Mi piace pensare che esista un posto tra la mente e il corpo, in cui i sentimenti esistono in una forma neutra, sotto forma di energia potenziale, come un bicchiere di acqua sempre pieno e desiderato. Dove il corpo é visto come un pianeta lontano ed i pensieri come stelle fisse.
Mi piace pensare di non essere vuoto, ma neanche pieno, e mi abbandono al nulla a cui aspiro, col niente che sono, ed in quel momento, in quello soltanto, sono certo di essere vivo.
Poi suona il citofono.
Poesia d’amore sulla fiducia
ci siamo guardati a lungo
per tutta la durata della curva,
la pericolosissima curva che
circumnaviga la piazza sotto casa
quando piove, poi dall’interno del pullman,
che pareva un posto più accogliente dell’ombrello,
mi hai fatto una linguaccia,
e ti ho sorriso e mi hai sorriso,
se “La morte è la curva della strada”
la curva appresso deve necessariamente far nascere qualcosa.
Sarà che sei bella, almeno per il mio astigmatismo,
oppure che la gente si prende troppo sul serio,
ma io mi innamorerei di te volentieri,
sulla fiducia, ché la leggerezza è merce rara sotto casa,
al contrario di hashish & eroina,
e magari se t’avessi detto che ti amo
avresti anche fatto finta di credermi,
ed io ti avrei chiesto di mostrarmi ancora
la tua lingua, ma con fare marpione,
tu me l’avresti negato, ed io t’avrei amata davvero,
fino alla curva successiva.
Napoli-Puskin-2001
Ho aperto un libro di Puskin
Che mi fu regalato da liliana detta Slobo
Nel lontano 2001
Solo per annusarne l’odore delle pagine.
Poi ho letto giusto qualche poesia
Evidenziata dalle orecchie lasciate
Tredici anni fa. Ero
Convinto di sentire l’odore di quei giorni
Ma ho trovato un retrogusto
Di steppa e neve caduta da mesi e
bellezza abbandonata tra i boschi
E poi una carezza, quella notte
Con Napoli ai miei piedi
Mentre loro penzolavano teneramente
Dal precipizio pieno di luci,
che cade sotto San Martino
quando la notte é limpida ed il mare é calmo.
Davo le spalle al concerto degli E’Zezi
ed alla mia vecchia vita, che avrei lasciato poco dopo,
come si lascia un’arancia ad ammuffire sul tavolo.
L’odore dei libri non ha niente a che fare col tempo
Certi libri odorano sempre di sangue appena munto
Ogni volta che li apri.
avete idea amici?
Avete idea a tarda sera
quando nessuno vi cerca
e la tv è una voce amica di venti anni prima
e gli amici stanno facendo l’amore,
non proprio tutti ma è quello
che si augura agli amici
in ogni caso,
avete idea e lo so che ne avete
quando non hai più desideri
e non stai proprio male
ma neanche troppo bene
avete idea del limbo
di un parcheggio sotterraneo
dove le auto finiranno col perire
l’una contro l’altra prima o poi
avete idea la lunga notte senza voci
senza un messaggio d’amore
senza una carezza
senza appetito
avete idea che se avessimo davvero fame
saremmo usciti a mangiare
e ci sembrerebbe un buon motivo per vivere felici
o almeno per provarci
ma l’inganno amici miei, è questo
avere cose inutili,
per non desiderare il necessario,
e così amici miei, moriamo
uno ad uno, senza aver concluso un cazzo
senza aver mai avuto una buona idea
senza aver camminato sulle acque
al di fuori delle strade bagnate
al di fuori del fatto di saper accettare la morte,
ché tanto vaffanculo si dovrà pur morire,
dopo non aver trovato alcun senso
a questo strano compromesso
tra il terreno e il metafisico chiamato vita?
Avete idea amici
che io non ho la più pallida idea di cosa si nasconda
sul fondo della mente
e perdo tempo fondamentalmente
a cercare la bellezza nel terrore
di una verità che ci ammazza
senza lasciare alcuna spiegazione…
Avete idea amici? avete un’idea amici?
Ma che non sia solo una nuova legge elettorale…
Vabbè ti chiamo.
ti chiamerei adesso
ti chiamerei solo per dire:
usciamo ché io qui non ho la macchina
guida tu
e tu avresti certamente riso
a causa dei chilometri che ci separano
ma non solo.
ti chiamerei soltanto per dire
vieni, quando avrei dovuto dire, arrivo.
Ma sono fatto così
metto una distanza ai desideri
e poi tiro la corda fino a quando non si spezza.
ti chiamerei solo per dire qualcosa di vero
ma non ho niente di vero da dire adesso
magari ti chiamo e sto in silenzio
e aspetto che mi dica qualcosa
qualcosa di stupido, magari che sei sul treno,
o sotto casa mia, anche se non è vero.
ti chiamerei soltanto per rompere qualcosa
qualcosa che faccia molto rumore, un patto, ad esempio.
Ti chiamerei soltanto per fare due risate
ma io e te non sappiamo più ridere
senza che un silenzio inacidisca l’aria
dopo aver parlato, e senza che il muro mi fissi
con quell’aria interrogativa
quando poi chiudo il telefono,
ma ti chiamerei comunque adesso
per dirti tutto quello che ho pensato
prima di non chiamarti,
a saresti ancora l’unica a ridere di gusto,
vabbé ti chiamo.
dalla raccolta ineditabile “piccoli racconti inutili da non tramandare ad improbabili nipoti.”
Francesca.
