Ancora Vivo (bozza)

apparteneva a quella razza di persone che non si evolvono.

Quelle che arrivano ad una certa età e smettono di imparare.

si bastano. Sembrava un uomo felice. Non aveva niente di più e niente di meno.

Quello che aveva imparato era lo stretto necessario

per arrivare al giorno successivo senza troppi affanni.

Il suo sguardo sicuro e la mascella squadrata 

avrebbero ingannato chiunque.

Ci aveva ragionato un giorno e gli sembrò una cosa meravigliosa,

non imparare. Faceva scivolare fuori dalla testa ogni nuova cosa.

Persino i nomi gli risultavano ostici da memorizzare dopo la decima volta.

Ogni sera,si rifugiava sull’amaca, in giardino.

Nel mezzo della periferia del nulla, le prime luci erano quelle della stazione di servizio

qualche miglio più avanti.

Nel centro del suo piccolo cortile, aveva piazzato un’amaca a tre posti.

Ma solo lui ci si sarebbe mai sdraiato, ogni notte,

nell’oscurità assoluta del deserto, a contemplare il niente.

Tutto era inutile se paragonato al nulla. Le stelle non si stancavano mai di brillare.

Tutto era troppo piccolo e inutile al mondo. Niente valeva la pena di essere conosciuto, pensava…

Solo una volta, la sua sicurezza aveva vacillato negli ultimi dieci anni.

Fu quando una ragazza gli riportò il cane, Bob.

Era stato appena investito sulla provinciale. Bob era un buon cane. Faceva la guardia, e uccideva i serpenti, pensava.., mentre lei con gli occhi gonfi di lacrime lo adagiava privo di vita, in un angolo del cortile.

L’ho trovato così, disse,

ho letto la medaglietta e l’ho riportato a casa. Mi dispiace.

Piangeva.

Lui non era abituato a ricevere visite. Lo sguardo della ragazza poneva alcuni interrogativi.

Perchè le cose accadono a certe persone e non ad altre? 

Come ti chiami? Le chiese.

Anna, Rispose la ragazza.

Grazie Anna. le disse.

silenzio. 

La ragazza fece un cenno con il capo 

lui rispose nella stessa maniera…

Se ne ritornò lungo la srada polverosa

e scomparve dietro la fila di alberi che nascondeva il cortile.

Lui la guardò allontarsi e vide sul suo culo che ancheggiava nella polvere,

la madre dei suoi figli.

La tavola imbandita in giardino, la domenica.

le confidenze rituali degli amanti.

il sesso feroce sotto al sole del deserto.

le malattie, le sofferenze, 

Il college dei figli, i capelli bianchi.

Il giorno della sua morte.

il dolore dei figli.

i Nipoti.

Nel mentre lei mise in moto e partì.

si sentì quella che doveva essere una vecchia auto

sferragliare sull’asfalto rovente. Si allontanava in tutta fretta.

forse stava ancora piangendo. Era sensibile e bella, pensò.

Sarebbe una buona madre.

Il sole picchiava sulla carcassa ormai rigida del povero Bob.

Gli insetti cominciarono ad assalirlo dagli occhi.

Cominciava a puzzare. Doveva seppellirlo.

Loro tre non si rividero mai più.

Ci fu un momento, un punto triplo nelle loro esistenze in cui 

furono una sola cosa.

Tutto era una sola cosa.

Non se ne usciva.

Tutto era maledettamente inutile.

Che seno aveva la vita?

Andò nel capanno degli attrezzi, posizionato sul lato est della casa.

Ci mise un poco a trovare la vanga, seppellita da inutili teli di plastica.

Scavò una buca in giardino e ci trascinò dentro il cane.

Poi lo ricoprì. Addio Bob, disse a bassa voce…

Ritornò nel capanno, prese una lunga corda da traino e fece un cappio.

Il sudore della fronte gli cadeva sulle mani.

Non pensava a niente. Aveva la mente sgombra, serena.

Annodò l’estremità libera della corda, alla trave della veranda.

Il sole picchiava come un peso massimo sul costato del mezzogiorno.
la casa sembrò barcollare per un attimo, ma restò in piedi. 

Ne regolò la lunghezza, con la stessa minuzia con cui costruiva i galeoni di legno.

Si lecco’ il labbro superiore come accadeva ogni volta che si concentrava.

salì sulla poltrona a dondolo con qualche difficoltà.

Misurò la caduta con lo sguardo.

Si vide pendere come una banderuola all’ estremità di un pennone dei suoi galeoni.

Non aveva bisogno di coraggio, non aveva bisogno di niente.

Si cinse il collo con una medaglia pungente di Juta, serrò il nodo.

Diede un calcio alla poltrona e poi un altro ancora, fino a farla cadere su di un fianco, non ne sentì il rumore.

trattenne l’aria, il respiro, e poi sentì scrocchiare le ossa, nessun dolore.

Pensò alla ragazza, ai suoi occhi gonfi e poi alle stelle,

e con l’arroganza tipica di ogni uomo, si sentì per la prima volta,

dopo tanto tempo, ancora vivo.

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