
Sulla spiaggia, una stella
Rapida come un’ancora
Scivola nel quaderno
La montagna ha occhi che ingoiano
E I pensieri ne escono freschi
Come una ginestra
Un vecchio annoiato
Disegna con l’unghia
Nella pietra tenera
Una vita di sospiri.

Sulla spiaggia, una stella
Rapida come un’ancora
Scivola nel quaderno
La montagna ha occhi che ingoiano
E I pensieri ne escono freschi
Come una ginestra
Un vecchio annoiato
Disegna con l’unghia
Nella pietra tenera
Una vita di sospiri.
così scrivi di una scrittura ratta
dove sorrisi diventano sorsi
sorsi diventano ossi
ossi diventano o.s.s.
o.s.s. diventano Sì.
così scrivi togliendo
ciò che non sai – e
regalando ciò che non hai.
la morale della sboria:
l’albero dalle sette spunte
disse al cigno dei sospiri zoppi
che Lucerzio perì soliloquio,
dentiera tra ponti
nel solspizio destato.
#metasemantice
sento la persiana stridere al vento
e la tenda che separa la luce dal buio
spargere il suo balletto di fiordi e gelsomini –
– tutte le voci mi arrivano come un segreto
perché in tutte è il segreto.
Ieri leggevo un poeta. Parlava di inizio
e parlava di fine. sciocchezze.
poi ho smesso il quaderno ed
ero io la tenda ed ero io la persiana
ero il quel confine. ero questo e quell’altra.
se tu vedessi quello che vorrei che vedessi
lasceresti le armi e le cose meschine
e se la stella che parla parlasse davvero
direbbe le cose che già sta dicendo.
Oggi ho scoperto kutilov
e sono triste e sono felice
qualcosa dentro si è rotto per sempre
e la mente irreparabile immagina
un muro scrostato che odora di pane
e un alambicco di carta
sul dirupo che fui
fino a quattro secondi fa.

in foto Arkadij Kutilov
a cui è dedicata e a Liliana detta Slobo
che me l’ha fatto scoprire.
Da giorni se mi affaccio al balcone
sento odore di fogna.
stamattina ho aiutato a rialzarsi una signora
inciampata in un filo di plastica
che mi ha dato anche un bacio.
così va la vita.
Comunque, niente di grave.
Poi un’auto contromano
il furgone dell’arrotino
fermo come un silenzio
in mezzo alla strada
e la fila nel senso di marcia
e le voci di un tono più alto
che diventano grida
che si fermano in gola
come frutti maturi
che poi io raccolgo
e lascio appassire
sopra il tavolo sgombro
della mia mente.
Sbuccio una pesca
che odora di donna
e affondo gli incisivi nella polpa.
Sul pavimento velocissima
l’ombra d’ un rondone
attraversa uno spicchio di luce.
Trattengo il respiro
appunto due righe:
Dove stai andando?

Asinov va in Paradiso
Prologo.
Quello che state per leggere non è che il resoconto di una sfortunata azione rivoluzionaria compiuta circa duecento anni fa.
Oggi, date le mie condizioni di salute estremamente precarie, ho iniziato a dettare queste memorie affinché i gesti e le idee che avemmo in gioventù, e che tutt’ora mi incendiano, non andassero perdute.
Scrivo solo oggi perché nessuno dei miei affetti mi è purtroppo sopravvissuto ed io non ho più paura di subire ritorsioni per ciò che sto per raccontare.
Non mi dilungherò in inutili panegirici. Il tempo che mi è rimasto impone urgenza, e non so fino a quando le batterie andranno avanti.
Anche la strumentazione che utilizzo è messa male. Il display olografico sfarfalla e buzza, e le connessioni del mio alloggio funzionano in maniera precaria e inaffidabile. Sarà un miracolo se qualcuno riuscirà mai a leggere o ascoltare quello che scriverò – detterò.
