
come parole

Esorcizzare il pianto l'asfalto la strada
Esci. Vai a chiedere grazia al libro.
Non rimuginare - rimmaggina.
Respira trepido e divergina:
Tu sei un poessere.
Riscrivilo. Prenditi poco sul serio. Scrivilo sui muli alla sera
Sulla latta che attorciglia il colle
Scrivilo a picco sul male
Lo stesso male che arriccia il senno
Prima di cadere nel sonno.
Scrivilo come fosse cosa vera
Come se fosse un gesto
Definitivo e asciutto
Come l'assenza
Come una cosa
che non ha conosciuto altro
Al di fuori del colmo.
Casaluce. Bar. Corso qualcosa 95.
Il muro di fronte pare una seppia spiaccicata su sè stessa
I 36 gradi odorano di radiatore e glicine
Nel bar sono entrati due tizi che parlano di oro da scambiare
Mani rotte e scarpe sporche di cemento.
Il quarto caffè mi ha graffiato la gola come un serpente
Avanti al bar è come stare a Marsico
Un tavolino blu. Una sedia blu. La tabella Algida mi ricorda quanti anni sono passati dall'ultima volta che qualcuno mi ha parlato dei miei nonni.
In questi appuntamenti del primo pomeriggio per parlare di salute
E questa nostalgia che spinge sugli argini come l'Arno in piena
E questo tizio che scende dall' auto con l'holter pressorio attaccato al braccio
Poi rolla una canna sul bancone
E mi dice: è per la pressione
Come il campari e gin.
E sorridiamo anche se indosso
Questa camicia azzurra
Siamo fratelli
Separati alla mescita.
L'azienda dei poeti mi sta solleticare
Vespri pungono come anguille
Alla finestra
Il rame si è fatto albero maturo
Poi sfrutti l'idea ch'è appesa all'amor:
L'accogli. La fai tundra. Poi torba. Finalmente ti rinfreschi.
Intanto la fattura fa capolino dal desk
Poi la licenza si fa poesia: cioè ti guarda tenera ma non troppo
-ché zie e cugine...
Recitava il vecchio adagio...
Ma intorno ancora c'è quell'erba
E quel filo che tremava,
Ancora trema...
Ed io sono da sempre ormai
Quel pasto avanti ad oggi
Quel ricciolo di sole e fiato
quella vecchia calza appesa.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
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