Come carni aperte
stese al sole,
marinate nelle
notti brave del vino,
ci immoliamo per l’estate,
vele
gonfie d’azzurro
in bella vista
avanti agli occhi
del mattino,
il barbecue dei nomi,
a Ferragosto
mi sveglio sempre troppo presto!..
e vino e birra e denifricio,
il telefono squilla un ritardo,
sbuffa il caffè,
chi siamo?Dove?quando?
nomi e numeri,
e sempre manca qualcosa,
qualcuno,
come una domanda,
che nessuno,ormai,
osa più ripetere.
Tango
un tango,
la vita ti sarà sembrata ruvida,
come la punta della scarpa
che striscia sul pavimento poroso di cemento.
un tango ,
la vita ti si sarà aperta avanti all’alba
in campagna, come due gambe di donna
che s’aprivano al salire della gonna scura.
un tango,
ti saranno parsi i tuoi figli lontani
durante i racconti degli operai
intorno al fuoco che strepitava la notte.
un tango ,
i tuoi occhi da attore ubriaco,
mentre cantavi tristi serenate alla luna.
un tango,
di camicie sudate,
di sentieri arrovellati tra i monti,
stretto ai fianchi di una donna vogliosa.
un tango,
dolce come il secondo sorso di vino,
il lamento annegato nel sorriso.
un tango,
dopo la carezza sul collo
avrai certamente sbattuto il bicchiere
sul tavolo,
l’attimo prima di cominciare a danzare.
un tango
nel ruggito del fiume,
il rumore della tua terra lontana
ti ha trafitto i sensi
come un tradimento.
un tango
come una rapida di spuma e di vino,
ubriacava il cammino,alleggeriva le pene
fino al domai, fino alla valle.
un tango
per essere altrove,
per scavalcare la notte
per ingannare lo spazio
nell’ incoscienza dei sensi
sul pavimento del tempo.
un tango
per disegnare coi piedi
sul pavimento sudato
figure dimenticate dagli occhi,
tatuaggi ripassati coi tacchi
nelle profondità dell’anima.
Un oceano di silenzio.
Galleggio sotto al sole
in un oceano
denso di silenzio,
le auto sulla statale
in mezzo alla valle
strisciano i clacson
contro vento e si allontanano.
un cane si scioglie
all’ombra del paraurti,
le posate ammucchiate
nei cassetti delle due,sferragliano
come campanelli d’allarme,
tremano nella nebbia calda del vapore.
Sotto è una burrasca di nulla,
un oceano di silenzio,
è una vecchia sporta alla finestra,
col pennacchio nero della morte,
il capitano sul cassero di pietra;
impertisce gli ordini con gli occhi,
ella mi guarda ed io mi taccio,
il randagio abbaia,
un accenno di vento,
una voce amica,
poi riporta gli occhi al cielo
ed ancora tutto tace.
nell’oceano centigrado di Agosto
il silenzio vacilla
come l’ acqua di una brocca
lanciata agli assetati.
E’ tutta un’attesa in silenzio,la vita
è la notte prima della sera.
(senza titolo)
la luna è uno spicchio d’aglio
e brucia come i miei pensieri
alla brace dei tuoi occhi.
sarebbe poi caduta inaspettata
la pioggia d’Agosto
si incagliava come sassi
ad ogni pensiero del domani
la birra è una buona pausa
da intramezzare a sorsi
tra un sorriso e una stronzata,
l’amaro si addolciva lentamente
sopra la punta della tua lingua,
e la tua mano sottile
solcava con le dita
il mio viso liscio di lametta,
assecondi il vento come una sciantosa
collina di spighe di grano maturo,
incurvi la schiena come la falce
che miete, pugni a pugni il mio sorriso,
infine,per gioco,bagni
la mia bocca con la lingua,
poi mi asciughi con la mano,
e mi sorridi,
svegliati!
ripete la tua bocca da due ore,
ma io ho sonno,e sono stanco
di una lunga veglia,
adesso ho sonno, e dormirei così
all’ombra dei tuoi passi lunghi,
del tuo culo alto e delle tue labbra fresche,
come chi veglia da anni senza posa
e cade come corpo morto cade nell’abisso
dei tuoi pensieri.
poi divento tagliente come una selce
come la mano che cancella il nome alla lavagna,
come il cattivo presagio,
la paura,
spegne la tua lingua ed il tuo cuore,
ti porto a casa,ruvido come un addio,
ruggisco come un gatto di strada sulla fogna,
tu non capisci e scendi e ti allontani di spalle
bianca come una vela,
io accelero verso le luci oltre la valle,
metto una musica che spinge i cavalli,
e spingo.
