Capodanno

il Capodanno è inevitabile
quando sei ancora vivo.
Non ho mai amato gli appuntamenti
con le amanti,ed
eviterei volentieri il trentuno di Dicembre.
è come fare l’amore su appuntamento,il capodanno.
tutto è stato già scritto
prima ancora della conferma dei gesti.
Non c’è alcuna magia nelle scadenze.
La mia profonda nostalgia,
le cose che ho mancato
per pigrizia o per necessità,
si affollano nell’ultimo giorno
e premono sui pensieri della sera.
Poco importa se abbiamo ancora la vita,
una famiglia da abbracciare,
la salute,
ed un buon pasto…
Capodanno è il fondo dell’anno,
e mentre qualcuno si diverte
a graffiare il fondo della vita
coi tacchi a spillo
a ritmi cadenzati,
io proteggo il calore del caffè
ristretto, nel cappotto.
Ho nel petto una nocciola rovente,
e ve la mostro.
Avrei festeggiato, dicono,
un mercoledì qualunque,
eravamo in pochi,
un drappello di poeti e perdigiorno,
ci hanno fatto compagnia
le nostre solitudini,
e dei nomi di donna 
come fantasmi,
rimbalzavano senza eco
sui profili dei palzzi.
Nessuno,però, ne ricorda l’anno.

Albivori, i mangiatori di Albe

Dopo una lunga veglia,

ci appostiamo 

come lupi affamati

ai tavolini dei bar,

e non ci sfamano i panini,che pure

adoperiamo come spugne

per tamponare la sete,

che ci ha inseguiti

come un’eco,

fino al precipizio del giorno.

Ci riversiamo nei campi

con lo sguardo volto verso il cielo

senza parole d’amore

con un buco nel cuore.

Come cannibali affamati di luce,

dall’ombra,assaltiamo coi denti

la palla di fuoco

che ci ha generati.

Così ritroviamo la pace,

pochi istanti prima

di riguardarci negli occhi.

Barba

Ho lasciato crescere la barba al vento,
una distesa d’erba medica arsa dal sole.
Sotto ai miei occhi,verdi di luce,
la tua mano è perduta.
l’ho vista, un giorno
tremare nella penombra d’un vecchio pub,
quando i tuoi pensieri,ancora
non conoscevano il mio nome,
e la tua mano mi accarezzava
il viso senza una ragione.
Adesso quel pub ha chiuso,
i tuoi pensieri conoscono i miei occhi,
e la mia bocca.
Qui la tua mano,manca
come il monsone tardivo,
che di crepe inaridisce i campi.
Adesso sul mio viso ho una rete,
e quando verrai,la tua mano
si incaglierà sul fondo
e la tua bocca sarà fuoco,
una lingua di lava
tra le steppe deserte del mio viso.

‎”potrebbe piovere!” Igor.

Oggi camminavo lungo il corso,
alle 8 di mattina gli occhi 
incispati dal freddo
pungono come spilli 
sulle punte delle dita,
la recessione ristagna 
negli addobbi natalizi, e 
siamo tutti più vecchi,
a Natale.
Ho provato a rincuorarmi
alzando gli occhi al sole,
ma ho incrociato le mie ali
con quelle dei piccioni,
i topi del cielo.
“Potrebbe piovere” avrebbe detto Igor.
sorriso…
Me la cavo sempre così,col sorriso.
La strada era fredda, ed
il caffè non sempre basta a tenere
gli occhi aperti.
Alcuni si preoccupano per gli esami,
io ero afflitto dalla recessione
che ristagna
in ogni pallina colorata.
Un passo nel viale 
tra colori tagliati male dal freddo,
il sorriso della barista bella,
fresco come le arance ammuchiate 
nella fruttiera del banco,
gli occhi dei Dejo,e le sue monetine,
i suoi cani educati,
i colli di pelliccia issati come scudi,
i guanti,i vigilanti soldatini avanti alle banche
con le mani ancora calde di latte,
i ponti che mai si sporcano di fiume,
il loro balzo antico e aristocratico,
tutte le nostre vite, in coda ad un semaforo,
altre luci per addobbare le attese.
I colori che adoperiamo per addolcire la vita,
sono rigonfi dei sogni che abbiamo messo in disparte,
guardare le luci intermittenti,
è strizzare l’occhio ai desideri perduti,
mi guardo intorno e vacillo 
sotto il peso delle rassegnazioni,
poi penso ad Igor,
e sorrido, ancora.

Alcuni non capiranno.

Il muro bianco è più di uno specchio.

vi ho visti tutti riflessi in questo muro

ed ho provato orrore.

prima o poi deve accadere,

e non c’è consolazione

nel comprendere la vita.

Non c’è amore in questo muro,

nè speranza.

il mio sguardo si abbatte come una catastrofe

sui  sentimenti,

frantumo la mia anima come una bottiglia,

e non c’è pace al di là delle parole.

la desolazione del mondo

è un oceano contro la parete.

Io canto ciò che la vita ci ha tolto

e ciò che la vita regala.

Suono una musica selvaggia,

canto la disperata impotenza del sangue.

Quella che alcuni chiamerebbero miseria

a me appare come un albero

dai rami dorati.

