Il Pretaccio, ovvero prima di non parlare più.

l’albero con le sue foglie
la mimosa di Victor Cavallo
è alla Garbatella. piove. un fatto.
c’è un blues nell’aria
un po’ di tenerezza.

il tempo delle riflessioni
il tempo delle mele
il tempo del perdono
il tempo dei senza tempo

Ultimoooo! il Richard Benson
che mi porto dentro
argomenta a suon di riverbero.

Poi ti siedi avanti a un frontespizio
e la immagini questa fronte larga
come quella di Newton – da anziano
per l’ospizio e ti auto sfruculeij
e un poco il cuore spizzica.
slastica la parola sulla lingua
e sui ricordi di corbezzoli ridenti

uh. la carezza che arriva con la voce.
da lontano. framezzato dai discorsi. intorno
uh: quella voce che dice: dito rotto e poi
di fianco fanno un incidente
e si conficca nella pelle la sirena
incalza coi capelli e quei vecchi occhiali nuovi

e il pretaccio che mi porto dentro
si sente come vaso pan di spagna
costretto a viaggiare tra-vasi
di ferro e pergiunta senza vino.

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L'uomo abita l'ombra delle parole, la giostra dell'ombra delle parole. Un "animale metafisico" lo ha definito Albert Caraco: un ente che dà luce al mondo attraverso le parole. Tra la parola e la luce cade l'ombra che le permette di splendere. Il Logos, infatti, è la struttura fondamentale, la lente di ingrandimento con la quale l'uomo legge l'universo.

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