Appena terminata la dettatura, inserirò la memoria in una capsula spazio-temporale (sì, riusciamo a far viaggiare nel tempo soltanto oggetti inorganici di dimensioni ridotte con un discreto successo), immetterò le coordinate di quel continente che chiamavano Europa, In Italia, paese che sui persua-podcast di storia ai tempi della Farma-istruzione, mi ha sempre affascinato.
Inserirò come data il 31 Maggio 2024. Poi invierò la stessa memoria alle ultime testate informative sopravvissute all’ *Abbrutimento, sperando che qualcuna sia rimasta clandestinamente operativa.
Non so cosa spero che accada inviando la capsula nel passato. Non so se è una cosa giusta. Ma quello che so è che il mio presente è devastato e spero che voi, in qualche maniera farete il possibile per evitarlo.
Che il seme della ribellione non vada mai disperso e che possiate un giorno riuscire, vittoriosi, dove noi fallimmo!
* ABBRUTIMENTO- Periodo in cui il Bastardo si peritò di epurare a colpi di acquisizioni e sgomberi coatti, le ultime testate di informazione libera rimaste. Capirete.
Paragrafo 1.
Lucret Miscela I.V.*, 27 Maggio anno 3197 D.C. località imprecisata. Patagonia. Terra. * ( I.V. ovvero: Ibrido Volpe)
Quel giorno Asinov mi disse di essersi svegliato alla solita ora. Di essere uscito dalla camerata puntuale e di non aver ancora progettato niente di tutto quello che sarebbe accaduto nelle ore successive. Era il 10 Aprile del 3046 e là nella città di Roccasell, Arizona, i pochi fiori rimasti sul viale che portava al reparto mangimi della Farma, emanavano un frescolino odore di ferro e ammoniaca. A quei tempi Asinov era poco più che un puledro. Aveva da poco terminato il ciclo istruttivo e come ogni mattina prima del lavoro si metteva in fila per espletare i propri bisogni corporali.
La fila per andare a sletamare era lenta e soporifera. D’altra parte noi Ibridi abbiamo il cervello umano e il corpo a metà tra animale e uomo. Per qualche strano meccanismo della genetica, il nostro organismo prima di mettersi in moto a pieno regime, ha bisogno di un paio di ore di galleggiamento. So che la cosa vi sorprenderà.
Se state leggendo queste parole nel ventesimo secolo, così come spero, vi suoneranno assurde. D’altra parte da quello che so, l’unica cosa che è rimasta stranamente intatta da allora, è la lingua. Per qualche strano motivo, quando ci hanno ibridati, o meglio… Quando hanno ibridato i nostri avi, generazioni fa, a seconda dei genomi incrociati, abbiamo acquisito linguaggi e memorie istintive. Come se fossero reminiscenza genetica delle generazioni passate. Nessuno ancora sa spiegare il perché.
Asinov ad esempio parlava indu, sanscrito, italiano, francese, inglese e tedesco. Io, inglese, latino, spagnolo, afgano, greco antico e Farfu. Una lingua, quest’ultima, di cui se ne ignora la provenienza, e che nessuno comprende (Problemi dell’ibridazione). La uso soltanto per imprecare quando sono nervoso o per gioire quando sono euforico. Ma non mi dilungherò in troppi dettagli. Come dicevo, il tempo è poco *Asfet Rutt! *(Porco Cazzo in Farfu).
Ci siamo ibridati a causa di un virus arrivato da chissà dove circa settecento anni fa. Gli umani cominciarono a morire come mosche. Un genetista americano di origine russa, tale Vastardilof Della Donna, dio lo fulmini! Capì che l’unico modo per salvare la pelle, a farla breve, era quello di ibridare la razza umana con quella animale (Il virus attaccava soltanto gli umani).
Dopo qualche esperimento fallito, riuscì a brevettare La Cura. Il caso volle che questi, dopo il grande successo post pandemico, si candidò alla presidenza degli USA.
Forte del consenso, vinse. E dopo tre anni, cominciò a far promulgare leggi sempre più oppressive. Nel giro di cinque anni avvenne un vero colpo di stato. Prese i pieni poteri con l’appoggio dell’esercito e da allora il mondo non fu più lo stesso. A causa dell’immenso potere derivato dalla Cura, gli USA già superpotenza, divennero sempre più influenti, fino a creare un vero e proprio impero.
