quando il mio era un paese di pietra
le case pesavano di gente sul terreno,
affondava la pietra nella terra,
e la somma dei nostri piedi,era
una mandria di speranza nel fango.
le strade erano di ghiaia,
la gomma era soltanto su due ruote,
andava pedalata,
c’erano i cappelli in piazza alla domenica,
ed i bastoni ondeggiavano come pendole
al passo del tempo,il pomeriggio,
d’estate,quando i campi ardevano al sole,
e lo stivale rinforzato col ferro
scuoteva l’arena della strada,
sotto il peso della vita
che suonava il mondo.
Nascevano figli,
girocchia rotte per le strade della polvere.
Le porte erano sempre aperte,
il cibo chiuso a chiave negli stipi,
le donne ricamavano il dolore,
sorridevano pudiche nell’ombra
da sotto ai fazzoletti colorati.
Poi facemmo festa,
una festa disperata,
era l’istante prima.
La fotografia della valigia
ancora sotto al letto
senza spago,
il vestito buono
che avremmo indossato poi,
alla discesa dalle navi,
nelle stazioni dei treni,
col sorriso amaro,
con la speranza intatta
dopo oceani di stive,
dopo le lettere imparate a memoria,
dopo la guerra,l’avventura.
Fummo indigeni alla conquista delle Americhe,
di noi restano memorie e nomi,
e la nostalgia per la partenza,
per ogni arrivo,
come un pugno
al fianco,ci coglie
ogni saluto.
