la cosa migliore

la cosa migliore che è accaduta questa settimana
non ha a che fare con i sentimenti, né con i soldi, né il lavoro
la cosa migliore è stata lasciare sul bracciolo del divano
un libro di poesie. di belle poesie. quelle che si leggono
come un sorso di acqua fresca in mezzo
alla polvere del deserto acceso.
quelle poesie che se ne leggi sei di fila ti sembra di sbagliare.
devi leggerne poche alla volta. una o due alla volta.
Così possono lasciare quel deposito di sedimenti sullo stomaco
e poi devi lasciare che il corpo le digerisca
e diventino piano piano parte di te.
Solo così, le ho detto. Capirai di non aver bisogno di capire.
(anche se non glie l’ho davvero detto)
poi ha preso il libro blu*. lo ha sfogliato bene.
Ha sorriso distrattamente e con pudore si è guardata intorno.
Ho fatto finta di niente. di non vedere il lampo di gioia
che si prova ad ogni inizio.
Te lo regalo, ho detto.
Ma no, magari te lo riporto ha detto. No. è tuo. ne ho altri ho detto.
(anche se le ho detto una bugia…)
Lo ha infilato nella borsa e lo ha portato via.
questa è stata la cosa migliore di tutta la settimana.

*Blu Oltremare. di R. Carver.

Ztl Mezzocannone.18.30

L’attesa verte su Parigi

Ascolti frammenti dei discorsi

E cuci con la luce dei lampioni.

Viaggiare adesso è semplice

Se stai fermo ad ascoltare

E poi le insegne insegnano

 I passi passano

Come spiegare questo odore di margherita?

Questo non è un libro che va

Perché? Dice la signora.

Dammi l’acqua! Il bambino.

Perfavo…? La madre.

E poi un basco nero

Tutto bene. Ho preso il treno. Ho valutato. Dice.

E poi rumori di chiavi penzolanti

Nella salita di Mezzocannone.

E la libreria coi titoli scomparsi

Come le persone che si fanno voce

Mezzo Suono e nulla più.

Frantumare le distanze

sono tornato alla piazza
dove giocano a pallone i ragazzini-
ieri uno a torso nudo
driblava inciampando nel pallone
che gli arrivava alle ginocchia.
era Gennaio. il ventuno.
a tarda sera le urla cadevano
da qualche parte nella grande piazza
l’eco arrivava come un ricordo
mentre vento di Scirocco
intiepidiva appena le pietre.
mai così ho sentito la distanza –
metto su una canzone di Paolo*:
“Frantumare le distanze”
si alza una memoria-
Afelio del mio cuore.

*Benvengnù

Gennaio

l’odore del bucato infittisce i ricordi
la strada sfoggia la quiete di gennaio
la stanchezza dell’inizio, l’eleganza dello spazio.
prima del riscaldamento tutto pare insormontabile poi
lentamente cominci a ricordare quell’idea di futuro inesorabile.
il fruttivendolo. il pizzaiolo, il fornaio
declinati al femminile suonerebbero più allegri
eppure la sera scende. eppure mi salutano. la notte. la strada.
la sentimenta, la mancanza, la sterlizia
ferma come una fotografia.
broccoli e scarole sfrigolano sui fornelli
come il destino in attesa del risveglio.

