LA Notte.

La notte

si accosta al balcone 
come una vecchia comare
dai denti d’oro,
si spegne nel buio vedovo d’un fazzoletto,
poi , di stelle ,all’improvviso
mi sorride, bocca larga,
dal dietro di una nuvola.
i cani dei cortili abbaiano amori lontani,
I bar intrecciano voci,bestemmie e bicchieri,
mentre le mie parole, 
fissano confini di mani e ormeggi di labbra,
ogni notte,
la vita si bagna di silenzio e sentimento.

Il Mostro.

Della mia vita si ciba il mostro,

ed io lo ingrasso volentieri,

il mostro è la mia anima

e fa paura a vederlo

così muto,così lontano

così oscuro e vergine.

Mi rallegra il suo silenzio,

la mia piccolezza mi accorda al mondo,

la morte non è che la mia anima,

ed urlerebbe di vita ad ogni gesto,

ma non bastano le orecchie

per ascoltare il mostro;

poi ci ritroviamo avanti al mare

felici e inconsapevoli,come cani,

seduti su quattro parole di sabbia

con lo sguardo perduto oltre la linea,

chè il mostro,non si teme,

quando ha un nome,

non fa più paura il cielo,

nè il deserto,da quando li cammino.

E pure l’onda scava 

nella sabbia senza sosta,

ed ogni volta

il tempo ci modella.

l’orizzonte delle labbra

ha quattro linee se sorridi,

il mare ne ha una sola ,

perciò è più facile perdersi

sulla tua bocca

che tra le mie parole.

Discorsi mancati

Quanti discorsi ho immaginato…

Quante parole ho perduto,

come sorrisi stempiati

tra le eco dei pensieri…

Le mie domande,

sono pistole inceppate

che non spareranno mai.

Spengo la lampada

e la scrivania diventa

del colore della luna,

i vostri libri fremono

negli scaffali come vergini

al primo appuntamento,

ed io,andando a letto,

come Carnevali,per voi,

solo per voi,

“semino parole da un buco della tasca”,

ma ormai è tardi,

e più nessuno le  raccoglierà.

(Ai grandi maestri

 che senza alcuna pretesa,

ci hanno insegnato il mondo)

Falcone e Borsellino.

Ero ubriaco sul pullman

del secondo liceo,

verso Palermo.

Quella che poi sarebbe

diventata la mia fidanzata storica,

mi leggeva frammenti di “Pancreas”,

“trapianto del libro cuore” e sorrideva,

mentre la barriera si colorava di rosso,

a pochi chilometri da Capaci,

avevo già smesso di ridere…

Mi ricordai di quando alle medie,

scoppiai in una risata isterica

durante il minuto di raccoglimento

e non capivo.

Mentre adesso sentivo

un crampo allo stomaco,

a stento trattenevo le lacrime,

Gaia mi leggeva parole che non avevano più peso,

e mi fissava,

tutti gli occhi della platea

sotto al palco delle medie,

mi fissavano.

Niente aveva peso,

fluttuavo sul sedile

inchiodato per lo stomaco

ai loro occhi.

Il guard rail rosso pareva adesso

una infinità di sangue,

ero sbronzo,

mi stavo innamorando,

ed avevo appena compreso 

di essere un coglione.

L’istante prima dell’addio.

nei tuoi occhi 

avevo visto il mondo

scampare ogni catastrofe,

così,quando la terra si è squarciata,

inghiottendo i gatti ad uno ad uno,

mi sono arrovellato nel tuo sguardo,

come nell’ultimo cordone di una  nave.

la salvezza odora sempre di violette a primavera,

ha il sapore dell’alta pasticceria dei sentimenti,

ho creduto alla mia mano tesa

e altuo sorriso,ma

poi è arrivata la notte,

montava di birra come un’onda,

dal basso verso l’alto,

e la sua schiuma di luce bianca 

piegava sorso a sorso su di un fianco ogni destino,

e come un vascello spinto

dai contraccolpi dei cannoni

mi ha spianato l’ascesa verso il cielo.

Nell’onda oscura della notte

ho perduto la zavorra ed altre fedi,

ed il tuo valzer dai passi troppo  larghi

mi ha mangiato spazio e desideri;

così,ho rotto col tuo viso ogni legame,

ho preferito a te,i gatti e la caduta,

l’amore è una religione oscura

ed io non ho il dono della fede.

