Gli anni delle indecisioni.

Gli anni delle indecisioni

erano tutti sospiri in levare,

le attese limavano il tempo dei baci,

baci più umidi e taglienti di adesso.

Rubavamo gli orgasmi

al cemento delle case in costruzione,

alle siepi arse dal sole tra le colline,

ai capanni degli attrezzi,

all’ombra degli alberi e dei muri.

Gli anni delle incertezze,

come cartelli stradali

ci indicavano la strada,

e quasi sempre,fresca

era quella del desiderio.

Adesso ci nutriamo di certezze,

ed è solo un rumore, la strada.

La periferia che ferisce lo sguardo,

per noi fu tutto un concerto,

una rapsodia di occhi e di sperma,

e ancora cantano,di notte,

le nostre giovani promesse,

come anime che infestano i salotti

irrompono nel sonno degli amanti.

Tempo fa,sono entrato in una di quelle case

dove i nostri piccoli “ti amo”,bucavano  pareti;

al loro posto, adesso, hanno piantato chiodi

per sorreggere quadri di pessimo gusto.

La salvezza venne dalla carne.

Per sedimentazione

sono precipitato dai vostri vizi,

dalla vostra mediocrazia pensosa,

(nulla potè il buon esempio)

dalla vostra spicciolata di parole

(fu inutile la parola)

mi separò la fica,prima

l’amore poi.

Tra i vostri dubbi sull’asso di bastoni,

l’occhio ha preso tutto.

la mano, sorregge spesso

il bicchiere sudato,col mignolino alzato;

la torre di cenere fumata dal tempo,

cade, annunciata, in abito grigio

come una certezza,sopra il pavimento.

Dei vostri bar mi nutro,

dai vostri bar io parto.

chi precipitò sul fondale

in punta di piede,

risalì, ma lentamente;

chè è difficile lo slancio

per chi poggia a sfioro

su fondale ardente.

quando vi vedo,occhi gialli,

in circolo, tra conio,carta ed un pulsante,

vedo la mia carne,spenta,putrida e fumante.

Arriva un altro giro come un abbraccio,

allora brindo, e spero,che scenda su di voi

la fica,come una salvezza, La dea,

in veste bianca, come una benedizione.

solo la carne,parla la lingua della carne.

amen.

Buon Appetito.

IL mare

a pochi passi di vento

sbadiglia di sbieco

la luce del sole

alle sette della sera.

la luce è buona

per i ritratti,

ed io ritratto la mia esistenza,

metto sul piatto del ristorante

una frittura dorata di totani,

contro un pensiero che 

solo all’apparenza pare distratto.

Giustappunto il mare ribotta

di scrosci contro il cemento,

mezzo miglio prima della riva,

incassano montanti

i frangiflutti.

Un tavolo sul mare

è soltanto un pezzo di legno

se non ci apparecchi la vita,

e io ritratto la mia vita

avanti al mare,ma

nessuna proposta mi pare,adesso

un’alternativa valida.

Sospiro,

ho riposto gli occhiali da sole nella fondina,

il mazzo di chiavi è un macigno

nelle tasche dei pantaloni estivi,

il casco è un animale domestico

ai piedi della sedia.

Il cameriere,gentilmente, 

mi chiede di avere pazienza,

gli sorrido e sussurro tra me e me,

che un  piatto non è mai vuoto,

quando ci apparecchi una vita.

Buon appetito.

L’istante prima di partire.

quando il mio era un paese di pietra

le case pesavano di gente sul terreno,

affondava la pietra nella terra,

e la somma dei nostri piedi,era

una mandria di speranza nel fango.

le strade erano di ghiaia,

la gomma era soltanto su due ruote,

andava pedalata,

c’erano i cappelli in piazza alla domenica,

ed i bastoni ondeggiavano come pendole

al passo del tempo,il pomeriggio,

d’estate,quando i campi ardevano al sole,

e lo stivale rinforzato col ferro

scuoteva l’arena della strada,

sotto il peso della vita

che suonava il mondo.

Nascevano figli,

girocchia rotte per le strade della polvere.

Le porte erano sempre aperte,

il cibo chiuso a chiave negli stipi,

le donne ricamavano il dolore,

sorridevano pudiche  nell’ombra

da sotto ai fazzoletti colorati.

Poi facemmo festa,

una festa disperata,

era l’istante prima.

