una vita da scrittoio.

le voci della gente
rigano il sonno
e la veglia

con le stagioni
stagiono, e
qualche crepa qua e là
per i campi

su di noi
appena una nuvola
liscia bianca di carta sottile

porto i segni
dei sogni degli altri.

il cielo ha la mano pesante.

Sì, ma a me che me ne fotte?

amo la musica
ma non ho un musicista preferito
amo la letteratura
ma non ho uno scrittore preferito
non ho mai venerato niente e nessuno
ho stima di molti
ho profondo rispetto per i padri
ma più per le madri
non disprezzo chi ha successo
ma gli preferisco i perdenti
mi piace circondarmi di persone intelligenti
ma ho un occhio di riguardo per i deficienti
forse tiro solo l’acqua al mio mulino
ma l’intelligenza non costa fatica
la deficienza, invece, è una lunga salita
i parametri meritocratici post industriali
mi causano forti conati di vomito
amo gli esseri inutili, improduttivi,
dissipativi, dissoluti, dissolventi,
che sublimano ubriachi come animali feriti
nelle nebbie delle albe più umide.
le troie sono sempre sincere.
qualsiasi cosa dicano
mettono un prezzo alla carne
e come macellai animalisti
tengono per sé la parte migliore,
hanno più pudore della maggior parte della gente.
mi piace scoprire la gentilezza
nei burberi, la generosità negli avari,
mi piace far pensare loro
che non tutto il mondo gli è ostile
mi piace essere sorpreso
mi piace sorprendere
mi piace pensare diversamente
mi piace il pensiero divergente
mi piacciono gli ingenui
anche se sono persone pericolosissime
disprezzo sempre un poco i preti e le suore
ed ogni moralizzatore
la grettezza reazionaria fascista
ed il totalitarismo socialista
schifo alacremente i duri e i puri
soprattutto quando vogliono cimentarsi in politica
lo so, lo so, adesso starai pensando
“sì, ok, ma a me che me ne fotte?”
ecco, che anche tu, adesso, sei rientrato
rocambolescamente in mezzo alle mie grazie.

Dissertazione Diversamente filosofica sull’esistenza delle pulci.


Ho sempre sentito molto vicini gli ostentatori.

Mi hanno sempre fatto tenerezza

come mi faccio tenerezza da solo in talune circostanze

non che io sia un ostentatore, che cosa dovrei ostentare poi? Mi chiedo.

tutte le loro insicurezze d’amore, la loro paura di diventare poveri

di non avere più nulla se non considerazione e il denaro,

la terra la vedo tremare sotto ogni loro parola di grandezza

vedo baratri aprirsi dentro ogni sorrisone a 32dentibianchissimi.

Vedo la puzza della loro paura impregnare colletti inamidatissimi e bianchi.

La sento arrivare ancora prima del loro profumo MontBlanc, Cartier…ecc. Ecc.
Oggi un tizio vestito di tutto punto mi parlava della sua magnifica azienda
della sua tradizione storica, della lavorazione artigianale delle buccce al fine di ottenere

un liquore come si faceva una volta, della sua villa a Cuba, che però visita una decina di giorni all’anno e della casa a Cortina che non occupa da un pezzo.
Forse è per questo penso che la chiamino Cortina D’anpezzo, gli suggerisco,
così ride lui e rido anche io.
Ha capito che ho capito, ha capito anche il mio disgusto per le sue origini fasciste,
– Vedi questa è la fascia della marcia su Roma, era di mio nonno.
«Che culo! » – Perdona la mia schiettezza. 
– non preoccuparti, ho capito che sei comunista.

« Non sono comunista, comunque lasciamo perdere…»
L’umanità ci unisce al di sopra di ogni differenza, di ogni credo, ho visto la sua solitudine,

ed ho avuto paura, la sua paura, forse non proprio è uguale alla mia, ma è originata dalla stessa matrice.
Gli uomini sono tutti gli uomini. Per quanto le nostre culture tendano ad isolarci.
Sento la stessa paura, legarci stretti gli uni agli altri, la nostra insignificante esistenza

incombere come un condor, sulle nostre coscienze_carcasse putrescenti.
Questo è essere uomini. Accettare la gogna divina, testa alta o bassa non fa differenza.
Qui non si vince e non si perde niente. Abbiamo tutto. Siamo tutto. 
C’è la scintilla divinamente atea nella condivisione, nella spartizione, nella compassione.