Non esiste alcuna verità negli occhi,

ogni pupilla è uno specchio di cristallo

l’istante prima di un addio.

quando non ci sei.

le mie scarpe danno del tu alle stelle,
il mio culo mancato è l’occhio bendato
a guardia delle spalle.
I tuoi occhi sono due fari di tenebra,
mi oscurano come due eclissi,
una di sole,l’altra di luna.
di notte le tue gambe
sono una forbice
tagliano lo spazio ad ogni passo,
ed io ne ho fatto un abito oscuro,
da indossare sempre

quando non ci sei.

Qui, Adesso; vecchi appunti di viaggio.

                                               Parte   I

Sono seduto sul fianco sinistro

delle panche di questo ponte,

la nave si chiama Ulisse,

e non lascia presagire nulla di buono.

Carmen,la ragazza tedesca 

con la quale ho fatto amicizia

dorme con la testa appoggiata alla mia spalla.

odora di vaniglia e marzapane,

ha gli occhi verdi ed un sorriso 

che abbatte qualsiasi misura di spazio.

Quando lei sorride,la bacio,

è ormai un riflesso incondizionato.

Non ho ancora capito il perchè stia viaggiando da sola,

ammesso che si debba avere un motivo particolare per viaggiare da soli…

Per quanto io la trovi bellissima,la mia attenzione si è spostata sulle parole,

che il nostro inglese tutt’altro che perfetto,

rende brevi ed efficaci ,come uno shot di rum sotto al sole.

La Grecia è sempre più vicina, ma la notte è ancora lunga,

ed io l’abbatto scrivendo  a colpi di caffè e di ponch al mandarino.

Ad intervalli quasi regolari,Carmen si sveglia,

mi guarda per un tempo infinitesimo, richiude gli occhi ,e mi sorride,

ed io sono felice,come chi non ha mai chiesto nulla ed ha avuto in cambio tutto.

Se non fosse per i suoi capelli che mi  solleticano il naso 

e la sua mano che mi stringe il fianco nella  tasca del mio giubotto,

giurerei di fare da cuscino ad un fantasma,tanto che è leggera..

Poco fa la nave ha sobbalzato,lei si è svegliata di soprassalto,

come un gatto  che sta preicpitando in mare,

mi ha afferrato con le unghie,ha avvicinato le sua labbra al mio collo  e mi ha morso,

poi mi ha baciato, mi ha accarezzato e si è rimessa a dormire.

Io non ho detto niente,le ho sorriso,lei mi ha sorriso,

ed ho capito in quell’istante,quale piccola cosa stavo facendo

scrivendo questa sconclusionata poesia.

Vorrei morire qui,aggrappato alle sue mani come un iceberg alla deriva.

Il tempo scorre come una minaccia,ancora poche ora all’alba.

Avanti a me il mare è una distesa di plastica nera e lucida

che scintilla sulle creste come il taglio di piccole lame

sotto i riflessi gelidi della luna.

Carmen mi ha fatto una domanda,tra il sonno e la veglia,

ho fatto finta di non capire e l’ho baciata…

Where are you going?”dove stai andando?” 

mi ha domandato con un filo di voce…

non ho detto nulla, ma ho appuntato sul foglio bianco

della mia agenda, due parole.

Qui, Adesso.

                              Parte     II

L’alba ci ha risparmiati,mentre il sole delle nove,

bruciava  gli occhi già arsi dal sonno.

I ragazzi americani, appena più in là,strafatti di anfetamina

suonavano chitarre scordate e bestemmiavano al sole

accordi di J.L.Hooker,sbagliando tempo,modo e sostanza.

Carmen si copriva gli occhi con la mia sciarpa  blu touareg,

aveva la testa poggiata sulle mia ginocchia 

e si era infilata per metà nel sacco a pelo con le gambe distese sulla panca,

dormiva.

Avevo dolori ovunque,mi ero addormentato seduto,con la schiena curva,

la mia testa sporgeva su di lei come una zucca appesa ad un salice,

come un ombrellone piegato dal vento.

Mi tirai su dolcemente tanto da non svegliarla,mi sfilai da sotto la sua testa,

con delicatezza,o almeno ci provai,sfidando il dolce rollio dalla nave.

Avevo i muscoli intorpiditi dalla nottata,e le chiappe, sbriciolate dalla durezza della panca.

