La Morale di Lucerzio

così scrivi di una scrittura ratta
dove sorrisi diventano sorsi
sorsi diventano ossi
ossi diventano o.s.s.
o.s.s. diventano Sì.
così scrivi togliendo
ciò che non sai – e
regalando ciò che non hai.
la morale della sboria:
l’albero dalle sette spunte
disse al cigno dei sospiri zoppi
che Lucerzio perì soliloquio,
dentiera tra ponti
nel solspizio destato.

#metasemantice

Io ero il suono e il silenzio e niente

sento la persiana stridere al vento
e la tenda che separa la luce dal buio
spargere il suo balletto di fiordi e gelsomini –
– tutte le voci mi arrivano come un segreto
perché in tutte è il segreto.
Ieri leggevo un poeta. Parlava di inizio
e parlava di fine. sciocchezze.
poi ho smesso il quaderno ed
ero io la tenda ed ero io la persiana
ero il quel confine. ero questo e quell’altra.

se tu vedessi quello che vorrei che vedessi
lasceresti le armi e le cose meschine
e se la stella che parla parlasse davvero
direbbe le cose che già sta dicendo.

Oggi ho scoperto kutilov
e sono triste e sono felice
qualcosa dentro si è rotto per sempre
e la mente irreparabile immagina
un muro scrostato che odora di pane
e un alambicco di carta
sul dirupo che fui
fino a quattro secondi fa.

in foto Arkadij Kutilov
a cui è dedicata e a Liliana detta Slobo
che me l’ha fatto scoprire.

Così Va La Vita

Da giorni se mi affaccio al balcone
sento odore di fogna.
stamattina ho aiutato a rialzarsi una signora
inciampata in un filo di plastica
che mi ha dato anche un bacio.
così va la vita.
Comunque, niente di grave.
Poi un’auto contromano
il furgone dell’arrotino
fermo come un silenzio
in mezzo alla strada
e la fila nel senso di marcia
e le voci di un tono più alto
che diventano grida
che si fermano in gola
come frutti maturi
che poi io raccolgo
e lascio appassire
sopra il tavolo sgombro
della mia mente.
Sbuccio una pesca
che odora di donna
e affondo gli incisivi nella polpa.
Sul pavimento velocissima
l’ombra d’ un rondone
attraversa uno spicchio di luce.
Trattengo il respiro
appunto due righe:
Dove stai andando?

Loggetto – lo getto, l’oggetto, Il loggetto, Log Getto, Log: get to…

Alle 8 e 20 – prima di
mettermi a lavorare
ho finito di leggere il libro di Auster*.
quella che chiamo volgarmente realtà
ruggisce dalla stanza di fianco.
Di qua, dal confine di tutte le cose
dove oso camminare spesso al mattino
non sono più che un oggetto
vivo e morto contemporaneamente.
Per qualche istante l’oggetto resta immobile
in mutande a fissare una rondine
sul palazzo difronte
poi l’uccello va via e nel quadro rimane
un odore di nervi e di piume
di ricordi spezzati e
di zucchero acceso.

*Invisibile

Le Valvole Ancora Vi Funzionano?

L’autista si è rivolto ai passeggeri
Con aria sbullonata.
-Chi volesse usufruire dei servizi, può farlo. Stiamo aspettando due signore e ne avranno ancora per qualche minuto.
Poi si è seduto al volante e si è imbalsamato
A fissare la pioggia scivolare sul parabrezza.

Il signore avanti a me, con piglio
Nazional socialista e con romano ardimentao, alta voce:
!Ah va bene, le valvole ancora funzionano,
Eh, però, un altro strappo, altre due gocce…
E si insinua giù per le scalette dell’ autobus verso i servizi della stazione di servizi-o.

Sorridiamo. Siamo tutti più giovani.
Siamo tutti complici nel sorriso.
Poi tutti ai nostri affari.
Pochi minuti dopo, le signore risalgono a bordo e a rimorchio, il nostro amico,
Che con tono squillante:
Dai, le valvole ancora reggono!
Una volta aperte, ho fatto in un istante!
Di nuovo sorrisi!
Poi si siede, proprio avanti a me e
Nel poggiarsi, un rumore di busta,
Sul Culo, Morbido e Croccante,
Come il Futuro.