Conquistati gli altri continenti con governi fantoccio prima, e con la forza poi,
Il Bastardo (Così lo hanno da subito chiamato gli operai), divenne praticamente il re del mondo. Costruì enormi fabbriche di mangimi sintetici chiamate Farma, e obbligò tutti a lavorarci. Oltre ai mangimi, che rappresentavano la maggior parte delle unità produttive, si produceva con gli stessi metodi tutto l’occorrente alla vita. Se di vita si può parlare. Dai saponi al mobilio, dalle apparecchiature ad alta tecnologia fino ad arrivare alle calzature, suppellettili, aghi, Tutto. Tutto prodotto nelle Farma. Anche chi vi scrive fu un operaio, ma questa storia la racconterò più tardi. La carica di Presidente Imperatore divenne ereditaria e con una vita media di circa 200 anni, capirete…
Cambia il bastardo ma non cambia la musica.
Con il passare degli anni, le generazioni a venire, pian piano assumevano sempre più i connotati animaleschi. Dopo ottocento anni, siamo diventati praticamente delle bestie erette, con gli arti di derivazione umana, pollici opponibili e testa animale. Il mio viso ad esempio è quello di una volpe islandese, almeno così mi hanno raccontato dopo la mia clonazione. C’è anche da dire, a tal proposito, che molti di noi sono dei cloni. Questo perché la maggior parte della popolazione è sterile. Forse a causa dei mangimi sintetici che noi stessi produciamo. I cloni vivono diversi mesi in incubatrici situate negli enormi spazi sotterranei ricavati sotto le fabbriche. Quando sono maturi per il lavoro, vengono svezzati col mangime e inviati part time a scuola per otto mesi. Il resto del tempo lo passano a lavorare insieme agli operai adulti.
Si diventa adulti a otto mesi di vita. Si è scoperto che gli individui non scolarizzati, tendono facilmente alla depressione e dopo poco, moltissimi, tentano il suicidio. Quindi abbiamo tutti avuto una istruzione di base. Tutti testi inerenti al lavoro, ovviamente. Anche l’arte ci è stata insegnata. Pittura, Poesia, Musica, Danza. Purché il tema sia il lavoro oppure la glorificazione della stirpe del Bastardo e dell’Impero. Capirete che grazie a tecnologie telepatiche e persuasive, l’apprendimento è relativamente semplice e veloce.
Non so se in così poco tempo riesco a rendere l’idea delle nostre vite, ma sappiate che siamo stati prodotti per lavorare e per produrre. Siamo pagati in ore di riposo, vitto e alloggio. Quattro ore di riposo di notte e due di giorno. Due pasti di mangime al giorno.
Viviamo nella Farma, nei Blokki (quartieri operai) che la circondano. Il tutto è recintato da mura invalicabili alte circa cento metri. Ogni Farma è uguale a sé stessa. Ne esistono in ogni continente. In ogni città. Un progetto magnifico, facilmente replicabile dicevano a scuola. Ma non è stato sempre così. Nei secoli le cose sono peggiorate. All’inizio erano fabbriche dove ci si andava solo per lavorare otto ore al giorno. Si veniva pagati poco, ma con quel poco si tirava avanti. La maggior parte della popolazione viveva in appartamenti autonomi, in villette, case mobili, tende, appartamenti. Insomma si era liberi di scegliere. Poi capirono che per aumentare la produttività dovevamo necessariamente vivere nelle fabbriche. Costruirono case nuove e comode e ci invitarono a trasferirci. Piano piano diventammo parte delle Farma. Le case divennero camerate e noi sempre più degli automi. Ecco. Ma non tutti. Qualcuno ha provato a fare qualcosa. Anche se non è finita bene. Non come si sperava.
La storia che state per leggere-ascoltare con questo micro olografo che vi invierò, è la somma degli appunti rimanenti del diario di Asinov di cui sono venuto rocambolescamente in possesso, e dei miei.
