Amica mia
che appena mi conosci
con la tua partenza
ho scritto un inno
alle cose che vanno,
col tuo ritorno
scriverò una primavera
alle cose che amano.
Amica mia
che appena mi conosci
con la tua partenza
ho scritto un inno
alle cose che vanno,
col tuo ritorno
scriverò una primavera
alle cose che amano.
È quando piove che
la strada si fa stretta
ed in mezzo agli ombrelli
minareti e indaffarati
il sud a cui appartengo
mi asciuga l’animo
con una poesia gentile:
Arriverà il sole presto
arriverà il sole piano
benedirà le ossa fredde
e gli occhi innamorati
con un vento di morte
secco, e la bellezza
che asciuga la bocca
ad ogni partenza,
dolce, e l’amore
delle cose lasciate
ad aspettare il ritorno.
ho sentito un colpo
di mazza sul cuore
come palla d’acciughe
si è schiuso al tuo sguardo
i caduti nutrono
i sogni degli altri
Sono un nomade stanziale, sono migrante più a parole che nei fatti. Mi affeziono troppo alle cose, ai panorami, alle solite facce, per essere davvero felice di cambiare città, nazione,continente, casa. Sono un nomade “stanziale”, vedo il viaggio anche nel passare da una stanza all’altra. Mi basta, mi accontento.
l’ultima volta che ti ho sognata
avevi una camicia bianca
ma i denti erano più bianchi della camicia
ed io ero più bianco dei tuoi denti
l’ultima volta che ti ho sognata
eravamo seduti sul bordo del giardino
della casa che non ho ancora ristrutturato
piedi penzoloni ad ammirare la valle
l’ultima volta che ti ho sognata
eravamo amici e ci baciavamo da amici
e abbiamo fatto l’amore da amici
ci abbracciavamo da amici
e ridevamo da amici
con la felicità priva di sensi di colpa
che si ha solo tra amici
poi mi hai detto che non avevi preso la pilloa
ed io ho detto, “ok, facciamo un figlio”,
e tu hai risposto che non si fanno i figli con gli amici
e allora ho detto che magari ci potevamo amare
da amanti almeno per quei pochi secondi,
qualche contrazione e via, poi di nuovo amici!
E abbiamo riso, abbiamo riso tanto come non ridono né gli amici
né gli amori, abbiamo riso oltre i crampi alla pancia, le pillole,
i giardini a sbalzo sul cielo, sulla valle,
sull’amore, sugli amici, abbiamo riso e tutto è diventato bianco
di una luce che manco i tuoi denti,
e poi mi sono svegliato col dubbio d’averti messa incinta,
e dell’amore, che poi per fortuna sparisce ogni mattina
sotto l’acqua della doccia e per poi tornare, di notte,
qualche istante prima di cadere nel sonno.
l’ira
non hai dato
un euro
al suonatore di Lira
e adesso tremi ché
Nerone ha l’iride di fuoco
e maledice i lari, l’IRI,l’IRAP
non hai dato un Euro
Al suonatore con l’ira
e adesso è piegato
sul colle Erico
Iride in fiamme
e ride e irride
E’ stato bruciato!
E’ STATO bruciato!
Il popolino da basso
è formichina esatta.
hanno stati i zingari!
urlano
sciichimiche!!
I zinghiriiii!
aahh! Se avessi dato un euro
al suonatore di lira!!!
Tra le cose più ridicole,
E ce ne sono a bastimenti,
Spicca la competizione
Tra mezzi scribacchini
E i concorsi tra scribacchini tutti
E i concorsi tutti.
Io non concorro, al più corro
E discorro e incontro.
E se pure aborro, lo faccio senza livore,
Col sorriso, come bere un bicchiere d’acqua,
E so essere crudele, con affetto,
O con disinteresse, con gentilezza,
come solo la sincerità sa fare,
e non mi faccio sconti, o amici,
O nemici. Non mi interessa l’arte o l’accademia,
Mi interessa la gente, la condivisione,
Non la gara a chi ce l’ha più lungo.
Ognuno è piú di quello che può.
Sono fiducioso.
Io racconto le mie storie
se ci vedi della poesia
ammucchiata negli angoli
sono solo affari tuoi.
una stanza d’albergo
una delle tante che giro
in certi mesi
coi vestiti ammucchiati sulla sedia
col vapore denso di bagnoschiuma
la bottiglia d’acqua ai piedi del letto
un paio di mutande a pochi passi
un libro sul comodino
una stanza d’albergo
di una mattina d’Ottobre
una stanza d’albergo
disabitata da cento anni
un’orgia di acari
la foschia di un Autunno padano
dietro i vetri della finestra
ho costruito coi tuoi ricordi
e una stanza d’albergo
dentro e fuori e intorno
solo stanze d’albergo
e foschie e vapori
e cose dimenticate
e asciugamani rubati
e spugne gettate
fuori e dentro
e all’orizzonte
un’arancia sul tavolo
un libro sul comodino
è l’ultima minaccia
che non ho voglia di leggere
-Ti amo, è scritto sulla quarta di copertina.-
Ordino un caffè corretto
l’unica cosa sensata
da quando varcato la soglia
Certe sere
vorrei parlare di un bisogno
della compagnia di un cane
di qualcosa che scodinzoli
dall’altro capo dei pensieri
Certe sere
ho la nitida certezza
che si può campare
anche senza la poesia
e poi mi torni in mente
e con te il solito dubbio
del tirare un moccolo…
O scrivo una poesia?
Certe sere
scrivo cose come questa
che ha la sua poesia
nella sincerità
del non avere poesia
PRCMDNN
Feci alla notte ciò che avrei voluto farle
dissi alla notte ciò che avrei voluto dirle
il peggior regalo che possa fare un uomo
le regalai tutto, ogni cosa, senza dire una parola
ebbi in cambio oscurità, tutte le tenebre dei giorni,
e di quelli precedenti e di quelli a venire,
anche in questo si somigliavano molto , ebbi di nuovo
la stessa paura di quando la guardai negli occhi
la prima volta, e l’ultima e i giorni a venire
e i giorni che mai vennero
Ho sempre cercato la Patagonia nelle donne.
Non nel senso dell’-agonia della pata-ta, intendiamoci.
Ma ho cercato la terra che ammaliava Chatwin,
un’amante difficile, bellissima, profonda,
tentatrice e selvatica, incantevole, pericolosa
e solitaria, così com’era la mia anima
quando tornavo a casa da solo
mezzo ubriaco dalle ultime feste
di inizio secolo.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...