Vabbè ti chiamo.

ti chiamerei adesso
ti chiamerei solo per dire:
usciamo ché io qui non ho la macchina 
guida tu
e tu avresti certamente riso
a causa dei chilometri che ci separano
ma non solo.
ti chiamerei soltanto per dire
vieni, quando avrei dovuto dire, arrivo.
Ma sono fatto così
metto una distanza ai desideri
e poi tiro la corda fino a quando non si spezza.
ti chiamerei solo per dire qualcosa di vero
ma non ho niente di vero da dire adesso
magari ti chiamo e sto in silenzio
e aspetto che mi dica qualcosa
qualcosa di stupido, magari che sei sul treno,
o sotto casa mia, anche se non è vero.
ti chiamerei soltanto per rompere qualcosa
qualcosa che faccia molto rumore, un patto, ad esempio.
Ti chiamerei soltanto per fare due risate
ma io e te non sappiamo più ridere
senza che un silenzio inacidisca l’aria
dopo aver parlato, e senza che il muro mi fissi
con quell’aria interrogativa
quando poi chiudo il telefono,
ma ti chiamerei comunque adesso
per dirti tutto quello che ho pensato
prima di non chiamarti,
a saresti ancora l’unica a ridere di gusto,
vabbé ti chiamo.

dalla raccolta ineditabile “piccoli racconti inutili da non tramandare ad improbabili nipoti.”

Francesca.

Una volta a Napoli conobbi una ragazza
era un periodo folle
dormivo molto poco
e bevevo decisamente parecchio
la conobbi in piazza S. Domenico
Aveva un attico che affacciava proprio sulla piazza
avevamo vent’anni o poco più
lei mi superava di qualche centimetro in altezza
aveva un bel viso e per qualche strano motivo
mi chiamava “ il demiurgo”
ma all’epoca non mi facevo troppe domande.
Un giorno, verso pranzo, ci incontrammo per strada
e mi baciò con una passione poco corrisposta.
ricordo che ebbi quasi paura, paura di prenderle,
Mi guardava come non mi ha mai guardato nessuno
aveva fame, voleva mangiarmi, ne ero certo.
Mi avrebbe invitato di nuovo a casa, 
e con uno dei tanti coltelli che sfoggiava appesi 
alla staffa magnetica della cucina, mi avrebbe fatto a pezzi
e poi mangiato. Sono anche certo che avrebbe cominciato dal collo.
Su questo non ho mai avuto dubbi.
Cercai di svignarmela in tutti i modi, ma mi seguì fino al pullman,
fino a piazza Garibaldi. Ci siamo dati anche l’ultimo bacio, 
ormai avevo paura, e forse ero anche alticcio.
Il ricordo del sollievo che provai appena mi sedetti sul seggiolino,
è ancora vivido e tangibile, dopamina, endorfina, xanax, serenase,
tavor, valium, xerotonina in confetti, avevo vinto la guerra.
Non ci vedemmo mai più.

Ogni tanto mi fisso

Ogni tanto mi fisso
Con qualcuna o qualcosa
A scapito del resto

Qualcuno a posteriori
Lo chiamerebbe amore
Ma io non lo so dire

So soltanto che
Quando desidero un culo
Vuol dire avere
Ampi margini di salvezza

Quando ho desiderato le labbra
Ho desiderato un amore
E non si deve mai desiderare un amore
Ché é l’unica strada per non ottenerlo
E bruciare tutto il resto
E tralasciare culi e occhi
Che ci passano accanto
E tutti dovrebbero sapere
Che il culo e le tette
Sono solo la coperta dell’amore
E a volte basta far cadere il velo
Per scoprire che sotto la superficie
Si celava quella cosa che ti stava cercando

Il corpo serve per essere trovati
Dalle cose che erroneamente
Stavi cercando.

Minchia cordis

ti dissi, usciamo!
mi hai riposto, da amici
ho rilanciato,
usciamo da amici, a cena!
hai detto, aspetta, ma
io conosco solo l’urgenza
e il tempo è trascorso
senza una chiamata
e mi sono innamorato di te
solo perché non t’ho più vista
Minchia cordis!
mi ripeto, adesso, a mezza bocca
ogni volta che sento il tuo nome,
e a volte sorrido, altre bestemmio,
le rare volte che ti vedo passare.
Minchia cordis!

Emigranti

non avete idea
come risuona a lungo
e nitido
l’eco delle partenze
dei nonni
negli occhi dei nipoti.
Chi è partito
un tempo
partorisce il futuro
nelle distanze
e tutti gli emigrati
per generazioni
restano fratelli
senza ritorno.

