Solo i cretini competono per ingraziarsi una donna…
Ho sempre lasciato agli altri le turbe biologiche.
La bellezza è il frutto di casualità imponderabili.
Non si rincorre qualcuno per il timore di perderlo, ma per mostrargli qualcosa di irripetibile.
Bisogna però sempre avere coscienza di una sconfitta totale, volere non è potere. Volere è sapere. La sincerità e la bellezza sono sinonimi, ed anche se non condivisa, non è mai sprecata nel bilancio termodinamico della vita.

indigena

mi piaceva scriverti

mi piaceva scriverti
anche quando non avevo niente da dire
e tu non mi rispondevi
fino a quando non ho capito 
che non mi rispondevi 
perché non te ne fotteva una mazza
e adesso che non ti scrivo più
ed ho cancellato tutti i numeri
per evitare inutili ricadute
ti scrivo senza scriverti
ed è come andare a fare un giro
in quel posto densamente popolato
chiamato #affanculo.

To Be continued….

Non è cambiato niente

Non è cambiato niente. 
Pensavo, 
ricordandomi una frase che mi disse una mia amica, quando avevo circa 15 anni.

“ Michè, vedi che lei è interessata a te, ma ti devi sbrigare ché quella è piena di ammiratori…
– il juke box in piazza suonava “with or without you”gli U2 come se non ci fosse un domani –
Poi le ho detto una cosa per rassicurarla, dato che dicono che sei uno poco raccomandabile ( mah!) ,
le ho detto che tu sei uno che si fissa! Che quando ti piace una, non molli! “

Allora annuii solamente, e le dissi ,che in effetti, sì, era vero… E che era normale che fosse piena di ammiratori, dato che era così bella, ma a me non interessava, avevo visto come mi guardava mentre giocavamo a palla a volo e non temevo concorrenza… Comunque, aggiunsi, mi sarei sbrigato…
In verità, non mi sbrigai per niente…

Adesso le avrei detto, che non è vero che mi fisso, ma che più umanamente, mi innamoro.
Con “quella” poi ci sono stato circa sette anni, ma questa è un’altra storia.

Morale…
Morale? 
Io non cambierò mai, e che gli anni 90 non furono poi così male.

La bellezza perduta

Non oso scrivere oggi
una parola vera.
lascio agli altri la voce
il passo, ed il canto.
Me ne sto in silenzio
ad osservare la sera che monta
come un gigante dall’occhio di luna.
Lentamente trascina una rete di tenebra,
e tutti i sentimenti urlano alla caduta del sole,
preda senza scampo dell’oscuro iaculum.
Potesse uscire almeno questa voce dall’ombra!
Invece resta qui, stipata, ogni meraviglia,
Nasce cresce e muore il desiderio.
Lontano dal sole si consuma l’ennesimo delitto ed
anche per oggi, la bellezza, ignorata, è andata perduta.

ostinazione

c’è una tenerezza tragicomica nella mia ostinazione.
quanto resisterà il femore prima di cedere?
e la mano e il piede e l’occhio sempre contro un muro…
quanto sono grande, mi chiedo, per potermi consumare
in così lungo tempo e ritornare sempre nuovo ad ogni accenno di vento?
ha forse un limite la verità al di là della mia mente?
Se la mia sorte è quella che pare prospettarsi all’orizzonte,
allora non ho fretta. Mi colga pure l’uragano di Rimbaud!
Io non tremo, Io temo, soltanto, che la mia umanità prenda il sopravvento.

vanità

Ora che non posso più scriverti
che la vanità mi ha rigato i vetri
adesso che come allora 
vorrei raccontarti il mondo,
e che il sole di Novembre
se ne sta alto a confermare ogni regola,
le parole mi si inceppano in gola
tra le dita, come una resina, un peso,
e cerco di fare spazio in mezzo alla polvere
di tutte le cose stipate, e di fare belle,
queste parole inutili, che come un antico arazzo 
di cui mi sono sbarazzato per bisogno di soldi,
occupano un rettangolo più bianco sul muro,
il negativo del fumo della mia vita che brucia.

pompini

Chi ha conosciuto l’amore
sa cos’è la solitudine.
chi ha conosciuto la Solitudine
sa bene che niente le è più vicina
di un paio di pompini e un po’ di tenerezza.
Ogni volta che il corpo esulta
si butta un occhio all’abisso.
Imparando a stare da solo 
impari a fuggire la solitudine.
ma non si è mai bravi abbastanza
non si è mai lucidi abbastanza
per non cadere, piedi pari, in qualche abisso.

