Guardo ancora il mondo
E realizzo che io non sono
Io resto, sempre.
Io Resto
Ogni volta che parto.
Quello che resta nei treni a fine giornata
è soprattutto stanchezza… forse tristezza…
chi ha un po’ d’allegria se la porta appresso
La vedi saltellare sulla banchina
Stridere in mezzo ai sorrisi
E rotolare senza inciampi oltre la stazione…
Mentre i treni partono, compreso il tuo..
E qui resta la notte, la stanchezza, il sudore…
L’amore…
apparteneva a quella razza di persone che non si evolvono.
Quelle che arrivano ad una certa età e smettono di imparare.
si bastano. Sembrava un uomo felice. Non aveva niente di più e niente di meno.
Quello che aveva imparato era lo stretto necessario
per arrivare al giorno successivo senza troppi affanni.
Il suo sguardo sicuro e la mascella squadrata
avrebbero ingannato chiunque.
Ci aveva ragionato un giorno e gli sembrò una cosa meravigliosa,
non imparare. Faceva scivolare fuori dalla testa ogni nuova cosa.
Persino i nomi gli risultavano ostici da memorizzare dopo la decima volta.
Ogni sera,si rifugiava sull’amaca, in giardino.
Nel mezzo della periferia del nulla, le prime luci erano quelle della stazione di servizio
qualche miglio più avanti.
Nel centro del suo piccolo cortile, aveva piazzato un’amaca a tre posti.
Ma solo lui ci si sarebbe mai sdraiato, ogni notte,
nell’oscurità assoluta del deserto, a contemplare il niente.
Tutto era inutile se paragonato al nulla. Le stelle non si stancavano mai di brillare.
Tutto era troppo piccolo e inutile al mondo. Niente valeva la pena di essere conosciuto, pensava…
Solo una volta, la sua sicurezza aveva vacillato negli ultimi dieci anni.
Fu quando una ragazza gli riportò il cane, Bob.
Era stato appena investito sulla provinciale. Bob era un buon cane. Faceva la guardia, e uccideva i serpenti, pensava.., mentre lei con gli occhi gonfi di lacrime lo adagiava privo di vita, in un angolo del cortile.
L’ho trovato così, disse,
ho letto la medaglietta e l’ho riportato a casa. Mi dispiace.
Piangeva.
Lui non era abituato a ricevere visite. Lo sguardo della ragazza poneva alcuni interrogativi.
Perchè le cose accadono a certe persone e non ad altre?
Come ti chiami? Le chiese.
Anna, Rispose la ragazza.
Grazie Anna. le disse.
silenzio.
La ragazza fece un cenno con il capo
lui rispose nella stessa maniera…
Se ne ritornò lungo la srada polverosa
e scomparve dietro la fila di alberi che nascondeva il cortile.
Lui la guardò allontarsi e vide sul suo culo che ancheggiava nella polvere,
la madre dei suoi figli.
La tavola imbandita in giardino, la domenica.
le confidenze rituali degli amanti.
il sesso feroce sotto al sole del deserto.
le malattie, le sofferenze,
Il college dei figli, i capelli bianchi.
Il giorno della sua morte.
il dolore dei figli.
i Nipoti.
Nel mentre lei mise in moto e partì.
si sentì quella che doveva essere una vecchia auto
sferragliare sull’asfalto rovente. Si allontanava in tutta fretta.
forse stava ancora piangendo. Era sensibile e bella, pensò.
Sarebbe una buona madre.
Il sole picchiava sulla carcassa ormai rigida del povero Bob.
Gli insetti cominciarono ad assalirlo dagli occhi.
Cominciava a puzzare. Doveva seppellirlo.
Loro tre non si rividero mai più.
Ci fu un momento, un punto triplo nelle loro esistenze in cui
furono una sola cosa.
Tutto era una sola cosa.
Non se ne usciva.
Tutto era maledettamente inutile.
Che seno aveva la vita?
Andò nel capanno degli attrezzi, posizionato sul lato est della casa.
Ci mise un poco a trovare la vanga, seppellita da inutili teli di plastica.
Scavò una buca in giardino e ci trascinò dentro il cane.
Poi lo ricoprì. Addio Bob, disse a bassa voce…
Ritornò nel capanno, prese una lunga corda da traino e fece un cappio.
Il sudore della fronte gli cadeva sulle mani.
Non pensava a niente. Aveva la mente sgombra, serena.
Annodò l’estremità libera della corda, alla trave della veranda.