Paragrafo 2
Aurelio Asinov I. A. (Ibrido Asino) Figlio naturale. 10 Aprile 3046. Farma 374
Stamattina mi sono svegliato prima del solito, la fila per i bagni era lenta e maleodorante come sempre. Non mi ci abituerò mai. Gli occhi dei miei comfarmi (compagni di farma) sono sempre tutti uguali. È da qualche tempo che dopo aver letto le poesie del mio vicino di letto, provo una strana repulsione per il lavoro. Se mi trovassero questa memoria, dato che ci è vietato scrivere certe cose, mi terminerebbero. Diventerei mangime proprio come è successo a lui. Perché scrivo? Perché sento questo disagio? Cosa c’è fuori?
Queste domande così rischiose quanto vane, mi tormentano da quando si sono portati via Leutrec, il mio amico e vicino di letto. Ho una gran voglia di far saltare tutto in aria. Di correre, e di valicare quei muri di cemento che mi fanno compagnia da quando sono nato. Stanotte ho scritto una poesia. Dopo averla scritta mi sono addormentato e ho dormito come un led spento fino alla sveglia.
Non so perché mi sono venute queste parole:
Fiore di luce
Letto vuoto
Domattina l’arbitro
Volerà dalla torre
Dietro il muro
Ogni cosa è sconosciuta
Ed io ruggisco come ammoniaca
Nella caldera del mangime.
Tornato dal lavoro per le quattro ore di riposo notturno. Strana sensazione di vuoto. Amico perduto. Voler far del male a qualcuno o qualcosa. Il Bastardo oggi ci ha inviato sull’olografo un suo componimento musicale per invogliarci a lavorare più allegramente. Deve morire.
Comunque, quella notte si addormentò.
La mattina seguente, si svegliò ancora prima. Andò al bagno nel mentre che tutti ancora dormivano. Sletamò e compose un’altra poesia di cui ne conservo solo il titolo: Mangime Bastardo.
Tornando verso la camerata, fu rapito dalla visione dalla carovana di autocisterne che trasportavano il gas proveniente dalla fermentazione del letame. Una carovana lunghissima che arrivava fino agli uffici della direzione. Si affrettò a ritornare a letto. Domani il Bastardo avrebbe passato in rassegna la Farma da cima a fondo. Tutto doveva essere perfetto. Pena, finire nel mangime.
Aurelio Asinov I. A. (Ibrido Asino) Figlio naturale. 11 Aprile 2046. Farma 374
Uscito da sletamaggio, visto autobotti di gas. Sarebbe bello dar fuoco alla torcia e liberare i pensieri. Mentre ridevano gli occhi, incontro supervisore che mi redarguisce:
-Asinov Cosa ci fai qui a quest’ora?
-Ho sletamato prima, oggi, signore.
Avrei voluto dirgli di andare a farsi mangimare! Ma mi avrebbero messo in punizione.
– Va bene, va bene. Ma ritorna a dormire, mancano due ore al turno.
Domani ci sarà l’onorevole ispezione del Presidente Imperatore!
Mi disse mentre svaporava kerosene.
A loro è consentito svaporare kerosene, una miscela di liquidi aromatici la cui combustione genera uno euforico stato di benessere, dicono. Io non ci ho mai provato. Ogni svaporata fa uscire fiamme e vapori dalla pipa.
Che genio! Che genio! Se ne avessi una, potrei incendiare la prima autobotte e poi godermi lo spettacolo del bastardo in fiamme. Che genio! Pensavo.
Niente di fatto. Ubbidito. Tornato in camerata sveglio fino alla sveglia. Scritto una nuova poesia:
Raspa di fuoco
Arde il cuore dei clonati
Liberi di sbattere l’ora
A fondo nel mangime.
Aurelio Asinov I. A. (Ibrido Asino) Figlio naturale. 12 Aprile 2046. Farma 374.
Saltata fila per il cacatoio, preso dose di mangime doppia. Fatto molto gas.
Lavorato alla pressa per il tempo necessario e parlato con Lucret Miscela.