Aneurisma Spaziale

oggi per non dire domani
le sopracciglia si sono incespugliate di biondo e di verde
lo sguardo mi ha teso un agguato allo specchio
ho recitato due poesie nel cesso. avanti ad uno specchio. come faccio sempre.
ma stavolta era diverso da ieri. o da domani.
ho letto vittorio vitolo. Victor Cavallo. Mio amato.
e le pupille hanno cominciato a diventare scure come portoni aperti nell’ombra
e l’iride verde ha virato sulla selce. lucida e fredda come un latrato. e poi ho ricordato:
una volta ho vinto un concorso di poesia senza aver partecipato. A Livorno.
La città di Ciampi. Me lo ha detto un pittore appassionato di Jazz che mi aveva conosciuto.
Dice: Ma chi è ‘sto Michele Cristiano? Come lo ricontattiamo? Avrei voluto almeno dire Grazie, A presto.
Invece niente. Passato il santo…
Ho lanciato un palloncino in questa post-democrazia
rosa come il culetto di un bambino riempito di intelligenza artificiosa. Scoppierà quando sarà in orbita come una scorreggia spaziale – silenziosa come una poesia dimenticata
la più bella. quella che faceva piangere i canestri e innamorare i carcerieri
quella che scrissi il giorno in cui ero felice di essere triste. Come adesso – ma era un altro giorno. Nemmeno quelli del concorso di poesia sarebbero sopravvissuti alla lettura. sarebbero scoppiati come pluriball. Un aneurisma innamorato nello spazio.

Come Feldspato


“una vita stesa al sole
offre infinite possibilità di pensiero”.
tu sei il mio sole:
trovo scritto sul biglietto di auguri
vicino al cassonetto.
Se questo fosse vero, adesso camminerei
con un biglietto in tasca. Ci avresti creduto se lo avessi scritto per te?
Che stronzate ci diciamo per tirare a campare?
Poi ti preparo un tè. lo appoggio sul tavolo
e lo guardo raffreddarsi.
Il calore si trasmette dalla tazza all’aria della stanza.
L’acqua vaporizza e si aggrappa alle pareti fredde
come un telegramma.
tutto si trasforma. Mi ripeto nella mente:
Che cosa affascinante la termodinamica.
Anche io sono diventato un feldspato di potassio
ma con questo non voglio dire che la poesia non tergiversi
nei meandri della mia struttura spaziale, adesso che scrivo
come un minerale di questioni terra-terra ma con lo sguardo sempre

teso nellospazio.

Il Natale è il 24

Il Natale è il 24.
Nevica sulle cime dei monti
Nel fiume le trote
Con i puntini rossi
si accendono a si spengono
Come un’idea di perdono.
Ieri il viaggio è stato breve
L’autobus si è fatto largo nella pioggia
Senza avere scossoni.
Come quando ti alzi do notte per andare in bagno e non inciampi in nessun ostacolo al netto del buio.
Casa è un posto collettivo. Un nome comune di casa. Uno spazio delimitato dalla fantasia. Un posto dove ci si nutre nello stesso piatto ideale. Si sputa anche. Talvolta. Tornare a casa è parlare con gli sconosciuti. Ammettere al sole che per quanto vicini, siamo tutti sconosciuti.
Questo è un bene. Senza ombra di dubbio
al sole siamo tutti e tutte sconosciuti e sconosciute. Questo ho pensato e scritto al freddo del terrazzo. Mentre il vento spingeva la neve sul fianco e l’orizzonte si era fatto bianco e grigio come marshmallow sulla fiamma. Adesso che sono rientrato, tutto mi appare poco chiaro. Ma domani è il 24, c’è Francescangelo drogato, la vita vaaaa così.

Com’è andata oggi?

C’è stato un tempo in cui
Abbiamo pensato di essere inseparabili
Con le cuffie nelle orecchie
Ad ascoltare i Diaframma da un solo lettore mp3. In quel tempo sul mare
Su sassolini bianchi
la vita aveva già avuto i suoi capogiri. Le cose le aggiustavamo col gin tonic. Andava bene. Eravamo vicini
Un po’ amici, un po’ amanti.
In quel tempo la musica era la musica
E i sassi erano musica. E gli occhi erano begli occhi. Non che ora…
Certo anche adesso… Ma…
Ricordi quel vento bagnato?
E quel cappello di lana?
E tutto questo bene?
Certo che eravamo più amici che amanti. Altrimenti credi che staremmo ancora qua a non scriverci: come stai? Com’è andata oggi?

