Non oso scrivere oggi
una parola vera.
lascio agli altri la voce
il passo, ed il canto.
Me ne sto in silenzio
ad osservare la sera che monta
come un gigante dall’occhio di luna.
Lentamente trascina una rete di tenebra,
e tutti i sentimenti urlano alla caduta del sole,
preda senza scampo dell’oscuro iaculum.
Potesse uscire almeno questa voce dall’ombra!
Invece resta qui, stipata, ogni meraviglia,
Nasce cresce e muore il desiderio.
Lontano dal sole si consuma l’ennesimo delitto ed
anche per oggi, la bellezza, ignorata, è andata perduta.
ostinazione
c’è una tenerezza tragicomica nella mia ostinazione.
quanto resisterà il femore prima di cedere?
e la mano e il piede e l’occhio sempre contro un muro…
quanto sono grande, mi chiedo, per potermi consumare
in così lungo tempo e ritornare sempre nuovo ad ogni accenno di vento?
ha forse un limite la verità al di là della mia mente?
Se la mia sorte è quella che pare prospettarsi all’orizzonte,
allora non ho fretta. Mi colga pure l’uragano di Rimbaud!
Io non tremo, Io temo, soltanto, che la mia umanità prenda il sopravvento.
vanità
Ora che non posso più scriverti
che la vanità mi ha rigato i vetri
adesso che come allora
vorrei raccontarti il mondo,
e che il sole di Novembre
se ne sta alto a confermare ogni regola,
le parole mi si inceppano in gola
tra le dita, come una resina, un peso,
e cerco di fare spazio in mezzo alla polvere
di tutte le cose stipate, e di fare belle,
queste parole inutili, che come un antico arazzo
di cui mi sono sbarazzato per bisogno di soldi,
occupano un rettangolo più bianco sul muro,
il negativo del fumo della mia vita che brucia.
pompini
Chi ha conosciuto l’amore
sa cos’è la solitudine.
chi ha conosciuto la Solitudine
sa bene che niente le è più vicina
di un paio di pompini e un po’ di tenerezza.
Ogni volta che il corpo esulta
si butta un occhio all’abisso.
Imparando a stare da solo
impari a fuggire la solitudine.
ma non si è mai bravi abbastanza
non si è mai lucidi abbastanza
per non cadere, piedi pari, in qualche abisso.
Deserti
Facemmo a gara a chi aveva il deserto più grande.
lei restò in silenzio.
io scostai appena la tenda dalla finestra.
Aggrottò la fronte in una smorfia di dolore,
come se le avessi conficcato un dito nel costato.
Non parlammo per quasi un’ora.
non c’era gara, nessun dubbio.
In quella stanza non c’era eco
nelle nostre vite non c’era eco
tutto si stava perdendo dietro l’orizzonte.
Avrei scommesso che non esistesse altro là dietro
se non un altro deserto identico al mio
ma ancora più vasto, più solo, più atroce.
il cielo pareva un livido tramonto invernale,
Ma era ora di pranzo, il sole sfoggiava l’ultimo entusiasmo dell’Autunno,
il vapore dalla pentola faceva il rumore della lava, e dentro di me,
un serpente caldo e viscoso, si faceva largo nel groviglio di carni e canali.
Pareva cercare una via d’uscita, tanto spingeva lungo le pareti, ma era condannato a vagare, ancora per molto, selvaggiamente, senza uno scopo.
Non sarò mai uno scrittore
Non sarò mai uno scrittore
Potrò scrivere dei libri
Ma avrò sempre l’aria di chi l’ ha fatto per caso.
Uno che non aveva altro da fare.
Un perdigiorno.
Uno che si innamora di niente
Di un vuoto di un muro di un’assenza perenne…
Bar.bar
Prima del caffè
La gente al bancone
presenta il conto
Come un peccato,
si confessa ogni mattino
Negli occhi del barista
Per ricevere un sorriso
La buona parola
Come l’eucarestia
Questo è il segreto
che nascondono i banconi,
I baristi spezzano solitudini
In metro
Sottoterra ogni viso è stanco
Solo due bimbe
Si tengono per mano
Sotto il sole
Sottoterra cantano
La vita che passa
Senza lasciare segni
svolgimento: “A volte le anime volano troppo in fretta…”
a 16 anni scrissi un tema.