Deserti

Facemmo a gara a chi aveva il deserto più grande.
lei restò in silenzio.
io scostai appena la tenda dalla finestra.
Aggrottò la fronte in una smorfia di dolore,
come se le avessi conficcato un dito nel costato.
Non parlammo per quasi un’ora.
non c’era gara, nessun dubbio.
In quella stanza non c’era eco
nelle nostre vite non c’era eco
tutto si stava perdendo dietro l’orizzonte.
Avrei scommesso che non esistesse altro là dietro
se non un altro deserto identico al mio
ma ancora più vasto, più solo, più atroce.
il cielo pareva un livido tramonto invernale,
Ma era ora di pranzo, il sole sfoggiava l’ultimo entusiasmo dell’Autunno,
il vapore dalla pentola faceva il rumore della lava, e dentro di me,
un serpente caldo e viscoso, si faceva largo nel groviglio di carni e canali.
Pareva cercare una via d’uscita, tanto spingeva lungo le pareti, ma era condannato a vagare, ancora per molto, selvaggiamente, senza uno scopo.

Bar.bar

Prima del caffè
La gente al bancone
presenta il conto
Come un peccato,
si confessa  ogni mattino
Negli occhi del barista
Per ricevere un sorriso
La  buona parola
Come l’eucarestia
Questo è il segreto
che nascondono i banconi,
I baristi spezzano solitudini

svolgimento: “A volte le anime volano troppo in fretta…”

a 16 anni scrissi un tema.
-Liceo Scientifico G. Peano
vituperio delle genti!-
Da poco era scomparso un amico,
Overdose, si diceva in giro.
Poi scoprimmo che l’avevano ammazzato
per questioni di soldi,
tagliarono la roba con polvere di marmo, fu detto.
La professoressa era di cor gentile,
aveva sofferto la prematura scomparsa del marito,
Il quale, fu un direttore di un noto manicomio.
Lei aveva sempre i capelli arruffati dalla sofferenza,
ci faceva leggere e commentare il giornale e
le poesie, anche se non capivamo niente.
Presto il programma canonico divenne relativo e
non ne imparammo molto.
Comunque il tema non ricordo se fosse libero
oppure aveva ” l’anima ” come argomento.
Scrissi soltanto:

“A volte le anime volano troppo in fretta…”

Sapevo di giocare sporco. Sapevo che l’avrei colpita.
Anche noi avevamo accusato la morte di Bruno,
nessuno se lo sarebbe mai aspettato.
Ma il punto è che il sentimento, la compassione,
la furbizia e il cinismo, vanno sempre a braccetto.
Non ero fiero del mio scritto, anche se rappresentava
a quel tempo una verità, che l’età avrebbe poi 
smentito miseramente.
Il mio voto fu

“8 1/2…”

Non ero soddisfatto, avevo fatto leva sulla debolezza di quella donna,
mi ero finto empatico, forse, o forse fingevo, fingendo, di non esserlo.
Ma non è importante.Erano belli però quegli scampoli di ozio creativo.
Imparammo credo ad impiegare il tempo facendo “cose” al posto di altre.
Piccole libertà.
Forse era la coda degli anni settanta che strisciava nelle nostre aule,
nel nostro anno di nascita, il 1979. Poi, salvo rare eccezioni,
Il Liceo G. Peano di Marsiconuovo, divenne un covo di professori ignoranti, gretti, ottusi, spesso folli, grotteschi oltre ogni scibile,
quasi animali storditi dalle abitudini.
Non ci salvammo. Imparammo poco. Avevano così poco da offrire…
Però eravamo Allegri, quasi tutti, quasi sempre…
E poi c’era Peppino, Il prof Peppino La Veglia, uomo di studi,
grande cuore, pochi capelli, giacca cammello, sudorino in fronte, tenerezza a palate, ma questa è un’altra storia…

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