tu sei il fiore di campo

tu sei il fiore di campo, 

la margherita e il papavero

ed io la spora che aspetta

e rimbalza sui prati d’asfalto

con il suo peso di morte.

se pure il vento mi portasse da te

rimarrei sulla pietra a guardarti.

come un cecchino stanco,

arroccato tra le macerie della vita

divenuto per metà cemento.

ho venduto metà anima al diavolo,

l’altra metà l’avevi già pignorata.

zavorra

tutte le cose che non sono state,

e che mai più saranno,

le uniche cose pure che ho incontrato,

si raccolgono in mandrie di lacrime

nell’aria, di notte, e

tracciano cortine di ferro,

si arroccano nei  sentimenti

e restano, come zavorre di zucchero

sul fondo di ogni parola.

Si staccano poi

ogni volta che tocco il fondo

e cammino, e sorrido, e parlo

e resta nella bocca un’amaro

una cataratta dell’anima

ogni volta che penso.

il giorno che mi disse di no

il giorno che mi disse di no,

non sono morto,

Ma il cuore mi esplose

come una granata nel petto,

e le schegge arrivarono in cielo

e adesso vedo pulsare le stelle 

e vedo il mio cuore a brandelli.

Dubito a volte, in silenzio,

delle cose divine.

Canto di popolo

non c’è canto di popolo in cui
non mi riconosca,
non c’è bocca o sguardo
che non sia anche la mia,
né parola antica, gridata
che non m’abbia partorito.


non c’è canto di popolo
più atroce di questo silenzio,
al quale mi piego, ogni mattino
genuflesso e rabbioso
solo, come un dito piegato, 
pesa, un uomo,
sui tasti gommosi d’ un telecomando.

 

 

Ho sacrificato ancora i grandi sentimenti

Ho sacrificato ancora i grandi sentimenti
al dio delle piccole cose. Amen.
Adesso sono tornato niente.
Cammino per l’Italia pieno di vuoti.
Nessuno a cui renderli.
Non avrei comunque accettato cauzioni.
Non ho perso niente.
Non avevo niente.
Non ho chiesto niente.
Provare a riempire i vuoti
con parole più vuote
é fissare le stelle al microscopio.
Non sarà intelligente agli occhi di chi osserva,
ma l’impresa resta comunque affascinante.

Fino ad esaurimento… birra

convivono dentro di me

due animi antitetici

uno impulsivo e rissoso

l’altro pacifico e riflessivo

nello stretto sono sempre sopraffatto dall’istinto

nelle lunghe distanze mi abbandono

invece, a pantagrueliche riflessioni.

la solitudine  unisce le due parti

con un collante denso di inazione.

L’equilibrio si sposta in continuazione.

infinite sono le perturbazioni.

un nome, uno sguardo, un cambio di vento

e l’animo prende fuoco come polvere da sparo.

quante volte mi sono illuso

quante volte ho ritrattato

quante volte ho chiesto scusa

e pure mai sono cambiato.

quando il sentimento brucia nello stomaco

vanamente, senza incontrare il favore degli dei

mi lascio finire lentamente

con pochi sussulti di vita

fino ad esaurimento demoni…

e birra…

Futurista per caso

Solo di notte emergono chiare le parole.
La stessa notte che ci separa
come un abisso di cose da dire,
intramezzata dal giorno che non ci unisce
e dal sole che non ci ha più visti.
La stessa notte che non ha mai una cura
che apre la porta agli abissi silenziosi delle camere da letto
La stessa notte che mi chiama prima di cadere nel sonno
dei corpi caduti morti.
La stessa notte che droga l’alba
con le prime nebbie sottili quando spunta un mezzo sole
a prescindere dalle stagioni.
Cadere quasi sportivamente dall’orlo di ogni abisso
e restare in piedi a sfidare le stelle
come un futurista per caso
che si lancia dal vagone in corsa
con un elegante urlo neoclassico
che mai più toccherà il terreno.

Vivo i sentimenti con una enorme nostalgia

Vivo i sentimenti con una enorme nostalgia
li vivo come se fossero, ed in un certo senso lo sono,
la mia terra natia.
Quando ne sono distante ho sempre un po’ di cenere nel petto.
Quando ci riconosciamo ci salutiamo come vecchi amici
senza dare troppo peso alle distanze.
Quando invece sono troppo grandi, loro non mi vedono,
ed io li cammino, seminando dietro di me parole pesanti,
come sopra una via di fuga fangosa, e loro affondano
e concimano la terra, indossando i panni sempre nobili
di qualsiasi altro escremento…

come se fossimo a Cordoba nel 1922. “la ra.gazza ladra”

una ra.gazza ladra mi ha rubato il cuore
adesso ci gioca con le spine
una ra.gazza ladra mi ha rubato gli occhi
adesso ne ha fatto una collana
una ra.gazza ladra mi ha rubato il tempo
e adesso non sa più cosa che fare
una ra.gazza ladra mi ha rubato il sonno
adesso esisto solo in questo sogno

quanto ci costa questo luccicare…

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