A mo’ di cuscino,le poggiai la testa sul mio sacco a pelo ancora chiuso,mi alzai ed andai a cercare un bagno.

I primi tre passi furono rugginosi come una vecchia gru abbandonata che stenta a ripartire,

poi mi stiracchiai con uno sbadiglio a bocca larga,appoggiato con la pancia al parapetto ed offrii la mia ugola a Tritone,

cercando volontariamente la  competizione con il coro di sirene locali,

ma avanti ai miei occhi ,c’era soltanto il porto,

brulicante di gente come i vermi in un formaggio.

Parevano affaccendarsi in ogni direzione al triplo della mia velocità.

Voltai le spalle al porto,e claudicante mi avviai verso il bagno,

vuotai la vescica con un sospiro di sollievo e fui grato all’universo,

poi mi lavai i denti e mi diedi una rinfrescata,

finalmente sveglio e profumato tornai a Carmen, ai miei bagagli e a quello che era rimasto della nottata.

Era sveglia, seduta con il cappuccio in testa e gli occhiali da sole, 

gesticolava frettolosa,da lontano..

– Marco!! Marcooo!! please..!!.. ,mi urlava cercando di non attirare troppa attenzione.

Se la stava facendo sotto,mi mandò un bacio con la mano, poi sorridendo e a passo svelto

si trascinò il Beauty in bagno,

raccomandandomi ,a gesti, di stare attento ai bagagli.

                                            Parte     III

Carmen era in bagno da una buona mezzora,nel frattempo io stavo riordinando

quello che chiamavo ”Notte Stellata” di Marco Pasolini;ovvero il vortice blu di vestiti

dentro al mio zaino che 

ad aprirlo ricordava il cielo di un famoso quadro di Vincent V.G. ,

L’effetto delle droghe cominciava a scemare nel sangue dei ragazzi americani,

Vincent, un ragazzo di Boston,ma di origini italiane, col quale mi ero intrattenuto a parlare di alcune band

fantastiche dellasua città,aveva finalmente smesso di chiedermi ogni quindici minuti

da quale città provenissi,puntualizzando che i suoi nonni erano di origine Molisana,

di un piccolo borgo contadine nei pressi di Isernia

sintomo che tutto stava ritornando alla normalità.

Riuscirono addirittura a  sorprendermi,quando uno di loro ,proprio mentre Carmen

stava ritornando dal bagno,

prese la chitarra e cominciò a strimpellare le prime note di “Hallucinations” di Tim

Buckley ,cantandola,peraltro con una voce da brividi…

Tutto sommato non dovevano essere male,pensai…,avevano buon gusto e

suonavano anche bene ,almeno fino a quando

 le droghe e l’alcol non mettessero in crisi  le rispettive sinapsi.

A fine canzone scattò l’applauso del ponte,eravamo quasi tutti giovani dai venti ai

trentacinque anni circa,

tranne un paio di coppie di olandesi decisamente più avanti con l’età,

 l’atmosfera in stile woodstock del ponte scoperto , ha sempre qualcosa di mistico.

Ci si imbarca per mare,verso terre più o meno lontane,ciascuno con la sua

motivazione.

Andare per mare è dare un  passo nella morte,è sempre come attraversare le

colonne d’Ercole, è guardarsi dentro, smarrirsi per poi toccare di nuovo terra

e ritrovarsi sempre diversi da come si era partiti.

“Il formidabile Satana”,come lo chiamava Lorca,”il cielo caduto, per voler essere la

luce”,mi ha sempre rimandato alle distanze incommensurabili,ai vuoti,alla morte.

Quando da ragazzino leggevo questa poesia,mi sentivo ancora più piccolo di quanto

non fossi, immaginavo il cielo cadere sulle acque e le gigantesche onde malefiche e

meravigliose di spuma e di lame,impetuose come un incanto terrifico,sommergevano tutto, anche la luce,

così mi ritrovavo a fissare il muro bianco della mia cameretta,con

gli occhi sgranati ,allucinati ed  il muro diventava lo spazio,il tempo,l’infinito, la morte.

IV

Il mare stava crescendo,il sole ci colpiva duro,in faccia, con quell’arroganza propria del clima equatoriale.

Le donne sul ponte erano quasi tutte in bikini,i maschi,me compreso,indossavano quasi tutti dei pantaloncini da safari,

e non ne ho mai compreso il motivo…

Il vento si faceva sempre più ruvido di iodio,ardeva i pochi pollini dell’isola,e mi regalava profondi sospiri.