Il sole picchiava come un peso massimo sul costato del mezzogiorno.
la casa sembrò barcollare per un attimo, ma restò in piedi.
Ne regolò la lunghezza, con la stessa minuzia con cui costruiva i galeoni di legno.
Si lecco’ il labbro superiore come accadeva ogni volta che si concentrava.
salì sulla poltrona a dondolo con qualche difficoltà.
Misurò la caduta con lo sguardo.
Si vide pendere come una banderuola all’ estremità di un pennone dei suoi galeoni.
Non aveva bisogno di coraggio, non aveva bisogno di niente.
Si cinse il collo con una medaglia pungente di Juta, serrò il nodo.
Diede un calcio alla poltrona e poi un altro ancora, fino a farla cadere su di un fianco, non ne sentì il rumore.
trattenne l’aria, il respiro, e poi sentì scrocchiare le ossa, nessun dolore.
Pensò alla ragazza, ai suoi occhi gonfi e poi alle stelle,
e con l’arroganza tipica di ogni uomo, si sentì per la prima volta,
dopo tanto tempo, ancora vivo.
quanta solitudine
mi pesava sulle mani
non avete idea,
e quanto mi è pesato il cuore!
E gli occhi gonfi
di un lucido albume e di vino
che accerchiava isole deserte
di prati e carbone .
Ogni passo mi allontanava
dalla sua bocca,
Alcune rese nobilitano la lotta
Quando cadono gli ideali
e i sentimenti si parlano addosso
e le parole fanno l’amore con i muri
non resta che arrendersi.
chinare il capo agli eventi,
ritirarsi sui monti,
recuperare energie,
presto o tardi arriveranno altre battaglie,
lascia sempre un altare per ogni sconfitta leale
Siamo arrivati troppo presto
nessuna ghirlanda di fiori
Per la nostra ingenua bellezza.
Ci rapisse adesso la coda della notte
Nessuno pagherebbe il riscatto.
Andiamo incerto compagno di carne
qui hanno esaurito i tramonti.
Giá cantano le prime ombre da ovest
Con parole di assenza e di tenebra
La loro vittoria sul sole.
Ho sorpreso albe peggiori
Rovistare tra le mie macerie.
Questa è un’ alba borghese
Mai si sporcherebbe le mani
E pure la sua nenia mi inchioda
E a sua voce mi ha braccato il cuore
Quello che a te pare un lamento
è un solo un residuo di morte
strisciato fuori dl vaso,
e i venti sono di guerra,
innamorano con la carne,
e nello sguardo ho il demonio
delle cose lasciate incompiute
perchè troppo mi è pesato il sogno.
Ho legato la mia libertà
come un puledro indomabile,
il tuo silenzio
è la mia strada
una lastra di ghiaccio
quattrostagioni
su cui le mie parole
danzano, bruciano,
vagano, inciampano…
s’autofanculizzano
torna il silenzio,
esauriti i tempi dei sorrisi
e dei soliloqui a mezza bocca,
si accende lunga, quanto basta,
una notte.
uno stretto tunnel senza luci.
Delle nostre voci,
soltanto le piccole eco,
dei nostri nomi, un loop
sopra piatti da DJ dimenticati accesi,
cadute ormai le ultime luci della festa.
Piccole cose…
Voci dei vinili non amplificati.
Due fruscii, poco più che polveri,
rumori sottili nella luce del giorno,
perduti nel brusio del traffico.
Solo di notte emergono chiare le parole.
La stessa notte che ci separa
come un abisso di cose da dire.
ohh BincoFiore
BiancoFiore dimmerda ♥
esile pagliuzza bionda
arrotolata ad arte
dall’ incedere deciso
di uno stercoraro
nazional polare.
non c’era da avere torto o ragione,
in realtà non c’era manco niente da avere,
c’era , sempre, solo, qualcosa da dare…
giorni di stanze chiuse
e parole a vuoto e penombre
e raggi di sole al mattino
visti dal letto,
buoni solo a scaldare
tegole e gatti.
Io me ne sto rinchiuso
dentro una botte d’Inverno.
sobrio e terreno,
sogno e dimentico,
dimentico e sogno.
c’è troppa morte
in ogni inizio.
C’è troppa luce
in ogni inizio.
Io me ne sto rinchiuso
in questa voce
a covare sentimento.
Vedo il mio cadavere
andarle incontro
pieno di grazia
tutto tremante.
Le sorride.
Mi sorride.
Quanti sorrisi
gesù,
nella nostra mente!
Quanti sgambetti
cristo,
in tutta questa fretta!
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...