dal letto
sognavo tardiva
un’Estate,
in piazza cadeva
annunciato
l’Inverno.
un dardo di gelo
era il sole
al mattino,
nudo al balcone
ho cercato
la morte
nell’Estate
perenne
del tuo nome.
dal letto
sognavo tardiva
un’Estate,
in piazza cadeva
annunciato
l’Inverno.
un dardo di gelo
era il sole
al mattino,
nudo al balcone
ho cercato
la morte
nell’Estate
perenne
del tuo nome.
Seduto sulla riva del giorno
aspetto che faccia buio
e che piova,
così ritrovare la pace
tra le tue braccia severe
che ad ogni gesto innamorano
ad ogni cenno pacificano,
la mia indole soltera
che scalcia e sempre distrugge
ciò che di bello
il giorno ha incontrato.
Il mio felice tormento
La mia notte matura.
così dopo l’incendio
muore ogni parola rovente
nel tuo silenzio di lago
ed il mio sguardo è languido
e la mia mano trema
quando la affondo
nel profondo letargo
del tuo lago misericordioso.
il mare mi ricorda gli occhi lucidi
il sole oggi acceca senza splendere
la pioggia dici è polvere di venere
sono in riva a un sogno mica semplice
ho perso tutta la fiducia nella metrica
e la marea poi, che s’è abbassa senza ridere…
prima c’era un ragazzo, camminava sugli scogli
sembravo io quando ti ho detto arrivederci
poi un’onda mi ha distratto e l’ho perduto dietro al molo
e allora sembravi tu quando mi hai detto “ci sentiamo”
e non hai avuto più maniera di sorridermi
e non ho avuto più altro tempo per descriverti
mi sono preso qualche anno per riflettere
ma ancora oggi il sole acceca senza splendere
esiste un punto
dentro me
dimenticato dal sole cocente
dell’estate
dove le cose
si rompono irrimediabilmente
una volta e per sempre
un punto di non ritorno
dove le cose che vi arrivano
a seconda di quanto sono pesanti
impiegano ad arrivarci giorni mesi anni
o solo pochi istanti
tutto lì vi arriva e si trasforma
tutto si deposita sul fondo
come un ricordo accantonato
tra le sabbie immobili del tempo.
Non ho mai visto in tanti anni
nessuno ch’ abbia saputo danzarci intorno
con tale leggerezza
senza mai dare ai miei pensieri
l’idea di una imminente caduta.
dov’è il mio papavero
mi chiedo
che tutto deforma,
e sposta cose e pensieri
senza chiedere scusa,
dove sei ebbrezza
che ubriaca dallo stomaco
che fai venire un’erezione
ai sentimenti ad ogni mio risveglio
che conservi tutti i punti di fuga
dopo aver visto un film crudele
senza un’ombra di poesia
torno a casa con la pancia
piena di dubbi, ed
in testa un vecchio blues
scava fino alle ossa.
un mendicante mi ha afferrato
la giacca prima di entrare in casa
gli ho sorriso, mi ha sorriso
ho poco,gli ho detto,
solo una faccia pulita
e pochi spiccioli…
mi ha risposto che andava bene lo stesso
che poco è comunque meglio di niente.
allora mi sono diretto verso il fiume
dove i palazzi sembrano muoversi
quando non guardi l’acqua.
ogni tanto mi pesa stare fermo.
mi sono seduto a bere una birra
al bar di un mio amico
ed una vecchia conoscente incontrata per caso
mi ha presentato la sua nuova coinquilina,
abbiamo scambiato convenevoli
qualche sorriso a buon mercato
un’altra birra,e poco più
andavano a ballare, suonavano amici di amici
nel solito locale.
la coinquilina ha insistito,
aveva gli occhi furbi, accesi,
erano belli da guardare
modi delicati
decisamente carina,
ma ho detto che no
che me ne sarei tornato a casa
ed i suoi occhi mi hanno detto che sono fesso
ed i miei hanno risposto che lo sapevo già
hanno fatto un inchino e quando si è girata
le hanno guardato il culo.
Dopo mezzanotte mi perdono
ogni piccola caduta di stile.
Volevo andare a casa,
non stavo cercando l’amore
solo un posto caldo.
sono diversi anni ormai,
sicuramente più di dieci,
che non appunto più le date
sul fondo dei miei scritti.
convinto che il tempo
non abbia alcun significato,
e già pregusto, vita permettendo,
la disumana nostalgia che
causerà questa mancata azione
sul finire dei miei giorni.
troppo spesso
fra mura
a cercare spiragli,
manco esplodessi
una bomba, le
dita sui tasti
detonano parole, spesso
poco intelligenti.
Una sera caduta,
un danno collaterale
appresso agli altri giorni
venuti,
non domanda che ciglia
e vino morbido e lana,
il primo fresco d’Ottobre.
Ma, Una sega, una corsa,
un bagno caldo e una birra,
quello che ho a portata di mano.
ignorate pure i miei lamenti
muse di finta pietra, voi
non avrete mai il mio scalpo
poichè non lo chiedete, ma
al massimo il mio cuore, ecco,
se desiderate.
Una casa sul fiume umida e vecchia
È il mio cuore imbiancato di fresco,
La morte depone rose rosse ogni giorno
agli angoli del grande giardino.
Nel mezzo, ogni notte, rinascono fiori
e una farfalla che tace e riposa
un’ eco di Primavera e di pietra.
Il suo battito d’ali
è il silenzio del sud
che mi cresce nel petto.
una vita senza passioni
è una vita zeppa di solitudini,
i vostri figli se ne nutriranno
fino allo svezzamento,
e l’amore quanto il lavoro
dietro il quale vi rifugerete,
sarà una lente di ingrandimento
puntata verso il vuoto.
Offrite ai vostri sentimenti
una passione, una qualsiasi,
ed essi vi ringrazirenno
e rifioriranno ogni giorno
finchè morte non vi separi.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...