Nel Migliore Dei Casi

Non ne vuole sapere
Di ascoltare le ultime parole.
Irrimediabile dice. Disgusto.
Questa storia che non paghi
Per partecipare ai concorsi…
Mi fa uscire fuori di cervello.
Questa storia che arrivi tra i finalisti
E poi non paghi qualche euro per partecipare all’estrazione dei premi.
I premi… -Le solite pessime case editrici.
Mi fanno orrore quasi come il figlio di Quasimodo. Quasi come la debolezza di aver partecipato pensando di tirare su qualche soldo extra.
Dice, il figlio, che: non appartieni a questa selezionatissima cerchia. Rido.
Rido come non mai. Sincero e spontaneo come un ruscello.
Poi ricordo le parole del Vecchio che diceva:
“Se pensi che non siano diventati matti
Nelle stanzette
Proprio come sta succedendo a te adesso… -“
E tutto si allinea di nuovo senza troppi scossoni. Naturalmente.
Poi ti ritrovi in autobus
Sputato dalla città come un seme
E poi ancora tra i campi, a correre
Nei sobborghi della natura
E sui monti – tra la gente
Con un nuovo libro
E un deserto spirito e un fuoco di paglia.
Cosa porteresti con te sopra un’isola deserta? Solo una cosa. Dice.
La lebbra. Porterei la lebbra.
Tanto cazzo ci fai sopra un’isola deserta?
Almeno mi intrattengo con un gioco nuovo.
Non trovi?
Mentre la tizia di fianco fa domande
E poi ritorna a fissare il finestrino.
Ahh! Di tutti e tutte vorrei sapere tutto! Tutto.
Come fanno a dire che se ne fregano?
Che gusto c’è? Quali sono i fatti che non ti riguardano?
Ho cominciato a scrivere su questo foglio giorni fa. Aggiungendo ti tanto in tanto qualcosa che mi pareva rilevante.
Come se stessi costruendo un muro ma con meno polvere e più affanno.
Adesso tutto è diventato se non inutile, poco interessante. Poca cosa. Lo so.
Così ci appare la vita in certi momenti, poca cosa. Eppure… È tutta una vita che si consuma epicamente, senza sottotitoli, senza che te ne accorga. Nel migliore dei casi.

Foglie Azzurre

Dopo l’ennesima dose di odio e disprezzo
La telfonata si concluse con un certo garbo.
La pena, la mestizia e sua maestà la colpa
Si infilarono nel pensiero di una certa poesia scritta guardando dalla finestra
Di una casa con giardino di una certa città del” Oregon durante un giorno di pioggerellina.
“Pioggerellina”, recitava la poesia. Amen.
Poi il silenzio. La notte in pieno giorno.
La solita domanda sui sentimenti. Sulle implicazioni che le scelte e le non scelte compiute e incompiute fino a quel momento gravavano sull’intero cosmo conosciuto.
Cosa hai fatto in tutti questi anni
Oltre a ferire le persone? Eh?
Certo, non sei andato a letto presto.
Cosa hai costruito quando non eri impegnato a sgretolare tutto ciò che la vita
Ti serviva, benevola, sopra un piatto di foglie azzurre? Lasciale cadere, dicevi, queste foglie. Arriverà la primavera.
Ebbene questa poi è arrivata e…
Hai davvero messo a frutto tutte quelle cose? Hai intenzione di farlo per davvero?
Quanto ancora puoi infierire su cadavere di quello che sei stato?
Ne hai abbastanza? Torneremo a brillare come adesso? O Come il biancospino?
Lo so, lo so a che stai pensando.
Per l’ennesima volta ti hanno detto che i sogni di gloria puoi dimenticarteli. Puoi ficcarti le poesie su per il culo e giù terza stella a destra fino al mattino. Stop. Finiti. Fertic (?). Mai.
Quando nessuno crede in te, anche tu cominci a dubitare, non sei mica veramente scemo. Lasciaglielo credere che sei morto. Certo non a tutti. Lascia aperta quella crepa da cui la luce entra come burro. Arrenditi alla tenerezza. Dimostra di voler bene. Forse quello che sai dare è ancora troppo poco. Certo sei un disastro, ma non è tutto perduto. Non ancora. Il sangue pompa nelle tempie come orde di fenicotteri. Le mani ancora stringono.
La porta si è chiusa con un fremito di ardesia e l’albero il mirtillo e il miele…
L’albero il mirtillo e il miele. Ripeti insieme a me:
L’albero il mirtillo e il miele…

La vida es un juego! Miguel.

Leggo Cèline. In autobus.
Ultimo pezzo della trilogia del Nord.
Avanti a me due ragazze
Parlano di ciglia, di amori infantili
Tradimenti e pompini.
Ridacchiano. Dicevo. Leggo Cèline
E lo straniamento si mischia
Con le parole. Tipo:

Uscite fuori bastardi pretuncoli!
Ho le ciglia molto strutturate.

Cose così. Mi pare una buona metafora della vita. Un buon riassunto.
Se ci metti che avrei bisogno di un WC
E Coltraine ha appena concluso tra gli applausi a cui hanche i sedili hanno dato corpo.
Stamattina uscendo di casa, la valigia
Si è impigliata con la ruota in una buca
Ed il manico di alluminio, sbattendo a terra
Ha fatto il rumore di una fucilata nel vicolo.
Una signora mentre ci incrociavano ha fatto il segno delle corna e mi ha detto: tien ll’uoecchjie’nguoll! (Ti hanno messo vli occhi addosso)
Le ho sorriso. Qualche passo avanti
Ho sorriso ancora ripensando alla signora e ho fatto con la mano il gesto delle corna.
Ricordati Miguel, La vida es un juego!

