come acchiughe

voi parlate
e fate vento
ed io mi piego
come un pino
piegato dal maestrale
le vostre bocche sono marce
e il paesaggio si piega, nel fetore,
e con me, la collina
e la pietra si scava
e senza nuvole
il cielo pare inutile
e le vostre bocche puzzano di stampa
e noi che qui ci pieghiamo
nelle fabbriche che uccidono
negli orti zeppi di parassiti
nelle cantine a cielo aperto
e sui banconi dimenticati dai cieli
ci troviamo nei pensieri a tarda notte
e lungo le panchine
dei viali senza glicine
sogniamo tramonti tropicali
noi qui che ci pieghiamo
siamo uno spettacolo maestoso
come acciughe stanche di lottare
con le parole,
facciamo il pallone
che gente molto ricca
calcia con estremo rigore.

Fino a quando si discuterà tra Giusti e Non, non ci sarà salvezza.
Fino a quando si crederanno puri, discuteranno dalla parte del torto
di cose che gli sembreranno giuste.
Fino a quando non impareranno dai libri, e non impareranno l’umanità dalla terra, dalle officine, dalla strada, dalle donne, dagli animali, continueranno a ripetere litanie al vento, con la rabbia dei vinti e non potranno fare altro che distruggere.

indigena

gli uomini di solito si lanciano nelle cose in cui riescono meglio
per trarne gratificazioni e sicurezze
e per crescere sopra delle solide basi.
Io mi sono sempre buttato tra le fiamme
per vedere come resistevo, come cadevo
come sopportavo, se sopravvivevo, e come crescevo.
Fin dove potevo arrivare?
Ero più interessato a capire come si soffre,
forse perché ho avuto una infanzia felice
e sono sempre stato di indole allegra,
ma ero molto giovane e presuntuoso
e non capivo che non c’era bisogno di incentivi,
che l’inferno è un affare di tutti.

indigena

Io credo fermamente
che se mai dovesse esistere
un segreto universale
dietro ogni rapporto
più o meno aureo, ebbene,
esso risiede nell’ ironia
che è anche gentilezza
che è anche verità
che è anche sofferenza
che è anche giovinezza
che è anche mortebbrezza
che è anche amorevolezza
che è anche ubriachezza
che è anche ‘sta monnezza

E ancora scorre in piazza l’acqua della fontana( Agosto)/E ancora mena ‘a chiazza l’acqua r’a funtana(Agosto)

( Poesia in approssimato vernacolo lucano- Dialetto di MarsicoNuovo (pZ)

E ancora mena ‘a chiazza l’acqua r’a funtana

i pret s’abbrazzan sott’ ‘o pes r’i muntagn

e ancora rasca u’ vient sopa a front

e i cinc’ surc ca m’aggia purtat appriess

mo se’ vèrn pur senza sol’

E ancora mena ‘a chiazza l’acqua r’a funtana

e nu can vev’ e nu vecchie ca guarda

n’ommn s’assetta sopa ai fièrr

a’ hgatta rorm nda ‘na macchia r’ombra

accussì ‘na vita passa, ra luntan’,

assul, cumm a ‘na guardata.

ind’ o vient’ sùl a’addòr’ r’ vrùsciàt

Fuggi fuggi

Il verso migliore che ho scritto
denigrava tutto il mio operato.
Non cercare di capire la poesia
ripete una voce dal cervello,
fuggi da essa e sarai poeta,
forse solo e forse controvoglia,
altrimenti scongiurerai comunque l’infarto e
sarai un vecchietto molto_molto in forma.

non sapere, non chiedere, non sperare, la strada è un richiamo che porta lontano.

Dove svanisce la grazia dei ragazzi?

la ragazza impertinente

dei giochi con l’acqua

degli schizzi

delle carezze moleste

degli sgambetti per strada

dei pizzicotti rubati

dove finisce la paura?

Cosa diventa il timore?

E’ la solitudine a regalare risposte?

