restare a casa significa divorarsi,
fare testa a testa col leviatano,
tutta questa arte del cazzo
che scava e riscava dentro al cuore
dentro al fegato nei polmoni nelle ossa
questa osteoporosi dell’anima a cui tanto aspirano
certi intellettualoidi metropolitani
mi ammala senza che le abbia dato il permesso,
come se esistesse solo l’acutezza, nell’universo
come se l’arte fosse la risposta a tutto
come se avessero davvero la capacità di vedere la bellezza
come se fosse l’unica cosa buona da fare
immaginate il mondo pieno di terra divelta
godete nel portare alla luce le ferite degli altri?
sguazzate nel dolore altrui e ne fate il vostro abito da sera
da indossare in mesti festini molto educati,
solo eprché non siete in grado di comprendere,
non capite un cazzo,
ma non ve ne faccio una colpa,
non sapete cos’è il coraggio, il rischio, l’abbandono,
l’affidarsi agli eventi sperando di trovare la forza lungo la strada.
Non sapete cos’è la strada
altrimenti ve ne stareste alla larga,
braccia conserte seduti sulla spiaggia
come dopo l’ennesimo allarme squalo.
rivendico il diritto alla deficienza
rivendico il diritto alla spensieratezza
rivendico il diritto di ubriacarmi
rivendico il diritto all’allegria
e se per essere un grande scrittore
devi stare nella tua cazzo di cameretta
a picchiare duro sui tasti
per fare il buon combattimento di sta ceppa
io voglio zappare la terra
tornare a casa dalla donna che amo
e scoparla fino a farle venire le rughe dalle risate
e fare del suo corpo e dei campi intorno
e della parola sincera
la più alta manifestazione della mia letteratura.
