Altri tempi.

la cameriera è una mia amica

mi offre da bere, e poi

mi fa lo sconto.

Tempo fa, ci siamo morsi,è vero,

ma era un’altra vita.

La guardo per i tavoli

sorridere al sudore del forno

ed ai clienti,

il suo culo teso

schiaffeggia ogni malizia,

il dottorato in filosofia

le si inceppa nello sguardo,

la bellezza dei trent’anni è misurata,

ma è ancora  rossa e disperata.

Lei la cammina sulla fune

con i piatti nelle mani,

 la penna nel taschino

mi sorride,

…io di rimando le sorrido,

e ripenso a quella oscura poesia di Artaud

che mi scrivesti quella notte sopra il braccio,

“colei che dorme nel mio letto

e spartisce l’aria della mia camera

può giocarsi a dadi sul tavolo 

il cielo stesso della mia mente”,

ma ve l’ho detto,

quelli erano altri tempi.

Esistono intimità che non si sperdono,

resistono nel vapore delle distanze

e ristagnano nelle paludi degli anni,

ma per quanto siano radicate a fondo 

nel groviglio incerto della memoria del sentimento,

mi è impossibile riaccenderle alle labbra.

Ogni cosa ha il suo tempo.

Quando me ne andai ,l’ultima volta

lei mi chiamò per nome,

io non mi riconobbi

le sorrisi e poi

come a riscrivere un finale

la baciai.

Ciel suspett’ ( “cielo minaccioso” poesia in vernacolo lucano)

ciel suspett’

i nuvol s’avascian fin n’front’

e quann se fa scur u quart r’ ora

po ropp’ , quasi semp’ scura e chiov’.

E tu,na vota, m guardav’ 

ra dduret ai vitr’ r’ a fnestra

e cu ‘na voce arripicchiata  m’ riciv’ :

Nunn’assì , nun vir ca è suspett’?

e allora n’faccia  m’ stampav nu sorris,

biond’ e strunz cumm i culur r’ i sei ann’

e po’ scappavo mienz a via cumm ai pirat’

e tu,felice m’ m’alluccav’ e m’ guardav’ 

cumm ao nipot sott’ a l’acqua u ver’ u nonn’.

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