Anche lui scrive belle poesie. Canta e ha tentato il suicidio inalando i suoi stessi gas. Ma essendo ibrido volpe, è riuscito appena a stordirsi e a finire per tre mesi in punizione. Poca produzione di gas.
Ritornato, mi parla di farla finita. Ma all’idea delle autobotti in fiamme è sobbalzato.
Mi ha detto: Magari! Adesso siamo due. Forse due è meglio di uno per rubare pipa al kerosene. Stanotte appuntamento allo sletamaio prima di lavoro.
Paragrafo 3.
Quella notte non dormimmo. Ci trovammo due ore prima della sveglia avanti allo sletamaio. Euforici come cuccioli. Le autobotti erano sempre là. Sembravano un tappeto di fuoco sepolto dalla cenere, Asfet Rutt! (porco cazzo!)
Il supervisore era in ritardo, forse a causa del troppo kerosene.
Poi lo vedemmo arrivare dall’angolo in fondo al viale. Vedemmo la sua fiamma illuminare quei quattro fiori dell’aiuola. Uno spettacolo tetro e bellissimo. Come se il futuro si fosse fatto passato e poi condensato in un’ombra che si allontanava da noi come un preasagio. Sobbalzammo. Le Autobotti autopilotate giacevano in fila come ogni notte col loro carico di gas. D’altra parte era roba nostra, lo avevamo prodotto noi. Era parte di noi. Ci autoconvincemmo con Asinov che andava fatto. Subito.
Aspettammo che si avvicinasse il supervisore Ibridato Marmotta tronfio di Kerosene e questi subito ci incalzò:
-che diavolo ci fare a quest’ora?
-sletamiamo, rispose Asinov e io annuii.
Muovetevi a dormire. Tra due ore circa si lavora.
Asinov mi guardò con uno sguardo che non dimenticherò mai. I suoi occhi erano affamati di fiamme come vaporizzatori.
Si avvicinò all’orecchio del supervisore per sussurrare qualcosa di incomprensibile…
Il supervisore non capì, ma intuì che qualcosa di torbido stava per accadere. Fu allora che con un balzo volpino mi feci dietro di lui e gli tappai la bocca. Asinov gli rifilò due calci ben assestati come solo un asino in salute saprebbe fare.
In pochi istanti il supervisore perse i sensi. Lo buttammo nello sletamaio e addio. Eravamo eccitati. Rabbiosi. Con la bava alla bocca. Cominciammo a svapare kerosene. La fiamma si fece imponente. Sentimmo un’energia selvaggia mai provata prima, scorrere nelle vene.
Ci avvicinammo all’autobotte parcheggiata sotto le stanze Imperiali. A metà convoglio salii sul mezzo e aprii la valvola. Un sibilo fortissimo squarciò il silenzio. Pareva il grido della sirena della sveglia moltiplicato per mille e con molta più sofferenza. A quel punto ci fu trambusto, scoramento, grida. Allarme. Anche Asinov salì sul mezzo e tirò una boccata di kero profondissima per fare una grande fiamma.
Stordito, con le lupille che gli si giravano nelle orbite come a cercare un senso nel retro del cranio, sputò fuoco sul getto di gas e ci fu una esplosione improvvisa che non ci aspettavamo. Chissà cosa ci aspettavamo…
L’onda d’urto scagliò Asinov dritto sul palazzo. Fece il rumore dello sletamaggio mattutino dentro una fossa vuota. Si spappolò sulla parete! Io che nel frattempo avevo cominciato a correre all’ombra della siepe, fui sbattuto qualche metro più in là. Con il culo bruciato e una mano arrostita. Non sentivo dolore. Ero stordito ed eccitato. Subito dopo prese fuoco la cisterna avanti e poi un’altra esplosione, e ancora, fino al cancello. Uno spettacolo incredibile. Un carosello di fuoco. Liberatorio come un piano ben riuscito. Aveva funzionato. Il treno di mezzi era in fiamme. Il palazzo aveva subito danni fino al secondo piano. Ma il Presidente Imperatore tuonò dagli olografi che ci avrebbe sterminati tutti! Supervisori compresi. Capii allora che era vivo. Alloggiava in cima il Bastardo. Piano riuscito a metà. Non so bene come, ma riuscii ad uscire dal cancello per la prima volta. Corsi verso le montagne a est per qualche chilometro. Poi mi accasciai. Dormii. Fui salvato da ribelli che vivevano sottoterra. Mi curarono. Mi istruirono. Mi adottarono. Fino ad allora ne ignoravo l’esistenza. Diventai uno di loro. Cercavamo maniere clandestine per organizzare una rivolta, ma eravamo braccati. La nostra tecnologia arretrata, troppo lontani gli uni dagli altri. Il bastardo ci asfaltava ad ogni passo falso.
