prima caddero le sirene
appresso fuggirono le muse
quindi toccò ai desideri, e
di tutta questa mitologia
non resta che polvere
e qualche accenno d’impresa,
troppo poco per essere epopea,
abbastanza da non essere perduta.
ho scritto una poesia sulla puzzetta
Non lo saprà nessuno
ch’eravamo
nudi nel letto
mentre il mondo
fuori la finestra
si copriva di stracci.
non lo saprà nessuno
che io nel letto
ho fatto del mio cul trombetta,
anche tu lo scopri solo adesso,
e non ricorderai il giorno esatto
perché non te l’avrò mai detto.
Ci sono cose che nascono già morte,
piccoli segreti meschini
che restano sepolti solo per dispetto.
Puoi prenderti il culo
il mio cuore e la mia vita,
ma non sarò mai tuo fino alla fine.
Difendiamo la nostra solitudine
a spada tratta, poiché solo lei
ci terrà in vita, lucidi,
per tutto il tempo necessario.
Niente da dire
niente da dire, voglia di raccontare.
Ho il terrore dei pensieri banali,
come quando ero piccolo,
quando mi ammalavo, e pensavo:
“resterò così per sempre,
non guarirò mai più.”
Come quando non mi riesce
di scrivere una parola dietro l’altra
che abbia un senso quasi compiuto,
e rinuncio, e penso che forse
non scriverò mai più.
E tutto sommato
qualcuno si gioverà
anche del mio silenzio.
Allora per dispetto
scrivo due cazzate,
e le metto pure in versi,
solo per dire:
Eccomi, con tutto il mio fetore.
Tappati il naso mondo,
mi scappa la stronzata!
Specchio
Il foglio è uno specchio senza bordi
Mi guardo e vedo la strada
Qualche montagna innevata all’orizzonte
Il fumo del comignolo e l’odore di castagne.
Chissà se assomiglio alle cose che ho fatto
O a quelle che ho evitato di fare…
A volte mi fisso come fossi un estraneo
Altre volte sono reale come un cazzotto
che colpisce al centro della fronte,
Ma ogni volta dimentico,
Ogni volta sono cosa nuova,
E mi sorprendo sempre,
di me e del mondo.
Qualcosa che scava, mi resta negli occhi,
Un tarlo tra sentimenti
che ho cresciuto negli anni,
che prima o poi mi chiederà il conto
ed un ammazza-caffè.
Ne sono certo. L’amore
L’ Anatolia dentro.
altopiano mongolo
che ti inclini nel mio petto
ogni volta che pronuncio il suo nome
altopiano mongolo
che non calpesto
ti allunghi
tra me e me
tra te e me
e tutto il vento
e i visi arrossati dal freddo
e le greggi
e le genti che vagano
tra i canti dell’ignoto
dell’umanissima prateria
mi appartengono per esclusione
altopiano dolce che sei
cadenza del mio passo
lascia che mi sperda per il mondo
senza una scarpa, una manica, un occhio,
fa che la mia voce non ritorni dimezzata
fa che si allontani da me la nenia
la nenia dimessa di quando ho deciso di partire
seguendo la mia ennesima ostinata intuizione.
siamo il canto l’albero e la sirena
la mia barca di carta
è una rompighiaccio lanciata
su un’ autostrada di sangue.
(siamo il canto l’albero e la sirena)
siamo anime in pena
che si legano ai corpi
per attraversare la notte
(siamo il canto l’albero e la sirena.)
L’essercismo.
mi annoia il Neo-/classicismo
già mi annoiava il futurismo
mal tollero l’eclatantismo
ed il sensazionalismo
mi piace solo il presenzialismo
mi piace esserci
l’essercismo.
viaggio
viaggiare significa scegliere
prendere il fardello
e cambiare direzione
congedarsi dai compagni di viaggio
con un cenno del capo
a cuore stretto
e riprendersi la strada
la rotaia, i passi
la nostalgia il deserto
la sincerità l’ignoto.
Out Of Order ( Omaggio a Pedro Pietri )
ci sono le donne
e ci sono gli uomini
e ci sono le cose che accadono,
poi, nel mezzo, un sacco di parole,
un sacco di stronzate
che non accadono
ma è come se accadessero,
e non succede niente
ma è come se fosse già successo tutto.
nessuno mai si incontra veramente
da una ventina d’anni a questa parte.
Allora mi permetta, mia adorata
un non appuntamento di parole
a cui mancherò sicuramente
poiché non ho più altro da dire,
al di fuori dal fatto che
vorrei anche io una cabina telefonica
“out of order” a cui confessare
ogni malefatta, ed un Pedro Pietri,
a cui pagare una birra,
solo per sentirmi dire:
Ben fatto fratello, ben fatto!
Un altro giro?
8:30
8 : 30
Terzo caffè della giornata
Scolari scolareggiano
Barboni mbriacheggiano
Fessi fesseggiano
8 : 30
Puzzi di studio e lavoro
Che orario infame
Che volgarità
Passata l’alba da un pezzo
Così lontano il tramonto…
8 : 30
L’ora delle cose dovute
Io ti ripudio come un figlio fascista
Perduta la gioia delle elementari
Vorrei dormirti senza ritegno
Puzzi di alito cartonato e cravatta
8 : 30
Mavattelapijànersecchio.
Fino a ora di pranzo
E poi di nuovo
Fino al tramonto
Voglio zappare la terra
restare a casa significa divorarsi,
fare testa a testa col leviatano,
tutta questa arte del cazzo
che scava e riscava dentro al cuore
dentro al fegato nei polmoni nelle ossa
questa osteoporosi dell’anima a cui tanto aspirano
certi intellettualoidi metropolitani
mi ammala senza che le abbia dato il permesso,
come se esistesse solo l’acutezza, nell’universo
come se l’arte fosse la risposta a tutto
come se avessero davvero la capacità di vedere la bellezza
come se fosse l’unica cosa buona da fare
immaginate il mondo pieno di terra divelta
godete nel portare alla luce le ferite degli altri?
sguazzate nel dolore altrui e ne fate il vostro abito da sera
da indossare in mesti festini molto educati,
solo eprché non siete in grado di comprendere,
non capite un cazzo,
ma non ve ne faccio una colpa,
non sapete cos’è il coraggio, il rischio, l’abbandono,
l’affidarsi agli eventi sperando di trovare la forza lungo la strada.
Non sapete cos’è la strada
altrimenti ve ne stareste alla larga,
braccia conserte seduti sulla spiaggia
come dopo l’ennesimo allarme squalo.
rivendico il diritto alla deficienza
rivendico il diritto alla spensieratezza
rivendico il diritto di ubriacarmi
rivendico il diritto all’allegria
e se per essere un grande scrittore
devi stare nella tua cazzo di cameretta
a picchiare duro sui tasti
per fare il buon combattimento di sta ceppa
io voglio zappare la terra
tornare a casa dalla donna che amo
e scoparla fino a farle venire le rughe dalle risate
e fare del suo corpo e dei campi intorno
e della parola sincera
la più alta manifestazione della mia letteratura.
