svolgimento: “A volte le anime volano troppo in fretta…”

a 16 anni scrissi un tema.
-Liceo Scientifico G. Peano
vituperio delle genti!-
Da poco era scomparso un amico,
Overdose, si diceva in giro.
Poi scoprimmo che l’avevano ammazzato
per questioni di soldi,
tagliarono la roba con polvere di marmo, fu detto.
La professoressa era di cor gentile,
aveva sofferto la prematura scomparsa del marito,
Il quale, fu un direttore di un noto manicomio.
Lei aveva sempre i capelli arruffati dalla sofferenza,
ci faceva leggere e commentare il giornale e
le poesie, anche se non capivamo niente.
Presto il programma canonico divenne relativo e
non ne imparammo molto.
Comunque il tema non ricordo se fosse libero
oppure aveva ” l’anima ” come argomento.
Scrissi soltanto:

“A volte le anime volano troppo in fretta…”

Sapevo di giocare sporco. Sapevo che l’avrei colpita.
Anche noi avevamo accusato la morte di Bruno,
nessuno se lo sarebbe mai aspettato.
Ma il punto è che il sentimento, la compassione,
la furbizia e il cinismo, vanno sempre a braccetto.
Non ero fiero del mio scritto, anche se rappresentava
a quel tempo una verità, che l’età avrebbe poi 
smentito miseramente.
Il mio voto fu

“8 1/2…”

Non ero soddisfatto, avevo fatto leva sulla debolezza di quella donna,
mi ero finto empatico, forse, o forse fingevo, fingendo, di non esserlo.
Ma non è importante.Erano belli però quegli scampoli di ozio creativo.
Imparammo credo ad impiegare il tempo facendo “cose” al posto di altre.
Piccole libertà.
Forse era la coda degli anni settanta che strisciava nelle nostre aule,
nel nostro anno di nascita, il 1979. Poi, salvo rare eccezioni,
Il Liceo G. Peano di Marsiconuovo, divenne un covo di professori ignoranti, gretti, ottusi, spesso folli, grotteschi oltre ogni scibile,
quasi animali storditi dalle abitudini.
Non ci salvammo. Imparammo poco. Avevano così poco da offrire…
Però eravamo Allegri, quasi tutti, quasi sempre…
E poi c’era Peppino, Il prof Peppino La Veglia, uomo di studi,
grande cuore, pochi capelli, giacca cammello, sudorino in fronte, tenerezza a palate, ma questa è un’altra storia…

Pozzanghere

pozzanghere merde di cane e odore di marcio
foglie cadute troppo presto e fango
pioggia ininterrotta e castagne e piccole alluvioni
pericoli di piena piedi bagnati e pantaloni zuppi
adesso che le cose cominciano a cadere
adesso che le cose fanno il suono della morte
adesso che il letargo sembra tramortire il cuore
vorrei che mi sorprendessi con un’Estate terrifica
con un’Estate aridissima, vorrei un Sahara rovente nel petto
dove i gesti risuonano a lungo come gong rituali,
come le rose che fioriscono lontanto ad Atacama
e non questa torbiera intrisa di sabbie mobili fetide putride e oscure
dove ogni passo è molle e dove persino l’eco risucchia la terra.

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