Sono salito sull'autobus con la madre di un vecchio amico.
Abbiamo ricordato i vecchi tempi a NapoliE più a sud, quando venivano nelle nostre case
Altri amici forestieri per settimane intere d'estate.
Quando non si parlava né di figli né di lavoro né di divorzi.
Quando quel nostro amico in comune aveva messo incinta la ragazza proprio in quella casa
Ed eravamo freschi come margheriteAnche da ubriachi.
A quel tempo eravamo tutti fratelli. Come adesso. Certo
Ma non sentivamo il bisogno di rimarcarlo.
Le cose si sapevano per divinazione
Anche quando ci incazzarmo e gli chiesi dove fosse in quel momento
Per andare a tirargli almeno una testata
La violenza aveva la freschezza del fiume
Avrei voluto rompergli il muso come un dio. Per diritto naturale.
Come un animale selvatico
ma con affetto e con rispetto.
So che non tutti capiranno ma
Come si usa nella strada
Prima del perdono autentico
Fresco come un sorso di acqua alla sorgente delle nostre vite
Si pagava dazio per la nostra umanità
Talvolta con due gocce di sangue pazzo, certo, ma sempre meno folle e più autenticodi questo insulso post-capitalismo.
Maggio.lino
La luce che comincia a far rumore
Sul pavimento a fine maggio è
Qualcosa che ha a che fare col tempo
E coi non luoghi comuni -
Si srotola come nastrino di luce
Fino a solleticare la giunzione tra
Il vivere e il morire ÷
L'erba è cresciuta di notte
sulle ciglia della strada
Che strizza l'occhio agli spazzini delle cinque. Le carezze di saggina rimbalzano tra i vicoli fino al cuscino. Mi rincuorano.
Ieri mi sono acceso dopo tanto tempo -
Tre ragazzi per strada facevano il loro numero circondati da una piccola folla.
Per solo fatto di esserci o almeno così mi è sembrato, quella cosa che chiamiamo vita mi si è stretta addosso come un'altra pelle.
Talmente stretta che mi è caduta una lacrima sulla punta della scarpa.
Poi l'ascensore che punta all'iperpiano
Con la sua musica di lettere e di piuma
E dove sei adesso non lo sa nessuno
Per questo l'allegria e questa pace
E il ricordo di un maglioncino di lino bianco con le bande nere
E quel posto vicino al mare
Era sempre poi lontano
Da qualche altra cosa
Che riuscivo a immaginare
Quella domenica di maggio
Fra almeno un paio di anni.
Tutto scorre, ma i denari in uscita…
da qualche tempo scrivo sullo sfondo nero.
cosa da poco, come formica – dirai
ma le formiche comandano il mondo.
Quello che a volte mi appare trascurabile dettaglio
cattura tutta la mia attenzione.
Cosa significa aprirsi?
chiedilo al fiore ho risposto.
parlando con la psicologa – inevitabilmente
si è palesata la poesia. Che non esiste. certo
o meglio, almeno non in forma
ma in sostanza? Ecchenesò, dico:
Spesso parliamo di cose che non conosciamo
altrimenti che senso ne avrebbe? Divertimento pauco.
Se ti parlo di una collina è perché l’ho vista
non perché la conosco. C’è sempre una distanza tra le cose.
quello che mi sembra un vuoto in questa dimensione
si dice un tutto in un’altra, o forse no.
Sentivo Galimberti parlare di segreto necessario una volta,
ma non è forse tutto segreto e tutto necessario?
Ma cosa importa se ci ha fatti incontrare?
Un amico ad esempio crede in dio e scrive poesie di amore universale.
Lo rispetto. Gli voglio bene. Ma cosa importa dopo il bene penso?
Davvero c’è altro nella scrittura oltre al?
Dice la voce: apriti come una fica una rosa una sposa e poi…
Ma se ti chiudi, penso, lo sei davvero? Chiuso intendo.
A tutti questi interrogativi mai cercheremo di rispondere –
ché adesso dal balcone si infila la brezza
ed un’ ombra di fritto s’acquatta nell’angolo
come l’idea di una cascata tascabile –
la stessa che immagino tirare fuori dalla tasca
per pagare l’ennesima rata dell’assicurazione…
Tutto scorre- può darsi, ma per certo i denari
verso l’uscita.
lo Scheletro di una Stella 🌟
Leggo i poeti russi in italiano
E mi convinco, leggendo
Di essere anche io come
Lo scheletro di una stella.
Ma poi ricordo cosa non sia
La poesia. Ed il fremito
Sincopato della spiga
Che mi abita ormai da secoli
Ricorda sempre di più
Il campo a cui non mi sono
Ancora piegato. Dico ancora
Perché tutto è sempre possibile
Fino a quando la dimenticanza…
Fino a quando lei entra in questa stanza
E ti trova seduto sul cesso
a scrivere queste righe.