la notte ha vinto la solitudine,
come un destino che scorre senza tregua
mi strappa dai tuoi occhi
con un silenzio,
e le auto lasciano scie di luci
come graffi nella notte oscura contromano,
la mano stringe il volante come fosse la tua,
era un disegno che non riuscivo a sopportare
la felicità,
l’ auto è il treno che non torna indietro,
e suona la sua tromba la solitudine,stupida,
come un palo della luce senza lampada,
erige il monumento verticale verso il cielo,
ad indicare l’immenso,le distanze interstellari,
le più grandi solitudini mai osservate prima,
le stelle,che stanotte,almeno
mi paiono felici.
la mia terra.
la terra mi chiama
come un vecchio ricordo,
conosce il mio nome
da sempre,da prima che nascessi.
la terra mi chiama come un’amico
con la voce di un fiume
che spezza per metà la valle.
la terra mi chiama come un abisso,
una culla sicura per le vertigini,
una dimenticanza,un’eco
un soffio,una carezza…
la cammino come una scarpa nuova,
e lei si fa morbida,al passo,
e si distende alla corsa
come una pista, tra i monti
e sfocia con una cascata
dietro l’orizzonte.
i sassi raccontano il dolore,
senza pudore mi tagliuzzano la pianta,
così com’è l’amore che chiama,
ferisce e consola…
la mia terra è un deserto
bagnata dal vino,
ed innamora l’argilla
più del diamante,
la sua voce è morbida,
rosolio di spine e velluto,
e quando chiama, è un morire,
o un rinascere, a seconda che
sia già morto o ancora vivo.
senza titolo.
il tempo mi avrebbe atteso un altro po’,
mentre crescevo,occhi furbi e curiosi,
in mezzo alla schiuma della birra giovanile.
il tempo mi avrebbe aspettato,indicandomi
la strada meno sbagliata come un semaforo,
il tempo avrebbe saputo ingannre l’attesa,
avrebbe certamente sbuffato,ma avrebbe capito.
Mentre la vita si faceva sempre più allegra,
le mie parole diventavno fredde come una data di nascita,
adesso che la vita mi pare comunque decente,
che i problemi sono quelli della carne,
e vedo la morte come un passaggio,
i miei occhi si rallegrano alla vista del tuo collo,
come dell’alba,e sento la morte in ogni tramonto.
Sembriamo tante pistole comprate al mercato nero,
inceppate dalla polvere di tutte le frontiere messicane,
passiamo la vita intera a cancellare una matricola,
per poi scoprire non avere alcuna importanza.
Una visita al mare.
il sole mi ha teso uno sgambetto
tra un’ombra e l’altra,
il viale alberato
aveva centodieci ostacoli,
la folla, tutta nella direzione opposta,
ad ogni curva, si stringeva,
pareva una lamiera
colorata e compatta.
fare visita al mare prima del tramonto,
ancorare sul fondale le parole,
entrare nel bar per un caffè
ed uscirne con una birra.
salpare le parole ,
per lasciarele, poi,
asciugare al vento del ritorno.
al ritorno
il sole mi guardava le spalle,
pesavano i suoi raggi stanchi
sopra i miei pensieri bagnati.
La città era un’oasi deserta
in mezzo al nulla.
La strada era tutto,l’idea
Il ritorno senza un arrivo
un pensiero che correva
all’ombra della terra
come chi parla senza pensare
e cammina solo d’istinto
come la nascita,ma al contrario
ecco, un morire, ma solo dei sensi
e la vita era tutto un cammino
senza sentire.
Aspettando Godot
Aspettando Godot,
mi sono annoiato,
ho visto sorgere l’ultima alba
dal ciglio di questa panchina affollata,
ho sbuffato rigirando i pollici ai pensieri,
ho immaginato l’orizzonte come una porta chiusa,
e la mia attesa priva di fede
mi ha irrobustito la mascella.
Poi la noia ti ha illuminata,
passavi lungo i bordi del mio sguardo
senza nome,ma le tue gambe scrivevano
sull’asfalto una parola nuova ad ogni passo;
ho preso a camminare le tue orme,
respirando il pensiero del tuo profumo,
e quando ho urlato il tuo nome,
mi hai riconosciuto.
Ho distribuito la tua foto
alle genti stivate sopra le panchine
ancorate agli alberi del viale,
ho detto loro di non aspettare,
chè ogni giorno avrebbe indossato una maschera diversa,
ma ormai la fede li inchiodava per i palmi alla seduta.
Con le parole ho fatto un monumento alle vostre attese,
un cappello di “domani” a tesa larga
per scrutare lontano ,
le scarpe nuove splendevano di “mai”,
lo sguardo fiero cadeva oltre la folla come un “forse”.
Ho atteso voi che attendevate Godot,
camminando le strade del mondo,
e tutte passavano sotto i vostri occhi,
e ogni volta vi domando…
e ogni volta una risposta,
il solito cenno,
ed io ripasso.
la relatività ristretta delle ciliegie.
due ciliegie,
come due boccioli di rosa
densi di sangue,
parevano riposare
come due gemelle siamesi,
sopra una lastra di pietra
rovente di sole.
due pensieri si toccavano,
come due gambe dalle spcarpe rosse
come se Alice rinsecchita dal sole
a gambe larghe,aspettasse la fine
coi piedi gonfi e poca meraviglia.
