Colloquio. CallCenter. Si accomodi.Ci possiamo dare del tu tu tu…

Colloquio. CallCenter. Si accomodi.
Ci possiamo dare del tu tu tu…

È interessante fare colloqui.
Anche quelli nei posti dove non lavoreresti mai. Anche quando tu vuoi vendergli qualcosa.

Il portiere diurno indica la scala C
Tu sali fino a fermarti avanti all’insegna:
Là hai sempre cose da imparare. Ti dici.
Fuori i corsi e ricorsi tra cani rincorsi
Abbaia l’ambulanza tra i negozi
C’ entro storico. C’esco fiore.
Dopo il parlottaggio informale
Chiedo due statistiche. Mi dicono:abbastanza
Provo a vendergli una campagna marketing
Più efficace di un ripescaggio
Dicono che hanno i database
In cui attingere a piena vosce. #Paviglianiti
Appunto due cose sopra un foglio con una penna a sferza. Praticamente gratto cellulosa come i cuneiformi.
La tizia si fa mansueta. Quasi cara.
Quasi chiede scusa. Oh! sarei un abbraccio
Tra la porta e il vetro. E il tavolo cristallo
Assurge il terzo giorno stando fermo.
Cri-stallo penso. Immobili tra mobili.
Una bionda in Dr.Martins mi sorride
Sono io i suoi occhi stanchi. La pianta è il suo Team Leader che principia a parlottare brevemente di una foto. Mi fa la fotosintesi.
E battute di dubbissimo interesse.
Mi faccio tenero e caldo come la cacca
Quasi ci abbracciamo. Lei ha gli occhi stanchi. Come la tizia. Nessuno ha venduto
Un alcunché. Ma il congedo è stato tenero
Come un tonno che taglia con un cristino.

Lavanderia a gettoni. Natalia.

Natalia. Capoverde 1972. Arrivata a Napoli nel 2005.
lavora in via Orazio, fa la governante. Domani si opera due cisti al fianco dx.
In un ospedale al Vomero. Lì sono tutti competenti e gentili, mi dice. Anche la Signora presso cui lavora ha partorito là. Anche a lei sono sembrati gentili e competenti.
Oggi giorno di ferie. lavato a mano vestitini nuovi della nipotina
portati poi ad asciugare in asciugatrice a gettoni.
Si è fatta sostituire da un uomo Srilanchese. Dice che è incredibilmente bravo a svolgere le mansioni di casa. E che i Capoverdiani non farebbero mai quei lavori, nemmeno gli italiani, mi dice. Annuisco.
Natalia Ha anche forti dolori alla cervicale: le ho consigliato dei cerotti per tamponare fino a domani. Sono due giorni che fatica a prendere sonno, mi dice.
Ha un figlio a Capoverde. Alto, magro, forse troppo. Fa il meccanico.
Uno dei migliori di Capoverde. E’ magro, mi dice, perché mentre lavora si dimentica di mangiare. Gli ha comprato 30 euro di integratori e vitamine, ma lui, dice: cosa ha fatto? Non li ha presi! Ti pare bello?
Natalia Ha una casa a Capoverde.
due camere da letto, un soggiorno-salotto, una bella cucina luminosa.
… E la possibilità di espanderla verso l’altro. Se il figlio avrà voglia, in futuro, con le proprie energie ( Lei è stanca, mi dice) alzerà un altro piano, magari con una terrazza.
Natalia vuole smettere di lavorare. Lavora da quando era bambina. A cinque anni con una scopa di saggina, andava a spazzare di paese in paese. Era povera ma orgogliosa. Mi dice che: i capoverdiani sono gente orgogliosa. Se ne incontri uno per strada, in difficoltà, e provi ad offrirgli del denaro. Questi si rifiuta. Preferisce morire per strada che chiedere l’elemosina.
Dice: che i ragazzini di oggi sono fessacchiotti. lo dice con dolcezza. Con affetto. Con un velo di paura.
Dice che non capiscono che se non studiano e non lavorano, poi avranno difficoltà.
Ha una nipotina di 15 anni. Sa quello che dice. Ha anche un nipotino di 4 anni che ogni mattina accompagna alla materna. A piedi, facendo diversi chilometri in salita da Piazza Carità verso Salvator Rosa. Poi ritorna indietro e va a lavorare in via Orazio.
Una bella scarpinata. La madre della piccola quando smonta dal lavoro alle 14.30, va a prenderlo all’uscita. Ci si organizza, ma è difficile. Lo stato le passa soltanto 80 euro che bastano soltanto per i pannolini. Dice. Dice anche che in Francia i bimbi stanno tutti molto meglio. Hanno più servizi. E che il governo italiano fa molto poco. Poi mi chiede della Meloni. Dice: cosa ne pensi? Sorrido. Le dico che è un governo stupido, forse il più idiota da quando c’è la democrazia. Che sono fascisti, ignoranti e che spero che passi presto questo periodo.
La vedo che è soddisfatta della risposta. Mi dice: Bene! E’ così. Mi dice anche che soffre per la povertà di tutti. Ma proprio di tutti e per le guerre, per tutti quei poveri bambini che muoiono ogni giorno. Lo dice con le lacrime agli occhi. Dice che lei è stata povera e sa bene cosa vuole dire. Io le dico che non so cosa vuol dire essere povero. Ma che capisco, forse.
Natalia mi ha aiutato a piegare il piumone, ma le ho detto di stare ferma, altrimenti la cervicale peggiora. E lei mi ha risposto che è coraggiosa, che le donne sono così. Se c’è bisogno, aiutano. Le ho risposto che so quello che vuole dire, ma che senza una buona salute, poi non potrebbe aiutare più nessuno. Nemmeno sé stessa. Mi ha sorriso e mi ha detto: hai ragione, hai ragione… Non bisogna esagerare. Poi mi ha fatto delle domande, poche, educate e discrete, a cui ho risposto con un sorriso da ebete. Mi ha consigliato un posto dove ci sono buoni detersivi e abbiamo scoperto di essere più o meno vicini di casa.
Natalia è una bella donna, ha nelle mani e nello sguardo, la forza di chi ha sempre dovuto lavorare. Ha il naturale istinto di offrire il proprio aiuto e mi ha consigliato di asciugare sempre i vestiti in lavanderia a gettoni, ché dice: La corrente è diventata troppo cara a casa.

