Niente da dire

niente da dire, voglia di raccontare.
Ho il terrore dei pensieri banali,
come quando ero piccolo,
quando mi ammalavo, e pensavo:
“resterò così per sempre,
non guarirò mai più.”
Come quando non mi riesce
di scrivere una parola dietro l’altra
che abbia un senso quasi compiuto,
e rinuncio, e penso che forse
non scriverò mai più.
E tutto sommato
qualcuno si gioverà
anche del mio silenzio.
Allora per dispetto
scrivo due cazzate,
e le metto pure in versi,
solo per dire:
Eccomi, con tutto il mio fetore.
Tappati il naso mondo,
mi scappa la stronzata!

Specchio

Il foglio è uno specchio senza bordi
Mi guardo e vedo la strada
Qualche montagna innevata all’orizzonte
Il fumo del comignolo e l’odore di castagne.
Chissà se assomiglio alle cose che ho fatto
O a quelle che ho evitato di fare…
A volte mi fisso come fossi un estraneo
Altre volte sono reale come un cazzotto
che colpisce al centro della fronte,
Ma ogni volta dimentico,
Ogni volta sono cosa nuova,
E mi sorprendo sempre,
di me e del mondo.
Qualcosa che scava, mi resta negli occhi,
Un tarlo tra sentimenti
che ho cresciuto negli anni,
che prima o poi mi chiederà il conto
ed un ammazza-caffè.
Ne sono certo. L’amore

L’ Anatolia dentro.

altopiano mongolo
che ti inclini nel mio petto
ogni volta che pronuncio il suo nome
altopiano mongolo
che non calpesto
ti allunghi
tra me e me
tra te e me
e tutto il vento
e i visi arrossati dal freddo
e le greggi
e le genti che vagano
tra i canti dell’ignoto
dell’umanissima prateria
mi appartengono per esclusione
altopiano dolce che sei
cadenza del mio passo
lascia che mi sperda per il mondo
senza una scarpa, una manica, un occhio,
fa che la mia voce non ritorni dimezzata
fa che si allontani da me la nenia
la nenia dimessa di quando ho deciso di partire
seguendo la mia ennesima ostinata intuizione.

siamo il canto l’albero e la sirena

la mia barca di carta
è una rompighiaccio lanciata
su un’ autostrada di sangue.

(siamo il canto l’albero e la sirena)

siamo anime in pena 
che si legano ai corpi
per attraversare la notte

(siamo il canto l’albero e la sirena.)

Out Of Order ( Omaggio a Pedro Pietri )

ci sono le donne
e ci sono gli uomini
e ci sono le cose che accadono,
poi, nel mezzo, un sacco di parole,
un sacco di stronzate
che non accadono
ma è come se accadessero,
e non succede niente
ma è come se fosse già successo tutto.
nessuno mai si incontra veramente
da una ventina d’anni a questa parte.
Allora mi permetta, mia adorata
un non appuntamento di parole
a cui mancherò sicuramente
poiché non ho più altro da dire,
al di fuori dal fatto che
vorrei anche io una cabina telefonica
“out of order” a cui confessare
ogni malefatta, ed un Pedro Pietri,
a cui pagare una birra,
solo per sentirmi dire:
Ben fatto fratello, ben fatto!
Un altro giro?

8:30

8 : 30 
Terzo caffè della giornata
Scolari scolareggiano
Barboni mbriacheggiano
Fessi fesseggiano
8 : 30
Puzzi di studio e lavoro
Che orario infame
Che volgarità
Passata l’alba da un pezzo
Così lontano il tramonto…
8 : 30 
L’ora delle cose dovute
Io ti ripudio come un figlio fascista
Perduta la gioia delle elementari
Vorrei dormirti senza ritegno
Puzzi di alito cartonato e cravatta
8 : 30
Mavattelapijànersecchio.
Fino a ora di pranzo
E poi di nuovo 
Fino al tramonto

Voglio zappare la terra

restare a casa significa divorarsi,
fare testa a testa col leviatano,
tutta questa arte del cazzo
che scava e riscava dentro al cuore
dentro al fegato nei polmoni nelle ossa
questa osteoporosi dell’anima a cui tanto aspirano
certi intellettualoidi metropolitani
mi ammala senza che le abbia dato il permesso,
come se esistesse solo l’acutezza, nell’universo
come se l’arte fosse la risposta a tutto
come se avessero davvero la capacità di vedere la bellezza
come se fosse l’unica cosa buona da fare
immaginate il mondo pieno di terra divelta
godete nel portare alla luce le ferite degli altri?
sguazzate nel dolore altrui e ne fate il vostro abito da sera
da indossare in mesti festini molto educati,
solo eprché non siete in grado di comprendere,
non capite un cazzo,
ma non ve ne faccio una colpa,
non sapete cos’è il coraggio, il rischio, l’abbandono,
l’affidarsi agli eventi sperando di trovare la forza lungo la strada.
Non sapete cos’è la strada
altrimenti ve ne stareste alla larga,
braccia conserte seduti sulla spiaggia
come dopo l’ennesimo allarme squalo.
rivendico il diritto alla deficienza
rivendico il diritto alla spensieratezza
rivendico il diritto di ubriacarmi
rivendico il diritto all’allegria
e se per essere un grande scrittore
devi stare nella tua cazzo di cameretta
a picchiare duro sui tasti
per fare il buon combattimento di sta ceppa
io voglio zappare la terra
tornare a casa dalla donna che amo
e scoparla fino a farle venire le rughe dalle risate
e fare del suo corpo e dei campi intorno
e della parola sincera
la più alta manifestazione della mia letteratura.

io ero per te… tu eri per me…

io ero per te…
tu eri per me…
qualsiasi cosa
avremmo potuto essere 
l’uno per l’altro,
eravamo la fiamma
che solletica il cuore,
adesso hai deciso che
siamo due lettere,
da non spedire,
e senza passato,
ed io, che sono scemo
e gioco col sangue
e sbeffeggio il destino,
t’ho accontentata
come un ragazzo qualsiasi,
e non da poeta…
ho finto una fuga senza ritorno
come se avessi qualcosa,
qualcosa da perdere,
come se avessi paura.
Ma è tutta una farsa
anche se eterna, 
immutabile e ottusa
la bestemmia
il colosso di pietra
a cui ho dato vita
e licenza di irrompere
dentro il mio fresco canto.
Che iddio mi perdoni.

niente

non resta niente
di queste domeniche da risulta
solo il passaggio del tempo
una vecchia radio da novantesimo minuto
andata in pensione
il primo sole d’autunno
l’aria ancora di mare
non resta niente
di questi fantasmi
che passeggiano nei viali
e nelle piazze ancora calde
non resta niente
delle loro vesti bianche
dei loro versi taciuti
amori in frantumi
incontri negati, aborti,
domeniche a sangue freddo
risvegli assonnati
un pugno di mosche
mi ha tramortito il cuore
attraverso il giorno
senza un filo di rabbia
mi sono arreso alla brezza
e la mia bandiera bianca
portata via dall’uragano
ha mascherato la mia resa
non resta niente della mia tenerezza
adesso che indosso il sorriso profondo dei morti
potrei sfidare a duello chiunque
la mia mano stagnante
non avrebbe timore
ho curato la febbre dell’oro
ho vinto l’estasi di dio e
sulla strada deserta e polverosa
nemmeno un duello 
per cui valga la pena
imbracciare il fucile.
anche l’uomo col fucile
se non incontra qualcuno con la pistola
è un uomo morto.
abbandonate le armi
non resta più niente.

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