hahahahahah da 0 a 10 ? 0,1
quanto sei triste da zero a dieci in questo momento?
hahahahahah da 0 a 10 ? 0,1
hahahahahah da 0 a 10 ? 0,1
ci sono cose che ti guardano dall’alto delle pareti
come quadri ai vecchi sentimenti,
alla gogna,appesi,
al muro polveroso della dimenticanza.
queste cose non parlano più la nostra lingua,
distani ventimila leghe dai nostri gesti ormai maturi,
e pure le loro inmmagini crocefisse dal tempo
sono come un tarlo di titanio dentro gli occhi,
se di giorno si confondono nel traffico dei volti
di notte depongono le uova nel silenzio
e gracchiano canzoni tristi contro il tempo
come mondine a strappare dalla terra il riso
in pantani di lacrime.
pardon se non sono molto pratico di tumblr e ti ho risposto di nuovo nelle Ask. 🙂
*oggi indosso tre maglie blu
ed un pantalone marrone…
casomai qualcuno, poco accorto,
avesse da smentire
la mia appartenenza ai cieli.
-E il marrone?
chiese lo scettico.
*Appartenere ai cieli
implica,su questa terra,
nuotare nella merda…
Ci deve essere un filo
sottilissimo di sangue
e di vento
che lega i ricordi
alla primavera,
più passa il tempo
più a lungo ci raggomitoliamo…
come un pescatore
che salpa le reti in pieno giorno
cerca con lo sguardo casa sua
tra le case distanti del borgo
mentre sua moglie
capelli neri lucidi di sole,
raccoglie il bucato
di una notte d’amore.
la primavera cresce
dentro la mia bocca
come una spuma di parole,
da abbellire
come le calligrafie
degli otto anni,
delle righe sottili,
dei quaderni Pigna
della terza elementare;
il verde prato al vento
color banco di scuola,
il legno sottile dei seggiolini
e del loro scricchiolare
sotto ai nostri pochi chili di culo
senza peli.
cammino la strada di adesso
con tremende fitte alle ossa,
male articolo i movimenti ,
e le parole sono quelle
di chi ha giocato troppo
con i piedi,
senza curarsi sempre dei pensieri,
la strada si fa sempre più bianca
se cammini contro il sole,
e gli occhiali scuri
aiutano fino a un certo punto.
le calze di nylon
che hai lasciato in fretta,
sopra la spalliera
della sedia rossa
della mia stanza,
sono l’abbraccio freddo
del tempo che ritorna
ad ogni Aprile,
lasciale là, ti dissi,
andiamo…,
svestirsi al sole
ha sempre il gusto
della riconquista
di una libertà rubata.
Ci sono stanze d’albergo
che cantano tristi canzoni,
nascono nelle penombre acriliche
dei tessuti a basso costo,
per diventare,col tempo,
una languida sfumatura di giallo,
come l’odore del fritto,inarrestabile,
ricopre d’olio qualsiasi idea di cielo.
In camera mia
troverete sempre una finestra aperta,
non correrò il rischio
di lasciare il mio sguardo
rimbalzare come una mosca,
tra queste quattro mura,
all’infinito.
un tempo,
quando ero innamorato
scrivevo lunghe terrificanti
posie di solitudine,
adesso,nessun terrore
abiterebbe la mia solitudine,
ma la certezza del deserto
che vive oltre il deserto,
distende la mia vita come un manto,
ed ogni incontro
placa la mia sete come un’oasi,
ho la certezza intima del futuro
domani sarò di nuovo in viaggio.
Ho strappato di ruggine
i miei jeans nuovi,
è stato il ferro pesante
d’un pensiero di morte
precipitato al sole.
Non c’è pace,
il bianco dei miei jeans
ha uno squarcio rosso,
e tutti gli altri, intorno,
a fare festa in mezzo al prato,
che acceso di verde e di Marzo
pare inscenare distratto
la danza del mare
della dimenticanza.
tutto poi si tinge di verde,
come i miei occhi alla luce del sole
s’accendono,
così si adegua tutto il resto alla natura,
cascasse il mondo,
domani aspetteremo ancora
il filo d’erba e il sole.
Euforico un brindisi
avrà il sapore del ferro
e nessuno più ne capirà
il motivo,nemmeno io.
Soltanto verde e sole intorno,
per la seconda volta le radiazioni
ci renderanno ciechi.
Che nessuno brindi, poi,
senza guardarmi negli occhi.
Da molto vicino
ho visto le tue ciglia
mal sopportare il vento,
ho bevuto le tue lacrime
prima ancora che mi bevessi seme,
ho creduto alla mia mano
quando ti ha cercata nel sonno,
tutto così si perde alle parole.
scrivere è partire verso terre lontane,
ciò che scrivo si allontana dalle mie labbra
almeno quanto la tua bocca,
scrivere è la fine di un amore,
parlare è dimenticarlo.
Prima o poi tutto si allontana,
nella migliore delle ipotesi,
paradossalmente,
sarà la morte a sorprenderci,
a renderci immortali.
ho scagliato in cielo i miei pensieri,
ho atteso la caduta palmi aperti,
la pula va soffiata via col vento
il grano è ricaduto come un fiume
fiume umido di seta,
seta di gonna, una strada senza onde,
cammino…
ad ogni passo un fiore,
ogni tre fiori un nome,
ogni tre nomi, un’era.
In mezzo al campo arde la sterpaglia sotto al sole
mentre sul corso all’ombra di un lampione
c’è un gatto nero che non teme alcun padrone.
sbocciano di neve i peschi di Mukushima
mutano radioattivi la primavera,
immersi per metà nel fango,
come tanti piccoli bonsai, le cime,rosa,
stentando la lingua cromatica della speranza.
qualcuno ha visto l’aurora appena prima dello schianto,
altri nella valle troppo distanti dai colli,
hanno aspettano sui tetti,
i quattro cavalieri del mare,sono arrivati tuonando,
brandivano spade di schiuma e nessuno scudo,
chè iddio, vigliacco, non teme l’offesa.
il rosso, in Africa, ha anticipato la stagione,
ma prima del geranio è sbocciato il fuoco,
seminava semi di piombo,innaffiava la terra di sangue.
Abbiamo visto tutto,o così ci è parso,
e chi non ha avuto gli occhi, a sud, ne ha sentito l’odore,
troppo vicini per non sentirne il pianto.
Alcuni di notte,si svegliano dal sonno, sentono decollare gli aerei,
il cherosene odora di morte,lascia posticcia una scia di terrore
diverso tempo dopo la calma del silenzio.
Cammino le strade dei primi soli di Marzo,con il cuore nero di petrolio,
fatico a gioire intimamente dei baci,e delle carezze,
ho cercato di distrarmi avanti al mare,ma era troppo presto per il bagno,
ogni cosa ha il suo tempo,mi ripeto come un manthra.
così, cammino le strade polverose della colpa,del peccato originale,
L’umanità è la legge del profitto,il migliore di noi ha radici lontane
innestate nel sangue.
i miei passi hanno il suono del fucile,i miei gesti,
avidi, larghi, di conquista,mio malgrado, temono l’ imminente recessione,
allora mi fermo un istante avanti al mare come se fosse l’universo,
sgrano gli occhi all’orizzonte,nudo,
mi lascio avvolgere dal vento caldo del deserto,
e aspetto che ritorni ancora Primavera.
Di Michele Cristiano Aulicino o se preferisci Bibappa Lula.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...