i bar della stazione

mi piacciono i bar della stazione
la domenica mattina, d’ Inverno.
il sole ancora basso filtra dai vetri
sembra chiedere permesso
i pochi italiani non parlano a voce alta
i tanti stranieri liberano la loro lingua
dopo una settimana di parole forzate.
io sono uno di loro, parlo coi gesti,
la mia voce diventa straniera
il giorno mi mette un timbro sul passaporto
la vita sembra appesa al mattino.

Tu eri il naufrago che s’ aggrappa allo scoglio, io ero la barca appena affondata.

Mi allontanavo. Mi voltai. Nella folla.  Subito ti vidi.

Tu eri il naufrago che s’ aggrappa allo scoglio

io ero la barca appena affondata.

La marea ti porterà ancora queste assi di legno,

buone da ardere o per farne un riparo. 

Adesso però indossa quel tubino nero

ed un calice di vino bianco sudato.

Sali su quei tacchi discreti.

Che sia a portata di labbra il tuo collo.

Cercami ancora con lo sguardo di quella sera,

quando ti lasciai al bancone senza una parola

ed il tuo sguardo mi inchiodava il passo.

non ero ubriaco

le cose del giorno pesano sulla schiena e negli occhi

le cose della notte pesano l’assenza delle cose del giorno

le cose di domani pesano di domande senza risposte

proprio come molte altre cose del passato

e poi c’è una musica che non chiede spiegazioni

dove le cose pesanti galleggiano come uova sode nel mare

e parlare del tempo non ha più un significato.

non ero ubriaco, stavo solo ballando la mia musica.

L’ Inverno

il maestro alle elementari 
ci faceva ascoltare Vivaldi
a me piaceva l’inverno.
un poco me ne vergognavo.
mi sembrava una cosa sciocca.
avrei dovuto scegliere l’ Estate,
dopotutto si andava al mare, d’ Estate.
D’Inverno avevo sempre un po’di febbre,
ma a me piaceva lo stesso, pace.
Quel giorno capii che è difficile scegliere
e che le cose non erano sempre ben definite.
C’era un alone oscuro intorno a quel ragionamento,
feci i conti con i primi preconcetti
sentii la soddisfazione delle scelte difficili
assaporai il dubbio e mi sentii crescere.
Non capita spesso di sentire la propria vita avanzare.
Ero felice, sentivo l’ Estate vicina
L’inverno era già una musica lontana.
il pomeriggio uscii a giocare con gli amici,
sotto al sole, tiravamo calci al pallone,
avevo già la neve nel cuore.

quattro parole

ardo di così tanta passione
da restare immobile, 
ogni gesto mi è precluso

cammino e mi sembra uno sforzo dell’anima,
non sento le gambe,
articolo pensieri e mi sposto nello spazio

quello che brucio per respirare,
è sentimento.
Capisco, quindi, la necessità di essere assente.

Bramo il desiderio di morderle il collo
con l’ ansia e la naturalezza
di sfogliare l’ultima pagina del mio libro preferito.

I desideri non realizzati in cinque minuti
non si realizzano mai.
Altre cose prenderanno il loro posto vacante.

E nel contempo cammino, faccio cose e vedo gente,
resto immobile…
neanche la compagnia della goccia fredda di sudore.

seguo la corrente, evito la secca, faccio due tuffi da buffone,
intenerisco gli occhi e il cuore, poi altre due bracciate contro mano,
risalgo la corrente e ricomincio.

mi annoia la deriva di lago.

Approfittane

c’è un sacco di gente che scrive,
molti di loro si ritengono addirittura scrittori e poeti,
io trovo sempre meno libri che vale la pena leggere
e certi cartelli stradali hanno più poesia 
della maggior parte dei libri di poesia,
la ragione dei “perchè” è anch’essa un accento sbagliato
e provo pena e compassione per certe masturbazioni
infinita tristezza per certi ego zeppi di niente
cazzi pieni d’acqua e scorregge col fiocco
bramano ogni tipo di ricompensa,
azione e reazione, domanda ed offerta,
un altro atto impuro è mischiare
termodinamica ed economia post liberale.
Io rivendico l’inutilità della vita
e mi accontento di un sorriso, una buona parola,
una fetta di culo, un bicchiere di vino,
dell’allegria che permane nel ricordo
di chi ci ha visti passare, e ne ha approfittato
così come ne approfitto quando vi vedo passare.

tu sei il fiore di campo

tu sei il fiore di campo, 

la margherita e il papavero

ed io la spora che aspetta

e rimbalza sui prati d’asfalto

con il suo peso di morte.

se pure il vento mi portasse da te

rimarrei sulla pietra a guardarti.

come un cecchino stanco,

arroccato tra le macerie della vita

divenuto per metà cemento.

ho venduto metà anima al diavolo,

l’altra metà l’avevi già pignorata.

zavorra

tutte le cose che non sono state,

e che mai più saranno,

le uniche cose pure che ho incontrato,

si raccolgono in mandrie di lacrime

nell’aria, di notte, e

tracciano cortine di ferro,

si arroccano nei  sentimenti

e restano, come zavorre di zucchero

sul fondo di ogni parola.

Si staccano poi

ogni volta che tocco il fondo

e cammino, e sorrido, e parlo

e resta nella bocca un’amaro

una cataratta dell’anima

ogni volta che penso.

il giorno che mi disse di no

il giorno che mi disse di no,

non sono morto,

Ma il cuore mi esplose

come una granata nel petto,

e le schegge arrivarono in cielo

e adesso vedo pulsare le stelle 

e vedo il mio cuore a brandelli.

Dubito a volte, in silenzio,

delle cose divine.

Canto di popolo

non c’è canto di popolo in cui
non mi riconosca,
non c’è bocca o sguardo
che non sia anche la mia,
né parola antica, gridata
che non m’abbia partorito.


non c’è canto di popolo
più atroce di questo silenzio,
al quale mi piego, ogni mattino
genuflesso e rabbioso
solo, come un dito piegato, 
pesa, un uomo,
sui tasti gommosi d’ un telecomando.

 

 

Ho sacrificato ancora i grandi sentimenti

Ho sacrificato ancora i grandi sentimenti
al dio delle piccole cose. Amen.
Adesso sono tornato niente.
Cammino per l’Italia pieno di vuoti.
Nessuno a cui renderli.
Non avrei comunque accettato cauzioni.
Non ho perso niente.
Non avevo niente.
Non ho chiesto niente.
Provare a riempire i vuoti
con parole più vuote
é fissare le stelle al microscopio.
Non sarà intelligente agli occhi di chi osserva,
ma l’impresa resta comunque affascinante.

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