La fotografia della valigia

ancora sotto al letto

senza spago,

il vestito buono

che avremmo indossato poi,

alla discesa dalle navi,

nelle stazioni dei treni,

col sorriso amaro,

con la speranza intatta

dopo oceani di stive,

dopo le lettere imparate a memoria,

dopo la guerra,l’avventura.

Fummo indigeni alla conquista delle Americhe,

di noi restano memorie e nomi,

e la nostalgia per la partenza,

per ogni arrivo,

come un pugno

al fianco,ci coglie

ogni saluto.

Deserto.

Il fondo del mare

è una lastra di marmo,

liscia ,infinita e bianca.

Ciò che trovo sulla riva

è soltanto ciò che ho perso,

solo ricordi 

come sassi di spugna

che al piede non danno 

alcun dolore.

Quando guardo il blu

vedo  l’assenza

degli altri colori,

e saperlo

non mi basta,

allora mi stendo

con la schiena

sopra il fondo,

talloni contro marmo,

annego

e non mi basta,

la mia anima è un deserto

di amore e di blu,

ci affogo,

ma ancora non mi basta,

è la fame,

l’assenza,

che  non mi  ha mai saziato.

I giorni della carne.

Giorni di poesie mai scritte

sono giorni di passi e sudore,

giorni di vita che anticipa altra vita

giorni gialli, accesi di sole al pomeriggio

di vento fresco  in moto,

 a solleticare il collo, teso ,

nudo,al sole, sotto il casco.

Giorni di parole mancate,

giorni di nomi urlati al vento,

di mani giunte e ferme,

esauste a riposare,sassi,

fra i sassi della spiaggia.

Il filo del mare,mi ricama,

poi curva all’occhio in lontananza,

così le mie parole si piegano

come acqua, al volere  della luna.

Vita, che ti chiedo sentimento,

e tu rispondi fica,e vizi, e morsi,

e cadute, io mi inchino,

come un dio che sosta alla tua ombra

al tuo crinale,mi piego e aspetto;

passeranno in fretta i giorni della carne…,

e quando non chiederò che fica,

lo so,beffarda,

mi affogherai col sentimento,

e sarò lì,  ancora testa bassa,

ad ingannare il tempo,

nella rincorsa,l’incidente,

il desiderio,lo scontro.

Parol&pippe,Pipp&parole.

chi  vive soltanto di parole

è un uomo morto,

parole e seghe

seghe e parole,

chi vive di seghe

è un uomo solo,

un uomo solo

è un uomo di troppe parole,

il fatto è questo,

essere soli e di poche parole

è cosa da pochi,

esiste una solitudine elitaria,

fatta di pippe e parole

ma più allegra,

per essere allegri

tra una parola ed una pippa

bisogna avere speranza,

un uomo solo,

tra una risata e una pippa

parla di una donna

e sorride,

un uomo davvero triste

tra una pippa e l’altra

si riempie la bocca di parole

parla di tutte le donne,

e aspetta l’alba,con livore

ogni notte, come una lama

ad accorciare la coda

dei giorni,dei ricordi

il lamento.

Così vengo a voi.

Così vengo a voi.
Nudo come la pietra
alle vostre mani bianche,
annego le vostre bocche.
uomo di uomini,mi porta la vita,
senza pensare,senza morire,
a voi vengo, naturale
come la forza,
alle vostre gambe aperte
baia senza scampo,
senza desiderio, in voi m’infrango,
come l’onda del suono
si annienta all’universo,
la mia voce muore
dove cominciano i nomi,
e come un nulla,lo squarcio
mi acclama,un bagliore
vi giunge.

dio è i bar della stazione.

Gli sbuffi del latte

che ribolle,vergine,

sotto i colpi del vapore,

si confondono col vociare di strada

e le auto ai semafori,

qui la natura ha il vestito 

di plastica,odora di fogna,

e quando è pulita,piove.

Date da bere agli assetati!

irrompe una voce incerta

stringendo un Negroni

nella mano tremula

alle nove del mattino.

I trans sono raragazze gentili,

gli spacciatori sono di poche parole,

i cingalesi portano figli 

dai sorrisi larghi alle tazze di latte;

gli slavi sorseggiano piano

e dai vetri  perdono lo sguardo sulla strada,

le zingare mi chiamano amore

e poi scippano le turiste bianchicce,

gli arabi non danno molta confidenza,

i cinesi raramente si vedono,

i senegalesi sono sempre amici,

salutano a voce alta e mi parlano delle loro vite.

