L’ultimo dei re lo chiamavano Sciacallo.

Tratta sempre il più umile che incontri
come l’ultimo dei re,
mi ripeteva sempre quando ero piccolo,
perchè quello che non hanno
è il mondo che regalano.
Ed io capivo solo quel sorriso
largo e rosa 
dai pochi denti e molti buchi,
e la mano nera di callo
dalle unghie grandi,
una mano d’orso 
di un amico buono,
e gli volevo bene
quando mi diceva
dall’ombra del cappello
che avevo braccia forti 
per mescolare grano 
e gambe robuste 
da spingere l’aratro.
Non si sbagliava poi di molto
se adesso sono qui,
a rivangare giorni,
a spingere ricordi
a ricercar sorrisi.

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