-Liceo Scientifico G. Peano
vituperio delle genti!-
Da poco era scomparso un amico,
Overdose, si diceva in giro.
Poi scoprimmo che l’avevano ammazzato
per questioni di soldi,
tagliarono la roba con polvere di marmo, fu detto.
La professoressa era di cor gentile,
aveva sofferto la prematura scomparsa del marito,
Il quale, fu un direttore di un noto manicomio.
Lei aveva sempre i capelli arruffati dalla sofferenza,
ci faceva leggere e commentare il giornale e
le poesie, anche se non capivamo niente.
Presto il programma canonico divenne relativo e
non ne imparammo molto.
Comunque il tema non ricordo se fosse libero
oppure aveva ” l’anima ” come argomento.
Scrissi soltanto:
“A volte le anime volano troppo in fretta…”
Sapevo di giocare sporco. Sapevo che l’avrei colpita.
Anche noi avevamo accusato la morte di Bruno,
nessuno se lo sarebbe mai aspettato.
Ma il punto è che il sentimento, la compassione,
la furbizia e il cinismo, vanno sempre a braccetto.
Non ero fiero del mio scritto, anche se rappresentava
a quel tempo una verità, che l’età avrebbe poi
smentito miseramente.
Il mio voto fu
“8 1/2…”
Non ero soddisfatto, avevo fatto leva sulla debolezza di quella donna,
mi ero finto empatico, forse, o forse fingevo, fingendo, di non esserlo.
Ma non è importante.Erano belli però quegli scampoli di ozio creativo.
Imparammo credo ad impiegare il tempo facendo “cose” al posto di altre.
Piccole libertà.
Forse era la coda degli anni settanta che strisciava nelle nostre aule,
nel nostro anno di nascita, il 1979. Poi, salvo rare eccezioni,
Il Liceo G. Peano di Marsiconuovo, divenne un covo di professori ignoranti, gretti, ottusi, spesso folli, grotteschi oltre ogni scibile,
quasi animali storditi dalle abitudini.
Non ci salvammo. Imparammo poco. Avevano così poco da offrire…
Però eravamo Allegri, quasi tutti, quasi sempre…
E poi c’era Peppino, Il prof Peppino La Veglia, uomo di studi,
grande cuore, pochi capelli, giacca cammello, sudorino in fronte, tenerezza a palate, ma questa è un’altra storia…
Pozzanghere
pozzanghere merde di cane e odore di marcio
foglie cadute troppo presto e fango
pioggia ininterrotta e castagne e piccole alluvioni
pericoli di piena piedi bagnati e pantaloni zuppi
adesso che le cose cominciano a cadere
adesso che le cose fanno il suono della morte
adesso che il letargo sembra tramortire il cuore
vorrei che mi sorprendessi con un’Estate terrifica
con un’Estate aridissima, vorrei un Sahara rovente nel petto
dove i gesti risuonano a lungo come gong rituali,
come le rose che fioriscono lontanto ad Atacama
e non questa torbiera intrisa di sabbie mobili fetide putride e oscure
dove ogni passo è molle e dove persino l’eco risucchia la terra.
Articolo 2. Ritenta, sarai più fortunato.
tutte le poesie sono dichiarazioni d’amore
tutte le poesie nascono nel terrore, e
poche sono quelle che sopravvivono all’alba.
le mie non sono poesie, sono distanze,
incontri, scontri, incidenti e frettolose ritirate,
le mie non sono poesie, sono attacchi, braccia aperte,
ritirate strategiche, monoliti, non sono altari, ma ne hanno la forma,
sono morti e sono feriti, venti, armistizi, costituzioni labili e improvvisate…
Articolo 1. Coraggio.
Articolo 2. Ritenta, sarai più fortunato.
Articolo 3. Sii vario ed eventuale.
stazioni
le stazioni, d’Autunno, sono come gli ospedali.
Ci sono sempre, chi si ripara dal tempo, e chi aspetta il miracolo…