Stamane ho incontrato Pape,stava andando via,

mi ha salutato in lacrime,tornava in Senegal,

mi ha regalato un amuleto,dice che mi aiuterà,

e che l’Italia si è fatta difficile.

Le persone distinte raramente entrano nei bar delle stazioni,

chi azzarda, ha sempre lo sguardo intelligente.

Ne abbiamo uccise di notti,

all’ora di chiusura

godendo,bocche aperte,

contro serrande sbarrate!

Nei bar della stazione 

paghi un caffè

compri la vita…

E sempre mi innamora

il bagliore terrifico

la supernova,

delle vite disperate,

l’amore

Per Mare.

Andare per mare è dare un  passo nella morte,è sempre come attraversare le

colonne d’Ercole, è guardarsi dentro, smarrirsi per poi toccare di nuovo terra

e ritrovarsi sempre diversi da come si era partiti.

“Il formidabile Satana”,come lo chiamava Lorca,”il cielo caduto, per voler essere la

luce”,mi ha sempre rimandato alle distanze incommensurabili,ai vuoti,alla morte.

Quando da ragazzino leggevo questa poesia,mi sentivo ancora più piccolo di quanto

non fossi, immaginavo il cielo cadere sulle acque e le gigantesche onde, malefiche e

meravigliose, di spuma e di lame,impetuose come un incanto

terrifico,sommergevano tutto, anche la luce,

così mi ritrovavo a fissare il muro bianco della mia cameretta,con

gli occhi sgranati ,allucinati,…

ed  il muro diventava lo spazio,il tempo,l’infinito,

la

morte.

La Ballata delle porte chiuse.

quando i pensieri si fanno modesti,

e la vita mediocre

ci tradisce e si allinea  ai compromessi,

se le persiane non regalano poesie

ma soltanto corde e  rumori 

striduli e ferrosi

nei pomeriggi d’agosto,

e nessuna compagna 

accarezza le tue parole,

quando non ti va nemmeno più 

di andare al cinema da solo,

o di introdurti in una qualsivoglia vagina,

se per cena ti accendi una candela 

per scaldarti alla fiamma antica dei ricordi,

e sul fondo del bicchiere ti aspetta

ancora il rosso dell’ultima goccia di vino

finito il giorno prima,

non scoraggiarti,non abbatterti,

sorridi al velluto della solitudine,

spalanca la bocca e respirala,

ricordati il suo odore di porte chiuse,

ascolta il suono della folla passeggiare sotto al balcone

e impara la vita dai loro passi,

affrancati dal gesto eclatante,

non spezzare il filo,sii uno di loro,

un numero di scarpe,la taglia della giacca,

poi sovverti l’ordine delle cose,

capirai da te il momento giusto,

saprai da solo cosa fare,ti sarà chiara la vita,

guarderai i loro volti e saranno tutti belli,

e tu sarai felice,

ma non dimenticare mai l’odore

delleporte chiuse.

Altri tempi.

la cameriera è una mia amica

mi offre da bere, e poi

mi fa lo sconto.

Tempo fa, ci siamo morsi,è vero,

ma era un’altra vita.

La guardo per i tavoli

sorridere al sudore del forno

ed ai clienti,

il suo culo teso

schiaffeggia ogni malizia,

il dottorato in filosofia

le si inceppa nello sguardo,

la bellezza dei trent’anni è misurata,

ma è ancora  rossa e disperata.

Lei la cammina sulla fune

con i piatti nelle mani,

 la penna nel taschino

mi sorride,

…io di rimando le sorrido,

e ripenso a quella oscura poesia di Artaud

che mi scrivesti quella notte sopra il braccio,

“colei che dorme nel mio letto

e spartisce l’aria della mia camera

può giocarsi a dadi sul tavolo 

il cielo stesso della mia mente”,

ma ve l’ho detto,

quelli erano altri tempi.

Esistono intimità che non si sperdono,

resistono nel vapore delle distanze

e ristagnano nelle paludi degli anni,

ma per quanto siano radicate a fondo 

nel groviglio incerto della memoria del sentimento,

mi è impossibile riaccenderle alle labbra.

Ogni cosa ha il suo tempo.

Quando me ne andai ,l’ultima volta

lei mi chiamò per nome,

io non mi riconobbi

le sorrisi e poi

come a riscrivere un finale

la baciai.

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