Natalia ha anche una sorella che ha vissuto in Italia prima di lei. Ai tempi della lira.
La sorella di Natalia con i soldi inviati a casa dall’Italia ha costruito due case. Ci vuole Cervello, mi ripete più volte. All’epoca il cambio tra lira e scudi capoverdiani era molto favorevole. Le si illuminano gli occhi quando mi racconta i ritorni dall’ufficio postale a casa con le tasche piene di denaro. Accompagnava la madre a cambiare i soldi. E quelli erano giorni buoni per tutti, in famiglia.
Adesso il cambio non è così buono, dice che per 50 euro cambiati, è come se ne avesse 60 a Capoverde. Non si scialacqua come un tempo, ma qui almeno c’è ancora lavoro.
Finiti i tempi dell’asciugatura del piumone. Le chiedo se volesse un caffè al bar di fianco, ma mi dice che ha un po’ di gastrite e preferisce non esagerare. Ci presentiamo, ci salutiamo e le faccio l’in bocca al lupo per l’operazione. Mi chiede: qui dite “Crepi il lupo”?
Le rispondo che sì, si usa dire così, ma che si dovrebbe sempre dire: Viva Il Lupo.
Allora mi sorride e mi dice: Viva il lupo.

Garantito al limone. Sull’inutilità delle cose.

La poesia è inutile.
Così mi hanno detto oggi.
Passo troppo tempo a pensare
e le mie poesie forse fra cento anni
Raccoglieranno qualche cosa.
(con poca convinzione)
Allora scrivo l’ennesima poesia inutile.
Inutile come la vita. L’amore o la morte?
Dico: sono uscito e ho comprato due libri usati che paiono nuovi. Il signore anziano della libreria mi ha fatto lo sconto di 1 Euro.
Mi ha ringraziato.
Mi ha sorriso e mi ha fatto un cenno col capo. ho ricambiato e mi sono infilato nella strada che ha visto molte albe e molti tramonti.
E continuerà la giostra anche dopo che me ne sarò andato per sempre.
Garantito al limone(non so da dove venga questa espressione)!
Non ho ritenuto di dover scrivere altro.
Almeno non a parole.
Non esiste giornata che la poesia
Non trasformi in qualcosa di sopportabile.
Però è vero, la poesia è una roba inutile.
Come la vita, l’amore, la morte.

Immobile

Dal centro del sonno
Scartavetrato dalle distanze
Le attese soffiano sui minuti
Come sul fuoco.