Sento di appartenere al mondo e agli uomini e niente mi appartiene perché appartengo al niente.

La paura è il promemoria quotidiano con tanto di allarme, che suona di tanto in tanto più feroce,

per ricordarci la nostra luccicante inadeguatezza. C’ è una bellezza accecante nei vinti.

Nelle persone cadute sotto i colpi della grande massa. Nessuno mai da queste parti vince davvero.
Ma come spiegarlo ai “vincenti”? Forse capiranno un giorno di aver sbagliato tutto e penseranno di aver fallito, e forse saranno per la prima volta sulla direzione giusta, ma senza comprendere che tutto è oscuro. 

Io uso la bellezza come metro campione. Mi barcameno tra le braccia, bocche, mani, culi, tavoli, aeroporti, mari, fiumi, laghi, monti, penso e ripenso , ma ancora non ho trovato niente di meglio.

Un giorno fuori dal comune. ( dalla collana ineditabile ” i micriracconti)

Siamo d’accordo che oggi sia un giorno fuori-dal-comune

e non ne faccio una questione di campanile

solo perché mi trovo molto lontano dalla mia città

siamo d’accordo che oggi ho provato a sfiorarti il collo

con il palmo aperto della mano e tu ti sei fatta accogliente

ed è per questo che oggi è un giorno fuori dal comune

ma non solo, ecco, vedi,

oggi ancora non si è ammazzato nessuno nei dintorni della mia abitazione

ed il bancomat non mi ha risposto picche

così ho comprato qualche libro nuovo, un paio di scarpe ed una eccellente bottiglia di Porto

Siamo d’accordo allora che oggi sia un giorno fuori dal comune,

dal comune buonsenso, è evidente, se sono ancora qui a parlare di te

nonostante i fantasmi mi danzino in testa già da mezzogiorno

sotto questo umidiccio sole d’Estate che non accenna a fare regali.

il fatto che tu non risponda, mi rincuora. Bene, allora siamo d’accordo

non una parola di più.

Apro il libro, stappo la bottiglia, le scarpe sono comode e di una certa grazia.
Dio santo, le tue spalle, la polo rossa, il tuo culo che armonizzava la piazza

ed il tuo incedere che allungava con una prepotente timidezza la triangolazione

tra me, il tuo profilo ed il portone di casa tua. Chi ha inventato la prospettiva,

deve averlo fatto seguendo il culo della sua amata fino a vederlo scomparire dietro l’orizzonte.
Dio santo. Che amore, che fica e che disinvoltura nel calpestarmi il cuore.
Siamo d’accordo che oggi sia un giorno fuori dal comune. Ogni giorno.
Da quando ti sopravvivo, mi calma solo la scrittura. Ogni giorno, da allora,

è un giorno fuori dal comune.

Ascensori

lascio lo stereo acceso
la musica mi segue come una madre apprensiva
“non fare tardi” sembra dire dal fondo del corridoio.
qualcuno mi aspetta in mezzo alla piazza,
un gomitolo azzurro si scioglie alle spalle,
me la porto dietro con un filo di voce,
al terzo piano una ragazza si sistema i capelli
il ragazzo le tiene al mano sul culo
Siamo d’accordo che è una bella giornata
e nessuno guarda più il cellulare
poi riprendo a cantare,
Conoscono segreti gli ascensori
che manco Andreotti.

quasi esanime

Amo la terra
come Borges
Buenos Aires 
Sogno come
un garzone del bar
a Lisbona
Scrivo come fossi
in una camera ammobiliata
di New York
Rido e piango
e sono sempre io
ma non è la mia voce a parlare
sono tutto quello che incontro
e quello che non vedrò mai
inutile matita spuntata
distesa sulla scrivania
quasi esanime
sono un pezzo di legno e
tutto il mondo in potenza.

