Ieri discutevo con amici del pudore
Poi il vino ha preso il sopravvento.
E poi di poesia come luogo comune
Che manco il gin tonic ha scardinato
Scardinale: la numerazione del pudore
Andare braccia tese verso amore che vuol dire voler bene. Cos’altro?
Quanto la religione ci ha castrati?
Anche a noi infedeli. Dico. Se nasci
Nudo poi ti copri le vergogne.
Mi chiedo perché ogni volta
Il sesso e l’amore pubblico sia così minaccioso per la nostra misera esistenza.
Cosa il corpo nudo e godereccio
Cosa la carne. Cosa il sangue vergine.
Cosa Il cazzo o fallo o vagina o fica
Cosa lo scandalo. L’Abelardo e il Golìa.
Io soffro il disamore. Lo scandalo del sopruso e della prevaricazione.
L’abiuo di ideali, il potere. e la violenza dell’onore. Dell’io che dico io ché sono un poverino.
Io canto l’eterna vittoria della fragilità
Del corpo nudo come religione
Del sasso che spinge sulla pianta del piede
Dal terreno verso l’altro.
Beata sia l’adolescenza del pensiero.
L’istinto umido e animale che cerca nei corpi il rifugio. La casa ferma. Il bivacco.
Canto il regalo della vita contro la vergogna di essere vivi. Lo scandalo che fu dei farisei
Non lo provò certo il vostro Cristo.
Riporto vecchie interviste del secolo passato come salsa accesa e rossa.
Lo scandalo è la guerra. L’arma. Il confine.
Banale come il peto. Mediocre come il possesso. Io che della religione non ho niente se non l’amore del dio di carne.
Non temo l’ignoranza del mistero né della solitudine. E pure cerco riparo come la mosca e ho paura qualche volta di qualsiasi infinito. L’ansia dell’inutile mi atterrisce come un mausoleo. Ma poi arriva la carezza. Sempre. Che sia la mano o il filo d’erba che trema. Come pelle stesa al sole ri rinnova la vita fino a quel punto. E poi boh.

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