Ho difeso la mia immaturità con rabbia e tenerezza 

con le parole di qualche poeta

ho provato a spiegare, senza capire,

e la barba che imbianca

e i capelli diradano e

ho difeso la mia innocenza

nell’uragano, nella morte,

ho rivendicato con forza

il diritto a giocare seriamente,

ho rischiato di confondermi con la folla

poi ho riso di me a bocca piena

perché ero la folla, uno dei tanti, e i tanti,

allora è stato facile, amare tutti,

nessuno escluso, assassini di popoli

mangiatori di morte con gli occhi degli angeli,

e sono diventato crudele lo stesso

come qualsiasi altro innamorato,

e la vita mi è  complice, ogni giorno,

ed ogni giorno stupito ringrazio 

la meraviglia sottratta alla morte,

e la gioia crudele dei misteri

che alberga nel petto

cova un universo di sangue,

nel fondo, nelle arterie profonde

dove non arriva più luce,

non sapere, non chiedere, non sperare,

la strada è un richiamo

che porta lontano.

nell’inutilità delle cose-

nell’inutilità delle cose
primeggiavano i miei scritti
fino a quando non ho letto
gli scritti di un tizio
che ha molto seguito
ed ha la barba lunga
e anche i suoi scritti 
sono lunghi più dei miei
e lui si fa chiamare poeta
e ha pubblicato molti libri
e qualcuno li ha anche comprati
e dice di scrivere poesie
tristi e a volte allegre
ed usa uno stile come questo
ma anche diverso
e a volte dice che si sente triste e solo
e allora la gente dice
– OHHH povero poeta triste e solo
che scrive poesie tristi
con la sensibilità triste
delle persone tristi –
oh che anima sottile
che deve avere 
per scrivere poesie tristi
con quella barba spessa!
e la cosa mi rincuora
e mi sento meno solo
in questo mondo
di digitatori solitari
a scrivere cazzate 
per occupare la mente
che se potesse davvero pensare
probabilmente mi uscirebbe dalle orecchie
dalla vergogna.
Perché a me è rimasto un briciolo
di onestà in fondo al barile dell’anima
a furia di graffiarlo con le unghie
della mia mediocrità-
Ma certi cavalcano l’onda del consenso
e scrivono minchiate tristi
e dicono che sono poesie
e alcuni ci credono 
e forse anche loro ci credono
e forse comincio a crederci anche io
se non smetto di scrivere 
minchiate come questa.

Bollette moccoli e calendari

Oggi che il sole è bello 
e il cielo pare carta velina azzurra
gonfiata dal vento
seppure le destre minacciano come avvoltoi
il cadavere della Giovine Europa 
Oggi che le gonne si gonfiano di luce
ed i capelli puliti luccicano come sardine
nel mare d’Agosto
Ho provato a scrivere una poesia con le bollette
Acqua, Luce, Telefono, Gas, 
Acqua, Luce, Telefono, Gas, 
Acqua, Luce, Telefono, Gas, 
ripeto come un manthra
cercando la bellezza nel portafoglio 
nella carta di credito
nel conto in banca
ma vi ho trovato solo moccoli
di quelli fatti bene
poi un paio di culi all’orizzonte e
la primavera esplode i suoi colori al vento
ed un foglio numerato al posto della Bibbia
dove Pietro e Paolo la fanno da padroni
ma nessuna traccia Di P.P. Pasolini 
si annovera alla P.

Conquista

Un tempo, fino ad una quindicina di anni fa’
ricorreva molto spesso nei miei scritti la parola “mare”.
Anche se negli anni ne è rimasto immutato l’amore,
ho capito quanto mare permane in ogni uomo
e quanta umanità sia dissolta più o meno elettroliticamente nell’acqua.
Adesso posso usare la parola Fica, Merda, Culo, Mano,
e richiamare comunque alla memoria
lo scorcio di mare che mi ha visto felice
o vanamente seduto ad aspettare salvezza
sulla pietra tagliente dei giorni di vento.

C’è una gara nella Primavera

C’è una gara nella Primavera
Un fottìo di gente che cerca di fottersi
fiotti di sguardi ammiccanti
ormoni che romanticamente 
accompagnano i culi per le strade

l’odore del gelato e la scia fredda
che lasciano certi sguardi senza sangue
nei bassifondi delle stazioni.

Invidio le scolaresche elementari
che passeggiano in fila per due
coi loro cappellini colorati
estranei ad ogni tiramento.

Mentre intorno il polline ricopre ogni cosa
le solite facce da ladro
si accalcano a pregare
avanti al muro del porno
dell’ edicola sotto casa.

Oggi ho conosciuto una donna
le ho letto negli occhi
una vecchia poesia di Lorca
Una donna anziana
che mi ha parlato di Withman
come io parlo del mare.

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