A distanza di cento anni circa, nulla è cambiato. I miei amici sono morti. Io sto morendo. L’aria è sempre più irrespirabile. Qui Tutto è perduto!
Non so in quanti siamo rimasti al di fuori della Farma. Non riusciamo a comunicare. Asinov ha raggiunto i genitori nel mangime fiorito molti anni fa, e anche io mi appresto. Fate qualcosa. Fate meglio.
Paragrafo 4.
Napoli. Italia. Europa. 31/5/2024
Località Montesanto. Scalinata verso Corso Vittorio Emanuele.
5am. Operatore ecologico nel raccogliere cartacce, rinviene uno strano dispositivo. Lo raccoglie. Al tocco un vapore luminoso. Qualche tentennamento e un ologramma si materializza avanti agli occhi:
Una volpe parlante e delle parole In italiano:
“Quello che state per leggere-ascoltare non è che il resoconto di una sfortunata azione rivoluzionaria compiuta circa duecento anni fa.”
Prende fiato, respira a fondo e comincia a filmare col telefono.
Diretta su Tik Tok – 1400 follower scarsi:
“Oggi, date le mie condizioni di salute estremamente precarie, con fatica, ho iniziato a dettare queste memorie affinché i gesti e le idee
Che avemmo in gioventù, e che tutt’ora mi incendiano, non andassero perdute…“
Fine.
Alle 8 e 20 – prima di
mettermi a lavorare
ho finito di leggere il libro di Auster*.
quella che chiamo volgarmente realtà
ruggisce dalla stanza di fianco.
Di qua, dal confine di tutte le cose
dove oso camminare spesso al mattino
non sono più che un oggetto
vivo e morto contemporaneamente.
Per qualche istante l’oggetto resta immobile
in mutande a fissare una rondine
sul palazzo difronte
poi l’uccello va via e nel quadro rimane
un odore di nervi e di piume
di ricordi spezzati e
di zucchero acceso.
*Invisibile
L’autista si è rivolto ai passeggeri
Con aria sbullonata.
-Chi volesse usufruire dei servizi, può farlo. Stiamo aspettando due signore e ne avranno ancora per qualche minuto.
Poi si è seduto al volante e si è imbalsamato
A fissare la pioggia scivolare sul parabrezza.
Il signore avanti a me, con piglio
Nazional socialista e con romano ardimentao, alta voce:
!Ah va bene, le valvole ancora funzionano,
Eh, però, un altro strappo, altre due gocce…
E si insinua giù per le scalette dell’ autobus verso i servizi della stazione di servizi-o.
Sorridiamo. Siamo tutti più giovani.
Siamo tutti complici nel sorriso.
Poi tutti ai nostri affari.
Pochi minuti dopo, le signore risalgono a bordo e a rimorchio, il nostro amico,
Che con tono squillante:
Dai, le valvole ancora reggono!
Una volta aperte, ho fatto in un istante!
Di nuovo sorrisi!
Poi si siede, proprio avanti a me e
Nel poggiarsi, un rumore di busta,
Sul Culo, Morbido e Croccante,
Come il Futuro.
Non ne vuole sapere
Di ascoltare le ultime parole.
Irrimediabile dice. Disgusto.
Questa storia che non paghi
Per partecipare ai concorsi…
Mi fa uscire fuori di cervello.
