L’amore.


l’amore era il disegno 
color pastello delle elemenari,
nasceva nel silenzio verde
del banco caldo di sole 
alle tre del pomeriggio,
e mai subiva correzioni.
Andava bene così.

L’amore sarebbe,adesso, il silenzio,
l’attesa del tuono,che, dopo il lampo,
cresce alla distanza,il desiderio,
una tempesta dove mai arriva il tonfo,
chè cade appena prima il tempo.
il filo rosso da tagliare all’ultimo secondo.

L’amore sarà, forse,domani,
come il riposo,forse morire,
come un sorriso,
pochi denti da stampare ,
a bocca larga,
nello sguardo eterno
della morte.

Realtà,parola decisamente sopravvalutata.

lascio sempre molti vuoti,appesi
alle pareti delle mie stanze.
a volte mi rimproverano, gli amici,
di avere stanze un poco tristi,
ma non sanno,loro, quanti volti,
ogni giorno,appendo al muro,come
opere d’arte giornaliere,
come nomi senza significati,
uomini e donne senza misura, eterni,
come le albe e le nuvole.
Quello che vedo,è niente
rispetto a ciò che immagino.
Tutto ciò che immagino,lo so,
da qualche parte, esiste.

La strada.

la strada è tutto ciò che conta,

suona ruvida e oscura 

come lo spazio,

è il braccio sporco della galassia,

la via ferrea.

Mentre nel cielo esplodono stelle e leggerezze,

qua, nel fondo, dove la gomma si consuma sulla pietra

dove le carni si levigano al suono dei venti,

la gravità, il peso,l’incudine,regna sovrano.

la strada ne è il ricordo;

il monumento,il monito,

che recita:

Attraversami!

…e noi passiamo 

leggeri come piccole stelle bianche

pronte all’implosione,

lasciamo i nostri nomi sulle sponde

come abiti in riva al fiume

che ci inghiottirà,

dall’altra parte 

qualcuno ci aspetta,

e qualcuno ci urla

dei nomi 

adesso incomprensibili.

Dalla raccolta inesistente : Cronache di libertà. : La caduta

I giorni ci cadevano addosso come balle di cotone,ne sentivi il peso e non ti sfregiavano il viso nell’immediato.Poi, buongiorno dopo buongiorno, cominciammo a sanguinare.Chi dal naso,chi dalle ginocchia,i più sfortunati sanguinavano dall’interno,dal fegato,dallo stomaco… e quando se ne accorgevano era, normai, troppo tardi.Quella palla di gioie bianca e azzurra che ci pareva il mondo dei sei anni,sembrava aver conservato intatti tutti i colori,ma col tempo cominciarno a mutare gli odori,e con essi i pensieri.Nelle periferiedei nostri sentimenti,come delle città,cominciò a farsi largo l’odore acre delle fogne.I tubi nel sottosuolo davano rifugio ai topi di malaffare esiliati dalle campagne e sottoterra cominciò a fermentare il rancore e quindi la rabbia,come un’epidemia si diffuse in superficie.Silenziosa,mischiata all’olezzo dei desideri marciti,si insinuò nei nostri corpi come un parassita,come nelle più classiche delle possessioni demoniache.Gli occhi si colorarono di giallo nicotina ed i nasi si riempirono di polveri.Fu così che cominciammo a non guardarci indietro.Sentivamo il rumore sordo degli amici al tappeto,senza l’avvertimento del gong.I più fortunati gettarono la spugna, o qualcuno la gettò per loro.Io non ero tra i fortunati.Continuai a camminare fingendo la vita per chissà quanto tempo,ho tentato di correggere la vita con ogni mezzo a mia disposizoione.All’inizio le cose andarono bene,sembrava il mondo , un posto meno oscuro.Poi, col tempo, i giorni cominciarono a pigiare sui miei pochi desideri rimasti in vita fino a farne pastella per cani.Quando mi accorsi,in un istante di lucidità,cosa mi era accaduto,decisi di uscire dall’ingranaggio.Raccolsi i pochi spiccioli che avevo nelle tasche e salii all’ultimo piano della torre più alta della città.Lasciai cadere dapprima le monete,sarebbero state il mio gong.Che annunciassero la mia caduta,pensai,il re aveva abdigato.Sentivo il boato trionfale del pubblico in delirio che faceva capannello sotto la pila di cemento.Pochi istanti dopo,salltai verso l’alto, in avanti,nel vuoto.Sapevo che molti suicidi si consumano prima di toccare il suolo,il cuore non regge la caduta, e si finisce al suolo già privi di sensi.Per me non fu così.Il cuore pareva mi schizzasse via dal petto,ma resse eccome.Fino all’ultimo istante,sentii la folla ed il loro grugnire di telecamere.Quando toccai terra, non sentii niente,solo un rumore, lo stesso identico rumore dei giorni che batteva sulle nostre vite.Il mostro genera un mostro,pensai…Il mostro mi aveva tolto tutto da prima che io nascessi.Ero nato solo e per la spietata coerenza di questo mondo,ero finito da solo.Tradire le aspettative fu un lusso che non potei permettermi.Dalla mia carne alla mia carne,avevo chiuso un ciclo.Mi frantumai sul cemento come da programma.qualcuno vomitò.
“La libertà è un concetto relativo.”,recitava il foglio di carta bianca che avevo appallottolato nei jeans.

Cadono…

Di questi tempi

la sera diventa atroce,

e la notte tarda ad arrivare 

come un orgasmo trattenuto troppo a lungo.