Stavano lì,due piccoli frutti,
e nessuno ne avrebbe capito il motivo.
il bambino a pochi passi da me,curioso,le fissava,
la madre con l’altra sorellina lo trascinavano per mano
allontanandolo inconsapevolmente dall’evento.
Un uomo dalla giacca consumata
passando di lì,se le infilò in bocca
e col suono di un fucile ad aria compressa
dalle labbra ne sputò le ossa sul catrame
come se fosse tutto normale.
Così va il mondo,pensai..
la fantasia si spegne sempre
per bocca di qualcun altro.
Il bimbo,allegro, aveva ripreso a camminare,
mentre io incupito,
cominciai a pensare alla relatività ristretta,
al paradosso dei gemelli,
alle trasformazioni di Lorents,
alla mia insignificante velocità,
e a tutto quanto altro ignoravo della vita.
Poi cominciai a sudare
misurando il tempo un passo dopo l’altro
volgarmente felice,verso casa,
dove mi aspettavano al fresco del pergolato,
le ciliegie ammucchiate in un cestello,
ma quelle sarebbero state soltanto
buone da mangiare,
nessuna di loro,come le scarpe di Alice,
avrebbe mai viaggiato
con velocità prossime alla luce.

…l’isola non era che un istante,
una pietra lungo un cammino,
la fine e l’inizio, così
come era sempre stato.
By Bibappa Lula racconta
Localìzzati(dell’ironia, delle abitudini ,dei costumi locali)
Adesso ci abbiamo i locali,
ci si vede nei locali,
ci baciamo nei locali,
nelle mura,al buio,
mangiamo nei locali,
scopiamo nei locali,
anche negli spogliatoi
preferisco stare nei locali,
soprattutto quando gioco fuori casa.
ci ammazziamo assieme al tempo, nei locali,
mi hai conosciuto adulterato nei locali,
mi hai ritrovato sobrio a parlare
della falsa linearità del tempo nei locali
e mi hai preferito adulterato,quando
saltando i preamboli ti ho dato un morso
sul collo dicendoti che un morso è per sempre.
vomitiamo, gesti sgraziati,addolciti dalle strobo,nei locali,
i volumi che riempiono le vacanze dei locali,
in vacanza andiamo nei bei locali,
ragioniamo sui locali,
similis cum similibus
assomigliamo a dei locali,
vuoti,disabitati,affittati ad ore dal terrore della morte;
i fine settimana,sono la coda degli scontrini,
e della roba, acquistata senza fattura dentro e fuori dai locali,
siamo diventati noi stessi dei locali,
e se ti va , stasera, vengo a fare quattro salti
dentro di te,ma prima dimmi per favore a che ora chiudi,
chè io domattina apro presto!
L’isola di Arturo.
Arturo!
rubami l’amore e le spine.
(il sole rosso delle sette
languiva un palmo e mezzo sopra l’orizzonte.)
Arturo!
ho una sottana troppo corta,
bianca di pizzi e merletti,
cucita al sole dalle mani di mia nonna.
(il vento incontrava le cicale.)
Arturo!
il sole mi ha fatto la pelle dorata,
il sale mi ha annodato i capelli.
(la scogiera pareva la mia fronte
aggrottata dal sole)
Arturo!
Ti chiamerò Arturo,
ogni volta che la tua lingua,
scioglierà sulla mia schiena
i cristalli di sale
partoriti dal mare
e asciugati dal sole.
(le lunghe attese del mare
erano la sola misura del tempo)
Arturo!
le tue parole sono
una lingua che graffia e solletica.
(gli alberi annerivano nell’ombra,
il vento spostava le cose, ma non i colori.)
Arturo!
Presto,sta arrivando la notte,
fa che la mia bocca muoia come un loto
d’arancio spento e maturo,
in scintille come l’onda sullo scoglio
del tuo petto.
(l’isola non era che un istante,
una pietra lungo un cammino,
la fine e l’inizio, così
come era sempre stato.)
Arturo!
adesso tutto è oscuro
e quella che chiamiamo notte,
per me è soltanto un’attesa.
(tutte le cose accorciano il passo di notte,
mentre i pensieri senza ombra si distendono
in attesa di una nuova luce.)
Poi caddero i pensieri e le attese,
senza causare il più piccolo rumore,
il mare si abbassava sotto il peso della luna,
il vento ci increspava la pelle come tante piccole onde.
Ci raccontammo vite che non ricordo di aver vissuto,
poi fu un incontro di corpi,sfregamenti,
le parole si bagnarono d’amore e presto le asciugò il vento.
La notte si fece piccola e le mie mani divennero montagne,
disegnavano sentieri sopra la tua schiena…
Niente si sarebbe mai concluso.
Ogni notte ha un’isola,
ogni isola, un Arturo,
ogni Arturo, un amore,
nessun nome è un isola!