Quello che non dice parola
È nell’aria come foglia di zinco

E tutto intorno preme sul cuore
Come un gommone. Un sole di Agosto.
Un lascito acceso.

Le ruote tritano gli occhi
Che guardano attenti

Il giorno si è vestito di bianco

Le città sono tutte le stesse
C’è un aereo che forse decolla
pare immobile
dal vetro del pullman

Fratellanza

così affaccciandomi
dal parapetto del giorno
scrissi la parola che non sapevo scrivere
e la pronunciai senza aprire bocca
come una preghiera / una bestemmia.
dentro l’involucro che avrebbe visto l’uomo-
dentro. nel profondo delle strade
dove scorrono i ragazzi urlando trionfanti
a cavallo di motori che senza inibizioni uccidono
pazzi di gioia – le notti – a Piazza Dante

  • pericolosi come ordigni
    i sentimenti anarchici
    risolvono rompicapi complessi
    con la parola sola. FRATELLANZA-
    lunga e silenziosa come la linea
    della catena di montaggio spenta
    per mancanza di significative offerte.
    oscena come il cazzo moscio
    sul set di un film porno ma con molto meno scandalo
    il silenzio ha ricoperto tuttecose con la polvere
    e poi sei tu che…

    Mi sono innamorato

    l’attimo è stipulato
    le caparre sono state intascate in bianco.
    il latrato dell’auto svanisce dietro l’angolo
    come una feritoia
    questa città è un alambicco e
    le pozze sono piene di sole e ambulanze
    camminare è un’impresa multinazionale
    sul ciglio di lenzuola stese
    oggi mi sono innamorato di una finestra
    della casa disabitata dirimpetto
    di cui avrai certamente sentito parlare
    negli gli anni a venire dopo avermi letto.
    là nessuno stende i panni al sole o litiga alla sera
    prima di dormire. resto minuti a innamorarmi della polvere
    che la ricopre come albumi montati a neve su
    parole che un tempo furono spazi ben destrutturati.
    Ma il torrente che ti porti dentro fluisce involontario
    senza scendere a compromessi col profitto.
    : mi sono innamorato di una finestra vuota
    abbandonata perfino dagli sguardi discreti
    una volta sono rimasto seduto più vite
    sperando che non si aprisse. Così è stato
    fino alle 16:26

    L’ Erbamara

    supereroe la ringhiera
    si presta al gomito senza scossoni
    una vespa asiatica rimugina sul ciglio
    di fianco il caseggiato rintonaca il mattino
    non di rado un aeroplano, un due ruote smarmittato
    un elicottero che ristagna a mezz’aria
    proprio su di me in questo momento.
    l’aria è quella di ottobre, lontana dai boschi
    non arriva nel vicolo il profumo del mare
    il sole riscalda le cose con il ricordo.
    cresce rigogliosa erbamara tra le parole.
    Si cerca conforto nel poco degli angoli,
    nei granelli di polvere
    tra le carte abusive che resistono
    nel cassonetto della plastica.

    L’ EbBrezza

    tu sei una ringhiera rossiccia
    ma io volevo andare a passeggiare
    lungo la balaustra del lungomare
    come un dialetto bruciato dalle guerre
    sul bordo teso e pescoso
    in riva al semaforo degli anni.
    tu mi inviti come un canto, certo
    come un calippo in un giorno d’arsura
    ma io ho imparato a mordermi le labbra
    pelliciose e raspe, segnate da cose che
    potevano accadere in una percentuale.
    tu mi inviti alla distanza. prossima, come un rimando
    dici il mio nome come un vento sfavorevole talvolta
    altre – come la parola sole all’inizio dell’autunno.
    e adesso che le parole si allungano di qualche minuto
    ogni giorno. capisci. quella sera ti parlavo di ebbrezza
    seduto sui granelli. e ti dicevo tutto e ti pareva niente.