Crescono dei piccoli fiori rossi,

ogni fiore ha un nome,

il loro profumo è debole

ma innamora.

Alcuni non capiranno.

Io cammino.

Quella che tu chiami distanza
per mè è sempre stata un pensiero di pietra,
ho provato ad ascoltare le tue parole,ma
più a lungo,ho pettinato i tuoi silenzi.
Ho colmato quello che tu chiami vuoto
con le cose che mi ha offerto la vita,
Ho attentato alle tue labbra
con le mie parole più taglienti,
Ho aspettato.
Ho aspettato che la tua bocca maturasse,
che le tue parole si addolcissero
come frutti rossi di labbra,
sarebbero caduti dalla tua bocca,
Sbagliando.
La noia logora le attese.
Ti avessi amata,avrei certamente resistito.
Ho camminato a lungo senza arrivare in nessun posto.
Ti ho trovata soltanto
sul fondo dei miei pensieri,
di notte,quando si calmava la burrasca delle voci.
Una strada è soltanto una strada,
fino a quando non la cammini con amore;
ed io cammino, ancora…

Complici.

La vita è un misfatto
ed io voglio farla grossa…
e se vi domandate
il perchè
io viaggi da solo,
è perchè non ho bisogno di compagni, 
ma di lucidi complici
avvezzi all’atrocità dei sentimenti.

Sotto la torre.

La nebbia ha fatto le montagne blu,

fantasmi di terra e roccia all’orizzonte,

potrebbe piovere,

la torre è un dito medio

eretto alle nostre indifferenze…

dovrei comprare un ombrello…

zoppico…

ho mal di testa…

e vedo la gente sorridere

abbracciando il dito medio.

No, non è un mondo perfetto…

Io non sono perfetto…

solo un pensiero potrebbe essere perfetto

ed io lo cammino, da cima a fondo.

ogni volta mi meraviglio 

di come possa essere accecante

la bellezza dell’imperfezione.

quasi Natale.

ho il petto gonfio

dei giorni d’autunno,

seduto al bar della stazione

il mio sguardo cammina le foglie

spettinate dal vento

sopra le cime degli alberi,

il tuo nome l’ho scritto sulla carta

e riposa al caldo della tasca,

da qui il mondo è più bello,

la gente compra i primi regali,

e sorride, occhi lucidi

raggirata dai pensieri.

Le stazioni sono il fondo del mondo,

qui siamo arrivati,

e da qui ripartiremo, un giorno.

Passiamo da una vita avanti a queste mura,

alcuni ci restano,con dolore,

inchiodati con la lingua 

alle sedie delle sale di attesa

dai sorsi della sete,

e non siamo poi così diversi.

Da qui tutto è più bello.

Bambini abbracciano padri,

i giornalai non conoscono il tuo nome,

la fontana nella piazza 

suona sempre la stessa musica,

e pure qualcuno si ferma ancora ad ascoltare.

Da questo vetro che gronda condensa

come i vecchi treni che inettavano speranze,

la vita sembra più bella

ed il tuo nome in tasca,

scalda più del mio giaccone.

Quest’anno ti comprerò un regalo

le mie parole si accenderanno come luci

e gli occhi lucidi saranno specchi

e brillerai per un istante

e si perderà nell’ombra la tua voce

nella vertigine di un abbraccio.

Resistenza

quante parole
potrei usare
per dire che piove,
e la mia anima 
non ha l’ombrello…?
La vita che tanto disprezzo
il corpo che mi dà allegria
il tedio che odora di morte
l’amico che rischia la vita.

I tuoi capelli anarchici
resistono alla permanente,
e restano brillanti e fieri
tesi, come seta castana al vento.

Come potrei usare parole difficili,
se qui piove, io mi bagno,
e la notte si chiude inesorabile
come una cesoia sulla nostra vita
e soltanto l’arachia dei tuoi capelli
resiste a questa apocalisse?

La notte esplode le stelle oltre le nuvole
e noi non le vediamo,
nella sua fondina, un capello, resiste,
qualcoa si muove,come un verme,
e noi non lo vediamo.
Non è la speranza che addomestica,a bruciare,
ma la vita che si aggrappa con le unghie
ai nostri nomi,
è la storia che ferita si ribella.

I tuoi capelli che si oppongono
alla legge del bigodino,
colorano le notti come un canto.
Strappiamo nella pioggia ogni bandiera,
che ci insegna solo pallida speranza.
Issiamo quindi l’ impotente bigodino,
come simbolo di lotta e resistenza.

Distanze

Quando arriverò sulla luna,
le mie parole si faranno
fredde e d’argento,
i nostri nomi taglieranno l’aria
senza mai incontrare carne,
tu alzerai gli occhi al cielo,
mi urlerai qualcosa,ma
io non potrò ascoltare
e le mie mani 
non avranno più alcun peso,
sul profilo dolce
del tuo viso.
Ricorderai la storia 
del principe e la volpe,
ma ormai sarà tutto andato
nel freddo che vibra l’universo.
esistono amori ipotetici,
grandi storie d’amore,
destinate al nulla,
come neve che si scioglie,ancora
prima della frustata del sole.

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