Questa storia che arrivi tra i finalisti
E poi non paghi qualche euro per partecipare all’estrazione dei premi.
I premi… -Le solite pessime case editrici.
Mi fanno orrore quasi come il figlio di Quasimodo. Quasi come la debolezza di aver partecipato pensando di tirare su qualche soldo extra.
Dice, il figlio, che: non appartieni a questa selezionatissima cerchia. Rido.
Rido come non mai. Sincero e spontaneo come un ruscello.
Poi ricordo le parole del Vecchio che diceva:
“Se pensi che non siano diventati matti
Nelle stanzette
Proprio come sta succedendo a te adesso… -“
E tutto si allinea di nuovo senza troppi scossoni. Naturalmente.
Poi ti ritrovi in autobus
Sputato dalla città come un seme
E poi ancora tra i campi, a correre
Nei sobborghi della natura
E sui monti – tra la gente
Con un nuovo libro
E un deserto spirito e un fuoco di paglia.
Cosa porteresti con te sopra un’isola deserta? Solo una cosa. Dice.
La lebbra. Porterei la lebbra.
Tanto cazzo ci fai sopra un’isola deserta?
Almeno mi intrattengo con un gioco nuovo.
Non trovi?
Mentre la tizia di fianco fa domande
E poi ritorna a fissare il finestrino.
Ahh! Di tutti e tutte vorrei sapere tutto! Tutto.
Come fanno a dire che se ne fregano?
Che gusto c’è? Quali sono i fatti che non ti riguardano?
Ho cominciato a scrivere su questo foglio giorni fa. Aggiungendo ti tanto in tanto qualcosa che mi pareva rilevante.
Come se stessi costruendo un muro ma con meno polvere e più affanno.
Adesso tutto è diventato se non inutile, poco interessante. Poca cosa. Lo so.
Così ci appare la vita in certi momenti, poca cosa. Eppure… È tutta una vita che si consuma epicamente, senza sottotitoli, senza che te ne accorga. Nel migliore dei casi.
Dopo l’ennesima dose di odio e disprezzo
La telfonata si concluse con un certo garbo.
La pena, la mestizia e sua maestà la colpa
Si infilarono nel pensiero di una certa poesia scritta guardando dalla finestra
Di una casa con giardino di una certa città del” Oregon durante un giorno di pioggerellina.
“Pioggerellina”, recitava la poesia. Amen.
Poi il silenzio. La notte in pieno giorno.
La solita domanda sui sentimenti. Sulle implicazioni che le scelte e le non scelte compiute e incompiute fino a quel momento gravavano sull’intero cosmo conosciuto.
Cosa hai fatto in tutti questi anni
Oltre a ferire le persone? Eh?
Certo, non sei andato a letto presto.
Cosa hai costruito quando non eri impegnato a sgretolare tutto ciò che la vita
Ti serviva, benevola, sopra un piatto di foglie azzurre? Lasciale cadere, dicevi, queste foglie. Arriverà la primavera.
Ebbene questa poi è arrivata e…
Hai davvero messo a frutto tutte quelle cose? Hai intenzione di farlo per davvero?
Quanto ancora puoi infierire su cadavere di quello che sei stato?
Ne hai abbastanza? Torneremo a brillare come adesso? O Come il biancospino?
Lo so, lo so a che stai pensando.
Per l’ennesima volta ti hanno detto che i sogni di gloria puoi dimenticarteli. Puoi ficcarti le poesie su per il culo e giù terza stella a destra fino al mattino. Stop. Finiti. Fertic (?). Mai.
Quando nessuno crede in te, anche tu cominci a dubitare, non sei mica veramente scemo. Lasciaglielo credere che sei morto. Certo non a tutti. Lascia aperta quella crepa da cui la luce entra come burro. Arrenditi alla tenerezza. Dimostra di voler bene. Forse quello che sai dare è ancora troppo poco. Certo sei un disastro, ma non è tutto perduto. Non ancora. Il sangue pompa nelle tempie come orde di fenicotteri. Le mani ancora stringono.