    De Rossi

    oggi in libreria mi è ritornata la voglia di scrivere un romanzo.

    così. tra i libri di poesia, tutti bianchi, che quasi anonimi sorridono

    ho sentito quella vibrazione. la solita. quella che smuove le cose

    che dura qualche poco. che fa venire il sangue alla testa

    e rizza i peli sulle braccia. volevo raccontare questa cosa:

    poi la luce del magazzino della libreria si è accesa con

    la porta mezza aperta. le voci che arrivavano come da un imbuto

    – Hanno esonerato De Rossi, l’hai saputo?>

    -Vabbè era prevedibile. Però che cazzo! Io avrei insistito un altro poco

    poi una tizia mi chiede di spostarmi, trovo Zavattini, poi riprendo Pasternak,

    cerco compagnia. motivo una canzone nel cervello che fa: la luce dalla vetrata spinge fino spegnersi nell’ombra del pensiero.

    attivo i bastoncelli per vederci meno chiaro. le parole scorrono come polimeri

    sopra vetrini. mi ritornano in mente le catene dei polisaccaridi, carboidEati complessi. scorrono le immagini senza capire, per un po’…

    Cosa ci faccio qui a camminare sopra un filo? fuori il Camper dell’Avis mi strizza il fanale. Driblo e vado avanti verso l’avvenire. Asciutto anche per oggi. la strada è sangue continuo, segui la strada.

    I turisti cercano l’autenticità della vita in un corno di plastica in miniatura.

    Posso sentire quel desiderio di risposete, fisicamente, come una punta di lancia

    puntata nel fianco. cosa vuoi che ti dica amico mio… cosa dica che vuoi amado mio,

    saco dica che volks amiga mirto. cozza volsci che vo’ amilcare? jfaiohofiam dijsdio isdj iasdj fcmmoiwu xmcpow ,.

    DELFINI CURIOSI

    Dopo il caffè salgono le grida
    Da non troppo lontano
    Appena dietro la curva sotto casa
    La figlia di Antonio. Pare.
    Stia litigando con qualcuno.
    Antonio, bada bene, va pronunciato a bassa voce.
    È la strada. È la vita.
    Si sbattono cose sulle serrande
    Pare il suono della banda
    Ma piú free jazz.
    Poi schiaffi Come charleston
    Nello swing.
    Le parole Bucchìn’ E Lota
    Si incastonano come piombo
    nell’altare Della chiesa del Rosario
    Di rimpetto. Amèn.
    Come delfini intorno al banco di sardine
    Scendono dai palazzi. Uomini donne bambini cani anziani ciechi muti sordi
    Muschi alberi licheni caseintere e fogli di giornale.
    Dai balconi usciamo tutti mezzi nudi.
    Fa ancora caldo e l’afa ci unisce
    Da pelle a pelle da balcone a balcone.
    Il sudore è il vero collante dell’umanità.
    Poi la questione perde forza, le urla virano dalla rabbia al dramma. Le auto si fermano e gli scooter iniziano a scorrere.
    Le voci si fanno sommesse. La tragedia è scampata.
    La gente alla spicciolata ritorna alle proprie cose. Da basso un telefono in vivavoce che gracchia. Chiamano il vicino della tizia in questione per sapere novità. Allora è certo. è la figlia di Antonio.
    Antonio però, sempre a bassa voce, questione di corna.
    Adesso è più chiaro.
    Poi d’un tratto un tonfo sulla serranda.
    Gong. Seconda ripresa. E la gente si veste
    Per uscire sul balcone a sentire le urla
    A guardare la vita ancora in frantumi
    Per una volta degli altri.
    Poi c’è quasto sollievo nell’aria…

    Ma dura pochi minuti.

    Piccole Cose: Kalašnikov

    Piccole cose. Venerdì
    Pagina bianca. Monitor.
    Poi Sabato. Due parole.
    Una mela succosa alle 17.
    Una tagliola e un guanto.
    La vicina che stende
    Le mutande del marito.
    L’anziano che urla e si lamenta
    No. Non io. Una proiezione futura
    Più vera e con meno artefizio.
    Sabato. Sera. Venere sculetta
    Dietro l’antenna. Dalle scalette
    Un ragazzo scende col laccio emostatico
    Ancora stretto al braccio
    Lo saluto. Gradini. Altri piccoli gradini.
    Qualche merda umana e animale.
    Un eliccottero. L’ambulanza
    Che luccica ma non fa rumore.
    Uno strano silenzio a metà strada.
    Alle spalle il golfo. La montagna.
    Confezioni Pic. Il fresco della sera.
    Sul collo come una raffica di
    Kalašnikov.

    Crea un sito web o un blog su WordPress.com

    Su ↑

    premiobrassens.com

    Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo

    L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

    L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

    Incerto&Malpighi

    Porte Interne Italiane

    Biblioteca Montelupo Fiorentino

    Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...