41-bis

41-bis

Un attimo fa leggevo un poesia di Carver:
Vento. Poi ho appoggiato la tazza di caffè
sulla libreria accanto alla finestra.
.ed il vento è entrato da una piccola fessura
insieme alle voci che non ho mai voluto sentire –
d’un tratto dal palazzo difronte, o dal fondo del vicolo –
non so con precisione. un canto antico. una risata
un fruttivendolo e una volante diventano di carne
e tutte le scommesse perse attorcigliate al parapetto
hanno subito intonato una canzone sul futuro: [omissis].
… ma io so già dove vuole andare a parare la visione.
Ed anche il tizio qualche piano più in basso
che ride e saluta urlando i loro nomi ai passanti
come una fonte battesimale d’altromondo
nel mentre che la moglie scrive divertita
col rossetto qualche cosa sopra il collo.
probabilmente: 41-bis.

Le valigie sul letto, quelle di un lungo Plagio.

La sera è scesa come uno squalo
Tra due margherite. Canta Piero.
La sconfitta odora di pace
La morte si affaccia nel discorso
Con l’odore di qualendula.
Giorni fa un tizio gentile
Voleva convincermi ad acquistare
Copie dei miei libri. Mi stupisco ancora.
Qualche idiota ancora ci casca.
Perché sei ancora qui a
Scrivere poesie nei momenti più difficili?
È sempre tutto un raccontare balle
Quando sei nell’uragano.
Una volta pensavo di chiamarmi jessica!
Che sia quello il mio vero nome?
Ma io dico davvero. La seta si è fatta carne
Che si è fatta distanza e poi si è fatta e basta.
L’albero che non è mai stato qui
Ha cominciato a cantare “accarezzame”.
Appresso lo spicchio ha cadenzato
Poi l’azzurro variegato che adesso è l’oscuro.
Stanislao mi parla con mestiziaa
Ha le valigie sul letto, sì.
Quelle di un lungo plagio. Mi guarda.
Strimisce nel freddo della lampada.
Non mi resta che intonare
un passo dietro l’altro.
Cosa ci fai qui tutto solo e pieno di rancore? Avrebbe detto zio Raymond.
-Jescie, e va’ tòcca ‘e femmene! Avrebbe detto Massimo. Ma tu che dici?
:La notte lima la mente
Poco dopo si è qui come sai bere,
Vuoti d’anice lungo la vernice
chi pronto al Marzo, chi quasi in cancrena.
Qualcuno sulla pagina del male
tralcia un segno di vite, frigge un punto.
Raramente qualche ossa scade.

FL. 25 Aprile. (Citazione colta e strappata, via. Per sempre. Forse)

Ebbe il suo floruit fra qualche anno
Quando gridavano di gioia i gradini
Ad ogni passo di ascensione.
A quei tempi l’ascensione era a pagamento:
Dice: 5 cents per i residenti e
Offerta libera per i candidati al regno dei lievi.
Gli alberi strizzavano le foglie
Insomma, I numeri battevano gli addenti dal freddo
Si attendava una nuova micro graciazione
Quel venticinque aprile di oggi
Dove si era molto liberi di dimenticare
ciò che si era finto di sapere .
Il nostro rivoluzionario di passaggio alla Taibo, Era Tana (liberatutti di cognome). Regina del nascondino.
Poi ne perderemo le tracce e i temi
Mesti e vuoti, avranno quel sapore didascalico che hanno le qualcose
Quando te le hanno poco raccontate
Lontane dal vissuto.
Ebbe il suo floruit, diceva, anche nel presente. L’escrementi migliori della mia degenerazione…
Prima, dietro allo striscione, il buonuomo urlava: pace:libertà:amore!
Nella piazza piovve sparuta gente
Un signore tentava di scampare la morte
Pallido sui gradini della chiesa
Attenzionato dalle guardie. E questo è accaduto davvero nel mio tempo di poche ore fa. Mentre l’ascensione non passava dal megafono. Dal mio desajuno borghese.
Dai gradini spenti della chiesa.
Tutto ebbe il suo floruit in un futuro ipodedico. Anonimo e assurdo come.
Come le cose che avvengono e basta
Fuori dall’inutile gioco delle previsioni.
Buon venticinque aprile. E che Tana vegli sulle nostre vesti.

Hamburgher, Frasche e Sterlizie.(il dente batte dove il fianco duole)

La sera in cui Giada irrompe in una nuvola di sterlizie –
è sera. è fresco. sopra i tetti graffia un vapore di niente.
a sinistra si scorge il rooftop dell’ospedale.
oltre. in lontananza. decollano e atterrano aerei.
Giada non è del tutto un nome di fantasia. con tutto ciò che ne consegue.
i piccioni e i rondoni si mescolano nell’azzurro
e fanno un verso di armistizio. tubellano. frappano verticali.
come una dimenticanza naturale. nel vicolo
scivola un ragazzo. impatta contro uno scooter parcheggiato e
bestemmia ancora prima di toccare terra.
Giada risponde qualcosa al telefono dall’altra dimensione.
qualcosa che soltanto lui ascolta. qualcosa di crudo come la selce dopo un temporale.
la sera è scesa come un tritacarne. E io non sono certamente qui scrivere
o a desiderare. ma. il dente batte dove il fianco duole. e
ho voglia di hamburgher.di frasche accese. e di sterlizie.

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