La porta si è chiusa con un fremito di ardesia e l’albero il mirtillo e il miele…
L’albero il mirtillo e il miele. Ripeti insieme a me:
L’albero il mirtillo e il miele…
Leggo Cèline. In autobus.
Ultimo pezzo della trilogia del Nord.
Avanti a me due ragazze
Parlano di ciglia, di amori infantili
Tradimenti e pompini.
Ridacchiano. Dicevo. Leggo Cèline
E lo straniamento si mischia
Con le parole. Tipo:
Uscite fuori bastardi pretuncoli!
Ho le ciglia molto strutturate.
Cose così. Mi pare una buona metafora della vita. Un buon riassunto.
Se ci metti che avrei bisogno di un WC
E Coltraine ha appena concluso tra gli applausi a cui hanche i sedili hanno dato corpo.
Stamattina uscendo di casa, la valigia
Si è impigliata con la ruota in una buca
Ed il manico di alluminio, sbattendo a terra
Ha fatto il rumore di una fucilata nel vicolo.
Una signora mentre ci incrociavano ha fatto il segno delle corna e mi ha detto: tien ll’uoecchjie’nguoll! (Ti hanno messo vli occhi addosso)
Le ho sorriso. Qualche passo avanti
Ho sorriso ancora ripensando alla signora e ho fatto con la mano il gesto delle corna.
Ricordati Miguel, La vida es un juego!
41-bis
Un attimo fa leggevo un poesia di Carver:
Vento. Poi ho appoggiato la tazza di caffè
sulla libreria accanto alla finestra.
.ed il vento è entrato da una piccola fessura
insieme alle voci che non ho mai voluto sentire –
d’un tratto dal palazzo difronte, o dal fondo del vicolo –
non so con precisione. un canto antico. una risata
un fruttivendolo e una volante diventano di carne
e tutte le scommesse perse attorcigliate al parapetto
hanno subito intonato una canzone sul futuro: [omissis].
… ma io so già dove vuole andare a parare la visione.
Ed anche il tizio qualche piano più in basso
che ride e saluta urlando i loro nomi ai passanti
come una fonte battesimale d’altromondo
nel mentre che la moglie scrive divertita
col rossetto qualche cosa sopra il collo.
probabilmente: 41-bis.
La sera è scesa come uno squalo
Tra due margherite. Canta Piero.
La sconfitta odora di pace
La morte si affaccia nel discorso
Con l’odore di qualendula.
Giorni fa un tizio gentile
Voleva convincermi ad acquistare
Copie dei miei libri. Mi stupisco ancora.
Qualche idiota ancora ci casca.
Perché sei ancora qui a
Scrivere poesie nei momenti più difficili?
È sempre tutto un raccontare balle
Quando sei nell’uragano.
Una volta pensavo di chiamarmi jessica!
Che sia quello il mio vero nome?
Ma io dico davvero. La seta si è fatta carne
Che si è fatta distanza e poi si è fatta e basta.
L’albero che non è mai stato qui
Ha cominciato a cantare “accarezzame”.
Appresso lo spicchio ha cadenzato
Poi l’azzurro variegato che adesso è l’oscuro.
Stanislao mi parla con mestiziaa
Ha le valigie sul letto, sì.
Quelle di un lungo plagio. Mi guarda.
Strimisce nel freddo della lampada.
Non mi resta che intonare
un passo dietro l’altro.
Cosa ci fai qui tutto solo e pieno di rancore? Avrebbe detto zio Raymond.
-Jescie, e va’ tòcca ‘e femmene! Avrebbe detto Massimo. Ma tu che dici?
:La notte lima la mente
Poco dopo si è qui come sai bere,
Vuoti d’anice lungo la vernice
chi pronto al Marzo, chi quasi in cancrena.
Qualcuno sulla pagina del male
tralcia un segno di vite, frigge un punto.
Raramente qualche ossa scade.
Il Concorso Musicale del Comune di Marsico Nuovo
L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.
Porte Interne Italiane
Blog della Biblioteca di Montelupo Fiorentino - Sfogliami! Sono tutto da leggere...