E ti ricorda che forse lo sei davvero
Lo scheletro di una stella
Ma non sei davvero seduto
Su quella panchina d’insolido ideale
Su Corso Nevski a Pietroburgo…
Almeno fino a quando…
🌟Titolo rubato a Zio #Kutilov.
Huè, ciao, la merda!(la merda non conosce noia)
Di nuovo quasi niente.
Di originale meno di niente. La verità è talmente relativa
che non ha alcun senso nominarla, questo è vero, ma.
Queste parole avrebbe potute scriverle chiunque –
io sono IlLollà chiunque –
e non mi addentro nel ginepraio dell’essere
per decenza e per mancanza di argomenti, ma.
La noia pulviforme di questa massa
che genera noiose facilonerie…
La noia educata mastodontica di ascoltare musica scremata
di leggere poesie scritte per autoerotismo
venuto peraltro molto ma molto male. Tristizie
dei film prodotti per glori.ficare il portafoglio dei produttori.
Sempre più produzioni glitterate, sempre meno parlato.
Un po’ di fica, due tette e l’amore che muove il sole e l’altre tasche.
Che senso ha, mi chiedo, questa marmellata
questo appiccicume di scolo waddarico –
questa melma putrescente della creatività. LA CREATIVITEZZA, bello!
Huè, ciao, la merda! Come stai? cosa hai prodotto oggi? Piangi per i deboli?
Funziona? Il ritornello vende? La poesia parla dei fiori? Dell’amore? Di quanto sei acuto e scandalizza con educazione? Ah, certo. Sei un ribelle, mamma!
E la retorica di figlio di mamma? Del poeta dei paesi?
Huè, ciao la merda! Come stai? Cosa vuoi dirci oggi?
Che opinione hai sul calzolaio scomparso?
Scriverai una lettera per la morte di tizio riuscendo a parlare solo di te?
Huè, ciao La merda! Come stai? Non ti annoi mai tu eh? Sia mai che…
In due giorni Maggio se ne va.
Qualcosa sull’autostima
La sento borbottare di fianco
Dai tizi in fila per le casse.
La festa dei lavoratori
Mi suona anacronistica
Come un giubileo.
In cima a Sant’ Elmo
C’è una parabola che pare una luna
Ed un elmo gigante
Ferito da frecce.
Questi sono i fatti.
Poi possiamo disquisire
Sul simbolismo del concertone
Con la musica di merda
Ma lo faremo un’altra volta
E non in una poesia che vorrebbe
Significare due o tre cose
Ma che non arriverrá davvero
A soddisfare la richiesta.
Sebbene il groppo in gola
Sebbene il caldo inaspettato
E questa voglia di pizza
Che asfalta ogni moralismo.
Ieri ho scritto queste righe
E poj un qualcosa è andato storto.
Io che divento millefiori
E poi questo distacco
Tra la vita e la mia voce
E l’altra voce che rimbrotta:
Non hai niente da offrire, dice:
Sei povero e vecchio.
Non hai niente da offrire. Dice.
Pago qualche birra. Qualche pizza.
E gli spiccioli di sentimento li uso
Per incassare due ganci e un diretto.
Abbasso la guardia. Lascio andare a segno i colpi. Accenno una reazione.
Ma questo soggettivare mi pare troppo pretenzioso. Poco terapeutico.
Cosa ci trovi di bello in questa cronistoria? Poi la notte senza sonno.
Nemmeno una parola dai vicini.
Solo la strada con i soliti ululati e qualche lampeggiante.
Al mattino sono solo come un filo di rame. E poi il sole di Maggio disegna un rettangolo sul pavimento e sembra dire:
Questa è la tua casa, che sia vuota o che sia piena dipende solo da chi osserva.
Le decisioni irrevocabili ricordano certi discorsi alle folle. Qui siamo io e te da soli, sopra uno specchio di luce a disegnare con l’aria. E maggio se ne va… Maggio se ne va come una carezza.
Da dietro la finestra qualcuno che mi dice: ti voglio bene. Ma qui non c’è nessuno. Nemmeno io. E maggio se ne va, come una carezza.
La nebbia delle feste-
ordine 57600604
16-04-25 ore 14.44
poesia insignificante.
Letragica il pomeriggio
riordina le costole
come un flauto di vertebre
e di sabbia. Leggo vecchie
poesie.
dirigo il traffico
dei ripensamenti –
per qualche
istante mi sento un oroscopo.
Poi lei appare. Coi fulmini nel piatto
come una venere elettrica
e poi la tempesta dei mirtilli
e tra i flutti dei prosecchi
sulla spiaggia una risacca
mi seppellirà.
Vicino o lontano?
