Sconfini

stab. la solitudine che provi quando nessuno crede in te.
strab. la benedizione. la gioia. la liberazione di essere solo con il mondo sconosciuto.
stab. camminare come un. per il viale. Il senza valore.
fluisci come aria sulle pietre. come laccarezza.
sta. essere soli è un conato di profonda gioia
perché resistere alle intemperie. al sole. e poi
stab. respirare.
nonostante il gergo.

dice che la storia sia pregna
di non facciamo gli eroi.
qua cantiamo la frivolezza del dovere
qua cantiamo
il patriarcato della forza convenuta

ma con la voce delle foglie
quando quel sorriso
le fece germogliare e
nel mentre Il presidente
si annetteva un iperspazio quadratico

Una frazione continua
periodica. E poi figgeva punti.

e noi non fummo ricordati che
dagli ultimi. futuri. Tipo
Per quella volta che
donai il mio nome senza virgola
in cambio
di un rinaccio
in un angolo di luce.

Tanto di nomi, dissi allegramente,
ne abbiamo piene le vacanze.

Dice: Che fai? sconfini?
Sì.

Nel mezzo della Festa.

una vecchia poesia
cominciava così:
sul tavolo un’arancia
e tre sorrisi.

poi la sedia contro il vetro
la lima sulle unghie e
il giorno divenuto insopportabile

chiamami. diceva la strada.
chiamami. la vita di fronte
chiamami. il risveglio felice.

ed io chiamavo come un pulcino di abisso
allegro e con la voce di benzina
e quelli occhi verdi
e quello sguardo acceso

chi è il più fortunato mi chiedo
mentre cammino e scrivo
evitando l’acqua marcia dei banchi del pesce.
chi è? Chi ha avuto tutto e non…
chi non ha avuto e invece…

:taci e inforca questa strada
dritta come una spada
semplice come il sorriso
non troverai quello che già credi di sapere
inutile pensare. Fa’ gentile il gesto
e muoviti nel mondo come una figura:

solo il gesto scuote l’infinito
come una lamella. E di queste righe
dimentica il ricordo – e suona quando puoi
come corda di capelli –

:come il tappo di alluminio
quando cade a terra
nel mezzo della festa.

Invito al viaggio

Pascal, in uno dei suoi momenti più oscuri, dice, non letteralmente, che: l’uomo per sopravvivere, ha bisogno di cambiamenti, di novità, di inizi. Dice fondamentalmente che siamo incapaci di stare per troppo tempo chiusi entro quattro mura.

Da qui la necessità fisiologica dei viaggi, fisici e mentali. Dell’evasione, delle droghe, del ballo, degli eccitanti, ecc… ecc… E poi Montaigne, Ibn Battuta (notoriamente scarso di rovescio e privo di senso dell’umorismo) e tanti altri, supportati anche da fior di studi scientifici ( starà a voi andarvi a documentare se incuriositi), asseriscono che l’uomo, per migliorarsi, in sostanza, ha bisogno di movimento.

L’evoluzione dice Chatwin ci ha voluti nomadi, e la stanzialità, i castelli, le metropoli, le caverne, hanno un asse verticale di circa diecimila anni. Una nullità nella storia dell’evoluzione dell’uomo. I bambini è stato dimostrato, hanno bisogno di sentieri da esplorare. L’uomo è naturalmente curioso.

I bimbi bruno-dorati dei cacciatori boscimani del Kalahari, ad esempio, non piangono mai e sono tra i bimbi più felici al mondo. Felicissimi e appagati della loro condizione. Crescendo sviluppano una innata mitezza. Chi vuole l’uomo naturalmente incline alla predazione, alla caccia, dimostra una solidissima ignoranza.

Non sto qua a fare un riassunto approssimativo di altri più autorevoli, ma quello che voglio dire è che: Se adesso che è domenica, stai per tuffarti sul divano, pensa che se uscissi a scoprire qualcosa di nuovo, anche dietro casa, anche a pochi metri… Se indossassi le scarpe e andassi a fare una piccola scoperta, una nuova conoscenza, miglioreresti la tua condizione e quella degli altri. Fisica e mentale. Ci vediamo in giro.

Bruce Bibappa

Pensando a #chatwin

Il Pretaccio, ovvero prima di non parlare più.

l’albero con le sue foglie
la mimosa di Victor Cavallo
è alla Garbatella. piove. un fatto.
c’è un blues nell’aria
un po’ di tenerezza.

il tempo delle riflessioni
il tempo delle mele
il tempo del perdono
il tempo dei senza tempo

Ultimoooo! il Richard Benson
che mi porto dentro
argomenta a suon di riverbero.

Poi ti siedi avanti a un frontespizio
e la immagini questa fronte larga
come quella di Newton – da anziano
per l’ospizio e ti auto sfruculeij
e un poco il cuore spizzica.
slastica la parola sulla lingua
e sui ricordi di corbezzoli ridenti

uh. la carezza che arriva con la voce.
da lontano. framezzato dai discorsi. intorno
uh: quella voce che dice: dito rotto e poi
di fianco fanno un incidente
e si conficca nella pelle la sirena
incalza coi capelli e quei vecchi occhiali nuovi

e il pretaccio che mi porto dentro
si sente come vaso pan di spagna
costretto a viaggiare tra-vasi
di ferro e pergiunta senza vino.

Lo scarto

tu pensi di essere niente
uno scarto. un avanzo di polvere
e poi come l’albero partorisci fogli
e questi poi cadono a prescindere dalle stagioni
e passalacqua sotto i ponti
e gli amori frantumano e poi libri
e frattagie di tempo che dicono: non sei nessuno
e tu lo sai che è così ma anche il contrario-
Dici, se dire è parola più adatta – fiorisci
solo nella stanza per secoli ad incontrare la gente
e questi ti scrivono come morti – sempre con amore –
la canzone che ascolti. quella che fa drizzare i pelucchi
che fa scegliere la strada sbattuta. questa strada
stretta e angosciosa. Dove la gioia ha gli occhi degli altri
e l’allegria è la sola misura del giorno.

Occupato! I piaceri dell’imperatore.

I piaceri che da sempre mi riservo:

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Provare a voce alta

Sul cesso

Le letture per i reading

Scrivere per molto tempo

Sul cesso

I pensieri già maturi

E poi urlare: Occupato!

Occupato!

Come l’ultimo

Dei grandi imperatori.

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