Itaca

itaca petrosa
io non sono Ulisse
sono un figlio della breccia
sale il lamento dei chicchi di grano
sotto la falce del sole
nel costato ho pintata una spina
quando canta la terra
Itaca petrosa
io non sono niente
sembra suggerire un canto
che sale dalla voce dei partiti
scavo le parole a mani nude
scorre Venere nel profondo della terra
me lo disse Lorca quando avevo dodici anni
Itaca petrosa
io non sono niente
sono un morto che cammina a piedi nudi
cerco sollievo dentro l’ombra dei perduti.

That’s entrateinement!

ho un problema con lo scrivere cose intelligenti…
Una volta scritte, sembrano sempre stupide.
Mentre le cose stupide lasciano sempre spazio all’interpretazione,
ci sarà sempre qualcuno che ne farà una lettura intelligente.
Allora si è stupidi o intelligenti a seconda della lettura che si fa delle cose?
Si possono scrivere cose stupide in maniera intelligente, ovvero con contenuti effimeri, e viceversa, scrivere cose intelligenti in maniera stupida, ovvero in una forma poco persuasiva.
Poi si possono scrivere cose inutili come questa, tanto per impegnare cinque minuti prima di prendere l’ennesimo caffè.
and…That’s entrateinement!

.E la chiamano Estate.

dalla famosissima collana i microracconti ineditabili :
.E la chiamano Estate. 

Era così che irrompeva il sole al mattino
Come un calcio nel culo direttamente nel letto.
Mentre il mondo fuori faceva colazione,
anche la sbornia più pesante
Sotto ai portici, era ormai solo leggero mal di testa.
Così il sole ci richiamava all’ ordine da dietro le tende
Con l’antico senso di colpa, col peso del peccato originale,
col vapore leggero delle fontane, al mattino.
Con la patina umidiccia sulla fronte.
Il letto pareva una figa zuppa di miele
Ed io non mi muovevo per paura di sprofondare
Nella sabbia immobile del giorno.
Giù, nella tenebra dei clacson e delle madonnemajale
Non sarei sopravvissuto più di tre minuti. Se mi fossi alzato di scatto
Avrei toccato le ovaie del mondo con la pianta dei piedi e ci sarei morto. Era chiaro!
Dormi ancora un po’ 
“É quasi Estate.”
Significava tutta quella musica di merda alla radio.
Dormirò fino a Novembre.
Farfugliai con le labbra impastate.
E ricaddi, rigirandomi come una bacchetta di formaggio pecorino fresco, in una pozza di miele caldo. 
Sotto al balcone l’ennesima bestemmia
Avevano investito una donna
niente di grave
niente di grave
solo fino a Novembre
poi mi sveglio, lo giuro.

Quando comincia l’Estate.

immagina un patio
mura intorno
abbastanza alte
a proteggere il pozzo
il sole poco di fianco 
fa un’ombra pesante
che riempie gli occhi.
Sul piano, le porte
con delle tende bianche
mosse da dentro
da un’odore di legno,
un profumo di botte
sale dalla cantina,
i colori dei fiori
confusi nel fresco,
così è il mio cuore
quando comincia
l’estate

Certe volte invento storie che fanno ridere
perché la verità ha un peso troppo grosso
per essere sostenuto con la bocca chiusa.

indigena

come acchiughe

voi parlate
e fate vento
ed io mi piego
come un pino
piegato dal maestrale
le vostre bocche sono marce
e il paesaggio si piega, nel fetore,
e con me, la collina
e la pietra si scava
e senza nuvole
il cielo pare inutile
e le vostre bocche puzzano di stampa
e noi che qui ci pieghiamo
nelle fabbriche che uccidono
negli orti zeppi di parassiti
nelle cantine a cielo aperto
e sui banconi dimenticati dai cieli
ci troviamo nei pensieri a tarda notte
e lungo le panchine
dei viali senza glicine
sogniamo tramonti tropicali
noi qui che ci pieghiamo
siamo uno spettacolo maestoso
come acciughe stanche di lottare
con le parole,
facciamo il pallone
che gente molto ricca
calcia con estremo rigore.

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