Acqua che cade bagnata
Scherzano gli anziani del paese:
Qualcuno dà fuoco alla fontana
Altri vendono corrente sfusa
A chili- dietro i banconi dei negozi.
Poi la sacralità delle domeniche
Le cinghie e gli alambicchi
Gli alberi malati dei viali
I panorami immutabili delle alture
Vicino o lontano
Cosa sta a significare?
Se la parola non si fa gentile
E non si accoglie la resa
Come una benedizione?
Ricamo
Capita di camminare per strada
E non vedere più niente.
Questa è la morte. Mi ripeto ogni volta:
E divento triste come una lampada
spenta.
Poi succede qualcosa:
Lo sguardo di carta della venditrice di
aglio
La pozzanghera d’olio che colora la luce
L’odore del forno mette il ciuffo ai
ricordi
La turista che inciampa nel bancone del pesce
.
Quello che accade, accade per sempre
Mi dico
E la vita ritorna
così inutile _ e ferma e infinita
Come tutte le cose per cui vale la pena
Buttare giù qualche riga
Infilare due passi
Disegnare un dolore
Ricamare la tenda
del cimitero dei sogni.
12 Bar
“Resta la nostra buona amicizia e niente più.”
Così un uomo in carrozzina elettrica
all’amico seduto al bar sotto casa che
annuisce e addenta avidamente una sfogliatella. Poi silenzio. Sará durato un…
Google, mi ricorda che questo mese ho visitato 12 Bar.
Il barometro segnala alta pressione
Il sole inforca le strade come spaghetti e ne mastica i pensieri
Oggi mi sono ricordato di un fatto:
Di una vecchia foto con una barca
Di quel divano azzurro dove non mi sono mai seduto
E di altre cose che non ho mai avuto il coraggio di fare. Che significa voler bene?
Poi sono andato incontro agli alberi
E Mauro che mi ha chiesto gli spiccioli che non avevo, mi ha detto: io sono invisibile, la gente non mi parla e non mi guarda nemmeno. È terribile, io sto nei cartoni ma non esisto. Silenzio.
Hai ragione, è terribile.
Lo è?
Cosa è davvero importante? Questi rari alberi che filtrano la luce del sole? Noi? Gli altri? Tutto? Niente?
Niente.
Diventato una parola sto più comodo.
Dimmi: Sulle labbra. Una radice sulla punta della lingua. Il morso sul culo. Il vecchio cane.
E questo silenzio nella scena che.

Di Versi
l’ontano laggiù
piegato dalla palude
plaude le foglie come figlie
pigiato al pre-ludio del gioco
letteral-mente. Nevvero, forse scherzo o
Non si sa bene a cosa
non serva questo prospetto. M’ aspetto,
ma forse narrivo.
dice che la verità sia un piatto
che va servito spento. click.
dice che il tempo sia un cerbiatto
e la cerbottana una approssimazione sessista
di malcostume animale
dice che il vìcolo sia un ammonimento fluido
dice che la mattonella sia un esordio di pazzia
dice che il cesso debba smetterla e Finizio pure
dice che cuore sia una misura del tempo
dice che i libri siano leggeri nello spazio
dice che le porte non siano poi così immobili
dice che le acciughe siano solo pesci malati
dice che i chiavistelli siano frequentatori abituali dei cieli notturni
dice che le albe anche se tra monti si verifichino soltanto al mattino
dice che i poliziotti abbiano tanti fratelli dei padri
dice che viceversa sia un incentivo a bere
ma anche il contrario
dice che chi tergiversa scrive solo cose pulite
e dice che chi è di verso lascia spesso un segno impalpabile nel tempo come quei culi troppo alti per essere raggi unti da soli
dice che la stupidità sia negli occhi di chi legge
e di chi scrive: o viceversa.
No, dicevo, Vicè, versa!
SPROLOGO: La casa sull’ago
Guarda lettora-e
C’è una casa sull’ago
Si regge col senno di poi di quell’altro
Che osserva le cose come fossero cose
Senza pensare che poi l’ego sia al posto dell’ago.
Senza predirre smottamenti emotivi si spoglia
In riva all’ago – senza fare umorismi – certo dolore.
Certo il testo è pungente. Certo costruzioni di plastica
Certo dialetti baresi. L’ago Lego l’ego
mi sforzo e collego. Cambia pro-spetto-tempo-reggi
Sulle spalle verticali al pianoforte: Uh quella musica dolce.
Certo spagnolo llego: arrivo
A rivo al-lago c’ero io e c’eri tu
scalza come un fatto
E tu eri là: llego! dicesti
Aspettavi l’arrivo come una morte negata.
Annegata. Un amore, tipo una caramella.
Ma cosa importa dell’abito
Nella casa sull’ago. Le prospettive sono questione di affacci:
ma ci affacci il piacere! Ce lo affacci!
