Facemmo a gara a chi aveva il deserto più grande.
lei restò in silenzio.
io scostai appena la tenda dalla finestra.
Aggrottò la fronte in una smorfia di dolore,
come se le avessi conficcato un dito nel costato.
Non parlammo per quasi un’ora.
non c’era gara, nessun dubbio.
In quella stanza non c’era eco
nelle nostre vite non c’era eco
tutto si stava perdendo dietro l’orizzonte.
Avrei scommesso che non esistesse altro là dietro
se non un altro deserto identico al mio
ma ancora più vasto, più solo, più atroce.
il cielo pareva un livido tramonto invernale,
Ma era ora di pranzo, il sole sfoggiava l’ultimo entusiasmo dell’Autunno,
il vapore dalla pentola faceva il rumore della lava, e dentro di me,
un serpente caldo e viscoso, si faceva largo nel groviglio di carni e canali.
Pareva cercare una via d’uscita, tanto spingeva lungo le pareti, ma era condannato a vagare, ancora per molto, selvaggiamente, senza uno scopo.
