Cose. Distanze. Okuto Ken.

Una mela, una banana, un bicchiere vuoto.
La tazzina del caffè tiepida.
6 sedie bianche – la porta finestra socchiusa
La ringhiera sul verone del non paterno ostello, in ghisa del 700 ha il suo morbillo di ruggine. Anch’essa. Una tajine sulla libreria
Per reggere dei libri. Gli occhiali da sole
Sul tavolo accanto alla frutta (La voce fuori campo:Giuditta!) (Ridi!) Due sedute più a destra. Tavolo. Bianco. Ikea.
Un muro paglierino scarico, a destra, la tua di te che scrivi e che leggi, dove un tempo era agganciata la TV: 7 buchi da stuccare. Come colpi di pistola, ti piace immaginare la scena:
* Giggino Sparante(aka the Mani Gold) – Adesso hai rotto il cazzo! Ti scarico il caricatore sul perimetro della tua faccia da culo!
Subito pensi alle stelle, ai buchi neri, alla relatività. A quel vuoto che porti dietro da prima che nascessi. Siamo fatti della stessa sostanza della distanza. La cosa ti ha fatto sorridere. Hai visto gli atomi, gli elettroni orbitare intorno ad un nucleo lontanissimo eppure obbedire alle forze che credi almeno in parte di conoscere bene, Sparire e poi ritornare.
Così, come gli amori, fanno dei salti ancora inspiegabili e poi riappaiono come per magia con le rate di un mutuo, la retta dei figli che non hai mai conosciuto, carezze inesplose, dubbi, alberi, perplessità, amenità e altre cose che che fanno rima traspartà.
Quei sette buchi nel muro, come le sette stelle dei carri, di qualcosa già visto ma soprattutto di Okuto. You know what I mean. Ken. (cantato) Mai mai scorderaiiih, l’attimohh…

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