Gli amici lo sanno

gli amici lo sanno
della solitudine
e di quelle cose là e
anche Carver lo sapeva.
gli amici lo sanno
ché berrai parecchio
o è come se sapessero,
e adesso tu mi chiedi:
Perché non mi parli?
(mentre allungo la mano
sotto al tuo maglione
per cercare le ultime parole) ma
La domanda ha partorito solo un sospiro
e poche, consuete, parole:

smettiamo di scopare e
diventiamo amici, ché
gli amici non chiedono,

gli amici lo sanno.

Poeti? Ma sticazzi!

Ai poeti servono le cose che non servono e si atteggiano come se servissero, proprio come tutti i non poeti, ma li chiamano poeti, perché sono sinceri, i poeti, e talvolta anche gli altri sono sinceri, ma non sono poeti, o forse lo sono, forse basta essere sinceri per essere poeti, ma chi è sincero veramente? I poeti? i non poeti? qualcuno azzarderebbe a dire che è poesia la confusione? ma se poi te ne vai al mare senza scrivere una poesia, perché sei stato bene, allora forse sei poeta, oppure se dopo un mese scrivi una poesia sul mese prima, perché non sei più al mare e non hai altro di meglio da fare che scrivere una poesia sull’essere o meno un poeta in bikini… Allora forse…
Ma che ne so. 
Chissene..

Dalla collana ineditabile ” I Microracconti”

Eravamo in tanti e
tutti guardavamo la stessa donna
chi ne lodava del gambe
chi il culo
alcuni le tette
le mani gli occhi, la bocca
indossava un vestito rosso
cadeva appena sopra il ginocchio
era la Primavera
quella cosa che spinge ad uscire fuori casa
poco vestiti anche quando la brezza, alla sera,
regala ancora qualche brivido.
Attraversò la piazza come una una volpe attraversa la strada
le avevamo puntato i fari addosso
si girò verso di noi per un istante
e colsi nel suo sguardo una nota bassa
come l’ eccessivo odore di legno
che ha intaccato il più elegante dei vini
era umana.
Vidi tutta la decadenza del mondo 
in un solo sguardo 
mentre una mandria di spacciatori tunisini
le faceva largo creando un corridoio di carne,
concedendole il più sgraziato onore delle armi
fischiando e starnazzando come anatre in calore.
Scomparve dietro il porticato delle poste
come una diva del cinema,
come una disperazione,
come il segreto che mi porto in seno
come tutti, una nascita, una morte, un abbandono,
un omicidio, una vendetta, un figlio,
una dipendenza, una fede,
lasciandomi là senza risposte
sotto il peso del mondo.

Certi film e certi libri andrebbero visti e letti in compagnia…
Ché anche la bellezza certe volte può essere difficile da sostenere da soli…

indigena

l’offeso

mi piace fare l’offeso
perché credo di non essermi mai 
offeso negli ultimi vent’anni.
mi piace fare l’offeso
e dire: ” va bene, 
se non vuoi averci niente a che fare
allora fa’ quello che ti pare,
addio.”
Vorrei provare una volta
l’ebbrezza dell’offesa
e dire, ” vaffanculo,”
e andarmene sbattendo la porta
senza che mi venga in mente
una battuta, un sorriso, un fischio,
o la cena che mi aspetta sul fornello,
o un altro posto dove andare
a fare due risate.

astigmatismo

è così che io ti vedo

come una spina nel dito
ma più dolce
è così che io ti vedo
come una treccia ai capelli
ma più sciolta
è così che io ti vedo
come una tigre che dorme
è così che io ti vedo
come una minaccia nascosta
è così che io ti vedo
ma sei il sonno segreto degli amanti
quando cala la sera di Maggio
ed il mare ancora freddo
ci invoglia a coprirci di lino
è così che ti vedo
da quando ho smarrito gli occhiali.

astigmatismo

è così che io ti vedo
come una spina nel dito
ma più dolce
è così che io ti vedo
come una treccia ai capelli
ma più sciolta
è così che io ti vedo
come una tigre che dorme
è così che io ti vedo
come una minaccia nascosta
è così che io ti vedo
ma sei il sonno segreto degli amanti
quando cala la sera di Maggio
ed il mare ancora freddo
ci invoglia a coprirci di lino
è così che ti vedo
da quando ho smarrito gli occhiali.

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Un Artista Minimalista

Italian visual artist, writer and musician

Pensieri spelacchiati

Un piccolo giro nel mio mondo spelacchiato.

Riccardo Fracassi

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