Dopo il caffè salgono le grida
Da non troppo lontano
Appena dietro la curva sotto casa
La figlia di Antonio. Pare.
Stia litigando con qualcuno.
Antonio, bada bene, va pronunciato a bassa voce.
È la strada. È la vita.
Si sbattono cose sulle serrande
Pare il suono della banda
Ma piú free jazz.
Poi schiaffi Come charleston
Nello swing.
Le parole Bucchìn’ E Lota
Si incastonano come piombo
nell’altare Della chiesa del Rosario
Di rimpetto. Amèn.
Come delfini intorno al banco di sardine
Scendono dai palazzi. Uomini donne bambini cani anziani ciechi muti sordi
Muschi alberi licheni caseintere e fogli di giornale.
Dai balconi usciamo tutti mezzi nudi.
Fa ancora caldo e l’afa ci unisce
Da pelle a pelle da balcone a balcone.
Il sudore è il vero collante dell’umanità.
Poi la questione perde forza, le urla virano dalla rabbia al dramma. Le auto si fermano e gli scooter iniziano a scorrere.
Le voci si fanno sommesse. La tragedia è scampata.
La gente alla spicciolata ritorna alle proprie cose. Da basso un telefono in vivavoce che gracchia. Chiamano il vicino della tizia in questione per sapere novità. Allora è certo. è la figlia di Antonio.
Antonio però, sempre a bassa voce, questione di corna.
Adesso è più chiaro.
Poi d’un tratto un tonfo sulla serranda.
Gong. Seconda ripresa. E la gente si veste
Per uscire sul balcone a sentire le urla
A guardare la vita ancora in frantumi
Per una volta degli altri.
Poi c’è quasto sollievo nell’aria…
Ma dura pochi minuti.
