Invocazione a me stesso

ritornerò  stringerti

contro il muro

alla luce del sole

un giorno, senza 

la spinta dell’ombra.

ritornerà a tremare il polso

sotto il peso dei capelli,

ma non adesso, non ora,

aspetta, c’è una Primavera

da tenere a bada

e poi un’estate furiosa

a cui dovrò pagare

ancora dazio.

Aspettami, oppure non farlo,

ciò che sarà, sarà fatto in ogni caso.

Molte altre cose accadranno

ma c’è bisogno del tempo necessario.

non avere fretta, adesso brucia,

consumati, abbaglia, ubriacati,

drogati, scrivi, leggi, corri,

perditi, spogliati, nuota,

arrampicati, impara,

studia, ascolta, taci, suona,

ascolta  musica nuova,

ma resta vivo, resta vigile

quanto basta, sii il sale e il pepe 

delle giornate e non il banchetto del mondo,

concediti, ma non finirti,

e resta sano, possibilmente,

un lungo Inverno ci attende

ai primi accenni di sole.

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evadere.

parlare di questo

o piuttosto di quello.

parlare di ché,

se qui è tutta una cosa?

allora mi taccio,

solitario e rinchiuso,

lascio voce alle cose.

che parlino i  libri

e  la strada bagnata

poi un filo di garza

bianca e intrecciata

si scorge dall’alto

calare fin dentro 

questa prigione di 

mura. 

Come uno zingaro

all’ombra di una canzone estiva
uno zingaro è seduto alla luce del fuoco,
un ricordo fatto persona
ha bruciato il vecchio Luna park.
qualcosa è andato storto, non è andato.
Tutto intorno, una distesa di campi,
profumano una mesta solitudine.
all’orizzonte le ombre nere dei colli,
un cigno che gli copre le spalle,
nell’aria c’è  zucchero filato

le stelle gli misurano i polsi, ma

la strada gli ha allungato la vita.

 

 

Chiamalo se vuoi… Megaparsec

quando se ne andò

esplosero stelle e pianeti

in quell’universo silenzioso

che si portava dentro.

quando se ne andò

non fece troppo rumore.

no fu la tempesta

che smise di piovere,

né un tramonto

che portò via la luce.

fu una brezza leggera

che smise di rinfrescare

nel mezzo della notte.

alcuni, beati, continuarono a dormire,

per altri la notte non sarebbe

mai più stata la stessa.

quando se ne andò

l’orizzonte piatto

divenne una parabola,

poi un punto, una vibrazione, una curvatura

ed egli una misura di lontananza

per distanze universali.

preghiera del 25 Aprile.

fa’ ch’io mai mi liberi
oh signore delle liberazioni
di codesto palpito
che m’infonde il buio negli occhi
fa’ ch’io soccomba con onore
di questo lutto che mi porto in seno
fa’ del cielo la mia bara
e la terra spruzzata di birra
germoglierà con le mie ceneri
fiori nuovi, rossi e carnosi
ma meno stupidi di queste rose
ch’ hanno perso petali
ai primi appuntamenti.

Inazione vulgaris

quando le cose vanno male
siamo tutti là a spolverare vecchie frasi
di chi ha lottato e perso, oppure ha vinto,
ma comunque in un tempo lontano.
cerchiamo consolazione sempre più nella parola
e sempre meno nella lotta, nell’azione.
Ci vogliono far credere che la protesta sia volgare,
o meglio, hanno dato alla parola “volgare”
che porta una nobile radice, una accezione negativa.
Ci hanno resi pigri e svogliati
qualsiasi gesto creativo e libero
si porta appresso il peso della montagna.
Queste parole sono inutili
se poi non ci alziamo per andare
a pisciare negli androni dei comuni.