Sarebbe inutile attendere al balcone

la caduta dei rossi,così

aspetto seduto dietro un muro,

una trincea.

l’Autunno minaccia cadute

e dalla torre continuano a cadere

quasi per caso,giovani vite.

Si spengono in un pensiero d’estate.

Domani i giornali titoleranno:

“la seconda studentessa in un anno”,

e noi a stento ne ricorderemo il nome.

A breve,ancora,  cadranno le foglie.

La mia malinconia è una nota stonata,

un botto di capodanno

dimenticato nell’armadio,

in mezzo ai costumi di tutte le estati.

Cosa avrebbe detto Carver?

oggi mi ha scritto un tizio,
voleva insegnarmi a vivere,
dice che gli ho rubato la donna,
e che lo faccio soffrire,
che questo numero di telefono qua…
sarebbe il mio, ma non è così, è palese che non è così,
avresti potuto chiamare e domandare, no?
comunque pare che gli squilli arrivino di notte
con le scarpe tutte rotte, bah…
conosco uomini che la donna se la rubano da soli
danno un nome ai propri demoni,
e questo gli porta via la donna.

Amen.

Una giornata al mare.

caduti i canti,

calpestati come bicchieri

sotto la ritirata della folla,

non resta che la solitudine

del mio mal di testa,al mattino,

il mare è un pensiero fisso

che ristagna tra i monti,

matura sovrappensiero

come una poesia.

inforco gli occhiali,

isso un cappello di paglia al sole,

la macchina già  si aggrappa al ritorno,

lascia briciole di benzina e vapori

dietro lo scappamento.

aspetto il ruggito della terza

che gratta all’ultima curva dei monti,

allungo nella pianura con un sorriso,

il vento fa un mulinello tra i capelli,

il sole si specchia nel paraurti cromato alle mie spalle,

mentre,una musica sale dalle plastiche,

e mai  capisco ,

se mi piaccia più il cammino,nell’attesa,

o l’azzurro dell’arrivo.

c’è un cane ,bocca aperta,sotto al sole,

sente i miei passi ed il mio odore,

io passo e non si volta,

una portiera che sbatte

finge l’onda che sferraglia sullo scoglio,

il faro fa l’occhiolino al tempo,

e io mi distendo avanti al mare

come un foglio bianco, sulla scrivania di legno

là, dove ero sempre stato.

Ferragosto.

Come carni aperte 
stese al sole,
marinate nelle 
notti brave del vino,
ci immoliamo per l’estate,
vele
gonfie d’azzurro
in bella vista 
avanti agli occhi
del mattino,
il barbecue dei nomi,
a Ferragosto
mi sveglio sempre troppo presto!..
e vino e birra e denifricio,
il telefono squilla un ritardo,
sbuffa il caffè,
chi siamo?Dove?quando?
nomi e numeri,
e sempre manca qualcosa,
qualcuno,
come una domanda, 
che nessuno,ormai,
osa più ripetere.

Tango

un tango,

la vita ti sarà sembrata ruvida,

come la punta della scarpa

che striscia sul pavimento poroso di cemento.

un tango ,

la vita ti si  sarà aperta avanti all’alba

in campagna, come due gambe di donna

che s’aprivano al salire della gonna scura.

un tango,

ti saranno parsi i tuoi figli lontani

durante i racconti degli operai

intorno al fuoco che strepitava la notte.

un tango ,

i tuoi occhi da attore ubriaco,

mentre cantavi tristi serenate alla luna.

un tango,

di camicie sudate,

di sentieri arrovellati tra i monti,

stretto ai fianchi di una donna  vogliosa.

un tango,

dolce come il secondo sorso di vino,

il lamento annegato nel sorriso.

un tango,

dopo la carezza sul collo

avrai certamente sbattuto il bicchiere

sul tavolo,

l’attimo prima di cominciare a danzare.

un tango

nel ruggito del fiume,

il rumore della tua terra lontana

ti ha trafitto i sensi

come un tradimento.

un tango

come una rapida di spuma e di vino,

ubriacava il cammino,alleggeriva le pene

fino al domai, fino alla valle.

un tango 

per essere altrove,

per scavalcare la notte

per ingannare lo spazio

nell’ incoscienza dei sensi

sul pavimento del tempo.

un tango 

per disegnare coi piedi

sul pavimento sudato

figure dimenticate dagli occhi,

tatuaggi ripassati coi tacchi

nelle profondità dell’anima.

Un oceano di silenzio.

Galleggio sotto al sole

in un oceano

denso di silenzio,

le auto sulla statale

in mezzo alla valle

strisciano i clacson

contro vento  e si allontanano.

un cane si scioglie

all’ombra del paraurti,

le posate ammucchiate

nei cassetti delle due,sferragliano

come campanelli d’allarme,

tremano nella nebbia calda del vapore.

Sotto è una burrasca di nulla,

un oceano di silenzio,

è una vecchia sporta alla finestra,

col pennacchio nero della morte,

il capitano sul cassero di pietra;

impertisce gli ordini con gli occhi,

ella mi guarda ed io mi taccio,

il randagio abbaia,

un accenno di vento,

una voce amica,

 poi riporta gli occhi al cielo

ed ancora tutto tace.

nell’oceano centigrado di Agosto 

il silenzio vacilla

come l’ acqua di una brocca 

lanciata agli assetati.

E’ tutta un’attesa in silenzio,la vita

è la notte prima della sera.

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