lettera mai spedita.

certe volte perso di vista l’orizzonte, avanti allo specchio

ho visto un uomo, misero, con i suoi acciacchi del tempo.

certe volte è come lanciarsi nel vuoto per strapparti un sorriso

per creare nell’aria satura di doveri, una figura anarchica, una risposta.

mi lancio nel vuoto pieno di dubbi, Un’ opera d’arte.

come il gatto si lancia dal tetto contando le vite che gli sono rimaste.

certe volte ho paura di non avere abbastanza sentimento

e che la notte ti scopra i piedi e che ti venga un malanno dell’anima.

Ho imparato ad accogliere la paura con il sorriso

e la goccia di terrore che mi scende in mezzo alle scapole

prima di pronunciare il tuo nome, è un brivido a cui non so rinunciare.

Un orgasmo, un patibolo, una liberazione.

Dentro di me c’è un antico coraggio, conosce il terrore, 

ma non teme la morte quando il cuore è sincero.

certe volte le nostre voci sembrano dire sempre, eccoci!

che vuol dire tutto e non vuol dire niente.

Il resto è incertezza e paura…

ma soprattutto coraggio!

Annunci

prenditi una sedia

mi sono ritrovato a scrivere

con le mani gelate dal freddo

e dal troppo tempo seduto

ho una gamba addormentata

che dopo mi farà male

che dopo mi farà ridere

quando proverò ad alzarmi 

ammesso che ne abbia voglia

sarò un poco instabile

cercherò di non cadere

ma sono ancora in forze

sono ancora giovane

così le tue parole

mi hanno tramortito il cuore

tu sei il mio vezzo giovane

il mio gioco a perdere

prenditi anche la mia vita

è là sul comodino 

in mezzo agli altri libri

dicono  che è tua

anche se non ho più vent’anni

incasso ancora bene

e reggo ancora l’alcool

portami qualcosa di forte

e prenditi una sedia

ho da dirti alcune cose

prendi appunti 

e allontana i bambini.

poesie inutili

scrivo poesie
che non leggerà nessuno
né all’ ombra di alcun albero
né in afose giornate d’estate
scrivo poesie inutili
dove la bellezza fa il verso
alla bellezza
e la solitudine
ci gira in tondo
e sembra cantare vecchie filastrocche
dove casca il mondo
e casca la notte, e poi
andiamo tutti giù per terra.
cadono e accadono
le cose e le parole
mele troppo mature,
o frutti acerbi troppo pesanti.
il mio sentimento pare
un inno al frigo deserto,
smuove il segno della bottiglia
di vino dimenticata e poco altro,
solca solo il mio petto
dove semina e innesta
piante dai colori meravigliosi
che non fioriranno mai
in questo giardino d’ inverno.

sono l’assegno scoperto

urlo le mie pene al silenzio

ogni notte, ogni giorno

a cercare il verso a questo gorgo,

esplodo nella notte un castigo

faccia al muro, disegno un paradiso abusivo,

dietro la lavagna dei peccati.

consumo le mie passioni ferocemente

e come bestia ferita mi trascino nei viali,

il sorriso gentile e le buone maniere

nascondono a stento questo fuoco,

questa lava è perduta nel cuore della steppa del suo silenzio

muoio ogni notte sull’altopiano straniero del suo sorriso.

non c’è niente da fare mi ripete una voce!

Non posso che morire, adesso, e ardere e brillare

e lasciare questa traccia sull’asfalto manco fosse il cielo.

Sono la sconfitta negata,

l’albero che hai tentato vanamente di abbattere

è morto invece per mancanza di acqua,

il filo d’erba che ha resistito al camion,

la sera che ha legato i polsi al sole

e ha tinto di rosso  la notte.

Sono la stella caduta che non si vuole spegnere.

Sono l’assegno scoperto che ti ha fatto bella per qualche ora
prima che venissero a rinchiudermi.

i bar della stazione

mi piacciono i bar della stazione
la domenica mattina, d’ Inverno.
il sole ancora basso filtra dai vetri
sembra chiedere permesso
i pochi italiani non parlano a voce alta
i tanti stranieri liberano la loro lingua
dopo una settimana di parole forzate.
io sono uno di loro, parlo coi gesti,
la mia voce diventa straniera
il giorno mi mette un timbro sul passaporto
la vita sembra appesa al mattino.

Tu eri il naufrago che s’ aggrappa allo scoglio, io ero la barca appena affondata.

Mi allontanavo. Mi voltai. Nella folla.  Subito ti vidi.

Tu eri il naufrago che s’ aggrappa allo scoglio

io ero la barca appena affondata.

La marea ti porterà ancora queste assi di legno,

buone da ardere o per farne un riparo. 

Adesso però indossa quel tubino nero

ed un calice di vino bianco sudato.

Sali su quei tacchi discreti.

Che sia a portata di labbra il tuo collo.

Cercami ancora con lo sguardo di quella sera,

quando ti lasciai al bancone senza una parola

ed il tuo sguardo mi inchiodava il passo.

non ero ubriaco

le cose del giorno pesano sulla schiena e negli occhi

le cose della notte pesano l’assenza delle cose del giorno

le cose di domani pesano di domande senza risposte

proprio come molte altre cose del passato

e poi c’è una musica che non chiede spiegazioni

dove le cose pesanti galleggiano come uova sode nel mare

e parlare del tempo non ha più un significato.

non ero ubriaco, stavo solo ballando la mia musica.

L’ Inverno

il maestro alle elementari 
ci faceva ascoltare Vivaldi
a me piaceva l’inverno.
un poco me ne vergognavo.
mi sembrava una cosa sciocca.
avrei dovuto scegliere l’ Estate,
dopotutto si andava al mare, d’ Estate.
D’Inverno avevo sempre un po’di febbre,
ma a me piaceva lo stesso, pace.
Quel giorno capii che è difficile scegliere
e che le cose non erano sempre ben definite.
C’era un alone oscuro intorno a quel ragionamento,
feci i conti con i primi preconcetti
sentii la soddisfazione delle scelte difficili
assaporai il dubbio e mi sentii crescere.
Non capita spesso di sentire la propria vita avanzare.
Ero felice, sentivo l’ Estate vicina
L’inverno era già una musica lontana.
il pomeriggio uscii a giocare con gli amici,
sotto al sole, tiravamo calci al pallone,
avevo già la neve nel cuore.