In due giorni Maggio se ne va.

Qualcosa sull’autostima
La sento borbottare di fianco
Dai tizi in fila per le casse.
La festa dei lavoratori
Mi suona anacronistica
Come un giubileo.
In cima a Sant’ Elmo
C’è una parabola che pare una luna
Ed un elmo gigante
Ferito da frecce.
Questi sono i fatti.
Poi possiamo disquisire
Sul simbolismo del concertone
Con la musica di merda
Ma lo faremo un’altra volta
E non in una poesia che vorrebbe
Significare due o tre cose
Ma che non arriverrá davvero
A soddisfare la richiesta.
Sebbene il groppo in gola
Sebbene il caldo inaspettato
E questa voglia di pizza
Che asfalta ogni moralismo.

Ieri ho scritto queste righe
E poj un qualcosa è andato storto.
Io che divento millefiori
E poi questo distacco
Tra la vita e la mia voce
E l’altra voce che rimbrotta:
Non hai niente da offrire, dice:
Sei povero e vecchio.
Non hai niente da offrire. Dice.
Pago qualche birra. Qualche pizza.
E gli spiccioli di sentimento li uso
Per incassare due ganci e un diretto.
Abbasso la guardia. Lascio andare a segno i colpi. Accenno una reazione.
Ma questo soggettivare mi pare troppo pretenzioso. Poco terapeutico.
Cosa ci trovi di bello in questa cronistoria? Poi la notte senza sonno.
Nemmeno una parola dai vicini.
Solo la strada con i soliti ululati e qualche lampeggiante.
Al mattino sono solo come un filo di rame. E poi il sole di Maggio disegna un rettangolo sul pavimento e sembra dire:
Questa è la tua casa, che sia vuota o che sia piena dipende solo da chi osserva.
Le decisioni irrevocabili ricordano certi discorsi alle folle. Qui siamo io e te da soli, sopra uno specchio di luce a disegnare con l’aria. E maggio se ne va… Maggio se ne va come una carezza.
Da dietro la finestra qualcuno che mi dice: ti voglio bene. Ma qui non c’è nessuno. Nemmeno io. E maggio se ne va, come una carezza.

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