La nave stava per ripartire,il motore era di nuovo acceso,le cime vibravano come le corde di un basso al vento.

Io sarei sceso alla fermata successiva,una piccola isola con quattrocentosettantadue abitanti residenti,

Sarei stato per un poco il quattrocentosettantatreesimo,trascurando ovviamente gli altri turisti.

Io non ero un turista, e nemmeno Carmen lo era;

Viaggiavo per essere,per non morire,per sopravvivermi dovevo andare,superarmi,dimenticarmi,

essere come la strada,arrampicarmi sulle colline dolcemente,senza strappi e poi riscendere,

restando comunque legato alla salita,al passato,senza rimpiangerlo,nessun ripensamento, andare avanti,conquistare suoni e colori,

possederli,trasformarli e poi liberarli a cuore aperto tra le mie parole,i miei gesti,i miei passi.

Volevo dimenticare il mio corpo,la mia umanità ed almeno per un po’ di tempo condurre un’esistenza ascetica,priva di frivolezze,

avevo bisogno di ritrovarmi,di pacificarmi,ma per fare ciò prima avrei dovuto abdigare da me stesso e reinventarmi,perdermi e rinascere,

ripulire i miei pensieri per  ritrovare l’innocenza perduta.

Carmen sovvertì i miei piani.

Dal primo momento che la vidi,seduta in cerchio con gli americani, con i capelli biondi che le uscivano anonimi dal cappucchio di felpa grigio,

con i suoi gesti così naturali, come se il mondo le si fosse armonizzato addosso,

 i suoi lineamenti esatti,freschi,puliti, minimi, i pochi segni del suoviso avevano la magia del cerchio,

racchiudevano la bellezza delle cose semplici,il suo sguardo profondo di blu,era inquetante,una voragine di mare sul mare.

Per quanto avessi deciso di essere solo,la sua bellezza,mi aveva imprigionato.

Avevo notato che di tanto in tanto scriveva poche righe su di una agenda,una volta finito,la richiudeva e sorrideva compiaciuta,

dovevano essere poesie,pensai tra me e me…

Era un’ottima scusa per attaccare bottone.

Così attesi la fine dei suoi pensieri per non disturbarla, e poi mi avvicinai e le chiesi se scrivesse poesie,

lei un poco imbarazzata mi rispose di no,

_non scrivo poesie,ma prendo appunti per il mio prossimo romanzo.

il suo sorriso fu così profondo che pensai di caderle in bocca.

“bene”, le risposi,”avevo capito che stavi scrivendo qualcosa di bello dal tuo sorriso,perciò mi sono permesso di disturbarti,

anch’io scrivo,e sono partito per resuscitare la mia poesia,da quando ho perso mio fratello,due anni e quarantatre giorni fa,

è morta anche la mia poesia, l’unica riga che sono riuscito a scrivere, l’ ho scritta su questa nave,sono soltanto due parole.”

Questa confessione,mi uscì di getto,senza sapere il perchè e per di più in un inglese che non era mai stato così fluido in tutta la mia vita,

lei mi sorrise imbarazzata, ed io più imbarazzato di lei,le dissi,

“vedi,scusa se ti ho rattristato,perdonami, di solito sono molto meno noioso,comunque io sono seduto là giù,

se dopo ti va,ho del caffè caldo,facciamo quattro chiacchiere”

mi fece cenno di si, col capo,e mi disse che dopo sarebbe passata a salutarmi volentieri,ma se il caffè non fosse stato all’altezza della situazione,

non mi avrebbe rivolto più la parola, mi sorrise ancora, e si voltò verso i ragazzi americani per dire non so che cosa…

Non capii subito l’ironia delle sue parole,bisogna essere inglesi per fare dell’umorismo inglese in lingua inglese le avrei detto qualche ora dopo;

Comunque ritornai al mio zaino,ai miei pensieri,al fresco del ponte,alla notte.

Cominciò così l’abbandono graduale della mia ricerca ascetica,ci sono tra uomo e donna delle forze che non hanno eguali in natura,

e la volontà è la prima cosa a cadere sotto i loro colpi.

