò che trovo sulla riva
è soltanto ciò che ho perso,
solo ricordi
come sassi di spugna
che al piede non danno
alcun dolore.
Quando guardo il blu
vedo l’assenza
degli altri colori,
e saperlo
non mi basta,
allora mi stendo
con la schiena
sopra il fondo,
talloni contro marmo,
annego
e non mi basta,
la mia anima è un deserto
di amore e di blu,
ci affogo,
ma ancora non mi basta,
è la fame,
l’assenza,
che non mi ha mai saziato.
Giorni di poesie mai scritte
sono giorni di passi e sudore,
giorni di vita che anticipa altra vita
giorni gialli, accesi di sole al pomeriggio
di vento fresco in moto,
a solleticare il collo, teso ,
nudo,al sole, sotto il casco.
Giorni di parole mancate,
giorni di nomi urlati al vento,
di mani giunte e ferme,
esauste a riposare,sassi,
fra i sassi della spiaggia.
Il filo del mare,mi ricama,
poi curva all’occhio in lontananza,
così le mie parole si piegano
come acqua, al volere della luna.
Vita, che ti chiedo sentimento,
e tu rispondi fica,e vizi, e morsi,
e cadute, io mi inchino,
come un dio che sosta alla tua ombra
al tuo crinale,mi piego e aspetto;
passeranno in fretta i giorni della carne…,
e quando non chiederò che fica,
lo so,beffarda,
mi affogherai col sentimento,
e sarò lì, ancora testa bassa,
ad ingannare il tempo,
nella rincorsa,l’incidente,
il desiderio,lo scontro.
chi vive soltanto di parole
è un uomo morto,
parole e seghe
seghe e parole,
chi vive di seghe
è un uomo solo,
un uomo solo
è un uomo di troppe parole,
il fatto è questo,
essere soli e di poche parole
è cosa da pochi,
esiste una solitudine elitaria,
fatta di pippe e parole
ma più allegra,
per essere allegri
tra una parola ed una pippa
bisogna avere speranza,
un uomo solo,
tra una risata e una pippa
parla di una donna
e sorride,
un uomo davvero triste
tra una pippa e l’altra
si riempie la bocca di parole
parla di tutte le donne,
e aspetta l’alba,con livore
ogni notte, come una lama
ad accorciare la coda
dei giorni,dei ricordi
il lamento.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...