Emanuel

giorni in cui non ho scritto una sillaba
e la vita si affolla come punto di accumulazione:
da sinistra si dirà: come il passato.


settimane di veglie e narcisi. di albe sfiorate. di conti sbagliati.
di tetti sepolti dalle polveri di questo e quell’anno…

…ma stamattina la luce era allegra
come cristalli appena nati
i vapori sepolti. ho pensato ad Emanuel*        
a quella vecchia poesia:
“volevo maledire i miei occhi encefalitici,
ma il mattino era bello
e c’era pace nel mio cuore.”

*Emanuel Carnevali.

E se non sarà sereno…

Immobile come un pioppo
Un chiodo. un fiordo. Un soldo.
Panny Steacy Steve lacy
fuori e dentro la finestra.
Entra nella stanza il pensiero
Come un ufo. Dice: oh.
Tu lo vedi. Lui ti vede. Ti alzi
Si siede. Non parlate.
Percorri i primi anni della tua vita
E li comprimi in due parole o forse tre.
Panierino.amici.pentoline.
Poi acceleri. Forzapanino. Percorri un certo spazio e un certo tempo. Cosa stai cercando?
Un posto. Certo. Un posto.
Magari una comodità intellettuale che ti assolva da tutte le tue mancanze.
Hai imparato a perdere? Sei ancoratuttointero. Prendi un foglio
Non sei più dentro la stanza.
Fuori. nel canale inciso nella pietra della soglia crescono piccoli fili d’erba
Con radici che affondano in minuscole zolle di sabbia portate dal vento.
Il sole è sceso dietro la collina
Il vento fa stringere le spalle e poco più
Qui Siamo lontani dalle vette
Nonostante non siamo davvero dove diciamo di essere. Rientri. Metti a scaldare l’acqua per il tè. Ti siedi. Ti arrendi.
Riprendi in mano la penna.
Ti rassereni.
…e se non sarà sereno…

Concorso di poesia ( ma non dimenticatevi dei fiori. Mi raccomando)

Dice: invia qualche poesia
potresti vincere dei soldi.
Sei messo male a denari. Dovresti.
mi dice: appoggiandomi la mano sulla spalla.
Così i santi scesero dal cartongesso in silenzio
in fila per due mano nella mano
li immaginavo processionare come insetti
infilarsi nel corridoio e uscire verso l’infinito mare.
a morire ancora, magari, nell’infinito mare…
Ma non è il divino il colpevole dell’esistenza.
mi ripeto spesso ogni volta che la vita risuona nelle viscere.
seduto alla scrivania, acceso il PC. ho scritto una storia
su di un asino mutante che fa rivoluzioni in giro per lo spazio.
e poi ho inviato qualche testo
ai concorsi gratuiti. ovviamente. quelli dove albergano i buoni sentimenti.
le rose. le albe. i tramonti e le mani. sempre quelle mani sfiorate
e mai che si infettassero di lebbra, herpes, nemmeno un taglio. niente.
morbide, dolci e fresche mani dell’inutile creato. E i fiori. Certo. I fiori…
Non dimenticatevi mai, dei fiori.

Nessuna Anteprima

Nessuna anteprima recita il cartello
Il giorno ha tagliato il tempo col machete.
Si è fatta una certa…

Ti sei incamminato per i vicoli e
Hai origliato dalle porte serrate.
Hai imparato a tacere.
Là nella piazza c’è la ragazza che canta

Quella che hai sognato ieri notte e
La sua voce ti arriva fresca come un rastrello
Abbracceresti persino il lampione ma
Decidi di andare più in là,
Dove cresce quel muschio sulla parete
E l’ombra si è fatta piú umida e densa

Avanti al cartello “nessuna anteprima” A scrivere queste parole:
Di sicuro là dietro va in onda la vita.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑

premiobrassens.com

Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo

L'Ombra delle Parole Rivista Letteraria Internazionale

L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

Incerto&Malpighi

Porte Interne Italiane

Biblioteca Montelupo Fiorentino

Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...