Un piccolo strattone ci fece capire che ci stavamo muovendo,

lei mi era alle spalle,sentivo il suo odore,ma non mi voltai e chiusi gli occhi

per non rovinarmi la sorpresa.

il settimo giorno.

l’avevamo attesa da una settimana

senza desiderio

non fosse altro 

per affogare i pollini,

che mi fanno gli occhi belli

come dici tu,

con un accento di sadismo…

eccola,cadere

come una certezza

sulle strade;

Piove,uff…!

dovevo scendere a fare la spesa!

Come uno scalino viscido

intramezzato ad ogni pensiero di azione

la pioggia ci costringe in casa,

nei bar,sotto ai portici…

le coppie sottobraccio

sottopiccoli ombrelli colorati

si stringono,

il cane scuote il pelo con una smorfia ,

che pare sorridere,

le macchine sull’asfalto

fanno il ruomore del mare,

qualcuno, nel letto

si arrende alla domenica

e alla pioggia,

chi abbandona l’idea di spiaggia,

ripiegando sul centro commerciale…

qualcuno in casa ha preparato il caffè,

l’edicola ha messo i giornali al riparo,

i vigili non faranno troppe multe,

chi vive per strada avrà allungato

la pioggia a colpi di bianchetto..

la domenica di pioggia è un invito al sacro…

alle chiese ,al giorno del signore…

alla nullafacenza, e le campane sembrano 

dettare il ritmo del passo 

della voga , come un traghettatore

e le nostre anime si accoppiano 

per mano, senza nomi,

verso una accidiosa domensione sconosciuta…

la domenica,se piove, non esco,

me ne sto qui,seduto, ad immaginare la vita,

dovrei studiare meglio i fenomeni di trasporto,

ma qui nulla vorrebbe andare da nessuna parte…

profezia

smarriti come pettirossi

in gabbie di vetro

ci ammazziamo di taglio

a colpi di certificati ,

i nostri studi serviranno

ad ingrassare il mostro

e perderemo di vista 

le nostre vite,prima,

l’amore poi…

saremo tutti sul molo

ginocchia penzoloni

coi piedi a sfiorare

un mare di sangue,

a lanciare gli ultimi centesimi

sul fondo

per ritrovare 

i desideri perduti,

mentre all’orizzonte 

le navi erano già salpate

zeppe dei nostri giorni migliori,

stipati come martiri ,

ammassati e identici

come assi di legno,

e quando guarderemo in basso,

nel “formidabile specchio di Satana”,

vedremo i nostri volti

scarnificati all’improvviso,

allora,

bisognosi,brameremo

una nuova religione,

proveremo ad amarci,

ma sarà troppo tardi,

l’orrore avrà preso il sopravvento…

ed invocheremo la fine

come una liberazione

finalmente.

La Strada Al Posto Dei Pensieri

Una strada

al posto dei pensieri,

un rettilineo senza fine,

curva verso il basso

appena  dopo l’orizzonte,

le parole non mi toccano,

non partono da me

nè mi arrivano,

passano sul piano vergine

dei miei pensieri 

e non mi amano.

Le osservo naturalmente

scorrere e cadere 

nell’abisso senza nome,

come una musica 

che è solo matematica,

ostile di simboli,

nel silenzio

precipita…

così è l’ amore 

che era sempre stato lì,

e nessuno,a parole

l’avrebbe mai spiegato

che non fa rumore

lo sguardo

che muove gli universi.

Perduti e felici.

la città ci è esplosa intorno

piena di voglie, di pollini,

il sole che ancora non  ci brucia,

il vento che ancora 

ci accappona la pelle,

noi, ci siamo finiti in mezzo

come una domanda,

essendo noi stessi  la risposta

privi di ogni plausibile certezza,

imperscrutabili, dimoriamo

al centro di tutto ciò

che non ci è dato di capire;

e pure ci scalda il sole sulla pelle

e poi ci brucia il vento 

quando l’ombra, all’improvviso,

come uno schiaffo,di madre,

una carezza.

Basta una maglia,alle volte,per coprirsi,

per ritagliarsi una fetta di universo,

la felicità di esistere in tutte le cose,

una maglia per accorgerci di essere tutto,

uno sguardo per vedere di non essere niente

,…,

perduti e felici.

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Un Artista Minimalista

Italian visual artist, writer and musician

Pensieri spelacchiati

Un piccolo giro nel mio mondo spelacchiato.

Riccardo Fracassi

Non solo Fotografia

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