Una volta a Napoli conobbi una ragazza
era un periodo folle
dormivo molto poco
e bevevo decisamente parecchio
la conobbi in piazza S. Domenico
Aveva un attico che affacciava proprio sulla piazza
avevamo vent’anni o poco più
lei mi superava di qualche centimetro in altezza
aveva un bel viso e per qualche strano motivo
mi chiamava “ il demiurgo”
ma all’epoca non mi facevo troppe domande.
Un giorno, verso pranzo, ci incontrammo per strada
e mi baciò con una passione poco corrisposta.
ricordo che ebbi quasi paura, paura di prenderle,
Mi guardava come non mi ha mai guardato nessuno
aveva fame, voleva mangiarmi, ne ero certo.
Mi avrebbe invitato di nuovo a casa,
e con uno dei tanti coltelli che sfoggiava appesi
alla staffa magnetica della cucina, mi avrebbe fatto a pezzi
e poi mangiato. Sono anche certo che avrebbe cominciato dal collo.
Su questo non ho mai avuto dubbi.
Cercai di svignarmela in tutti i modi, ma mi seguì fino al pullman,
fino a piazza Garibaldi. Ci siamo dati anche l’ultimo bacio,
ormai avevo paura, e forse ero anche alticcio.
Il ricordo del sollievo che provai appena mi sedetti sul seggiolino,
è ancora vivido e tangibile, dopamina, endorfina, xanax, serenase,
tavor, valium, xerotonina in confetti, avevo vinto la guerra.
Non ci vedemmo mai più.
Ogni tanto mi fisso
Ogni tanto mi fisso
Con qualcuna o qualcosa
A scapito del resto
Qualcuno a posteriori
Lo chiamerebbe amore
Ma io non lo so dire
So soltanto che
Quando desidero un culo
Vuol dire avere
Ampi margini di salvezza
Quando ho desiderato le labbra
Ho desiderato un amore
E non si deve mai desiderare un amore
Ché é l’unica strada per non ottenerlo
E bruciare tutto il resto
E tralasciare culi e occhi
Che ci passano accanto
E tutti dovrebbero sapere
Che il culo e le tette
Sono solo la coperta dell’amore
E a volte basta far cadere il velo
Per scoprire che sotto la superficie
Si celava quella cosa che ti stava cercando
Il corpo serve per essere trovati
Dalle cose che erroneamente
Stavi cercando.
Minchia cordis
ti dissi, usciamo!
mi hai riposto, da amici
ho rilanciato,
usciamo da amici, a cena!
hai detto, aspetta, ma
io conosco solo l’urgenza
e il tempo è trascorso
senza una chiamata
e mi sono innamorato di te
solo perché non t’ho più vista
Minchia cordis!
mi ripeto, adesso, a mezza bocca
ogni volta che sento il tuo nome,
e a volte sorrido, altre bestemmio,
le rare volte che ti vedo passare.
Minchia cordis!
Emigranti
non avete idea
come risuona a lungo
e nitido
l’eco delle partenze
dei nonni
negli occhi dei nipoti.
Chi è partito
un tempo
partorisce il futuro
nelle distanze
e tutti gli emigrati
per generazioni
restano fratelli
senza ritorno.
Gli amici lo sanno
gli amici lo sanno
della solitudine
e di quelle cose là e
anche Carver lo sapeva.
gli amici lo sanno
ché berrai parecchio
o è come se sapessero,
e adesso tu mi chiedi:
Perché non mi parli?
(mentre allungo la mano
sotto al tuo maglione
per cercare le ultime parole) ma
La domanda ha partorito solo un sospiro
e poche, consuete, parole:
smettiamo di scopare e
diventiamo amici, ché
gli amici non chiedono,
gli amici lo sanno.
Poeti? Ma sticazzi!
Ai poeti servono le cose che non servono e si atteggiano come se servissero, proprio come tutti i non poeti, ma li chiamano poeti, perché sono sinceri, i poeti, e talvolta anche gli altri sono sinceri, ma non sono poeti, o forse lo sono, forse basta essere sinceri per essere poeti, ma chi è sincero veramente? I poeti? i non poeti? qualcuno azzarderebbe a dire che è poesia la confusione? ma se poi te ne vai al mare senza scrivere una poesia, perché sei stato bene, allora forse sei poeta, oppure se dopo un mese scrivi una poesia sul mese prima, perché non sei più al mare e non hai altro di meglio da fare che scrivere una poesia sull’essere o meno un poeta in bikini… Allora forse…
Ma che ne so.
Chissene..
Dalla collana ineditabile ” I Microracconti”
Eravamo in tanti e
tutti guardavamo la stessa donna
chi ne lodava del gambe
chi il culo
alcuni le tette
le mani gli occhi, la bocca
indossava un vestito rosso
cadeva appena sopra il ginocchio
era la Primavera
quella cosa che spinge ad uscire fuori casa
poco vestiti anche quando la brezza, alla sera,
regala ancora qualche brivido.
Attraversò la piazza come una una volpe attraversa la strada
le avevamo puntato i fari addosso
si girò verso di noi per un istante
e colsi nel suo sguardo una nota bassa
come l’ eccessivo odore di legno
che ha intaccato il più elegante dei vini
era umana.
Vidi tutta la decadenza del mondo
in un solo sguardo
mentre una mandria di spacciatori tunisini
le faceva largo creando un corridoio di carne,
concedendole il più sgraziato onore delle armi
fischiando e starnazzando come anatre in calore.
Scomparve dietro il porticato delle poste
come una diva del cinema,
come una disperazione,
come il segreto che mi porto in seno
come tutti, una nascita, una morte, un abbandono,
un omicidio, una vendetta, un figlio,
una dipendenza, una fede,
lasciandomi là senza risposte
sotto il peso del mondo.
