L’inutile polemica del mattino



Ore 07.00
Solstizio d’inverno
Leggo un noioso articolo ( tipo questo scritto ma con più ego) di uno scrittore che parla di letteratura. Egli scrive. Ha un pubblico.
Si lamenta, in un certo senso, degli altri scrittori allineati e vuoti, dodicennizzati,
votati alle frasi brevi dalla grande editoria, per non far perdere, la sempre più rada attenzione del pubblico. Punto. Quivi si esalta il gaddismo (magari… Vivaiddiolaico), il barocco, l’arzigogolo, il panegiricopugnettointellettualoide, ma che vorrebbe essere pregno e illuminato di vera e giusta letteratura (uso un linguaggio volutamente imbecille). Poi mi viene in mente uno dei miei scrittori preferiti. Così leggero… Divertente, mentre scrive gli accadimenti durante uno strampalato viaggio per salvare un’elefantessa dall’umanità o della mitologia norrena, così viva da far sorridere ad ogni mezzo paragrafo. Oppure altri, mentre scrivevano certe meraviglie divertendosi e facendo divertire (non significa perforza ridere, forse gioire). Scomparendo dentro i fogli, e proiettando fantasie e società e vite lunghe secoli imaginati, o meno. E viaggi avventurosi e immaginifici in posti sempre sconosciuti. Senza avere forse alcun altro scopo se non quello di vivere oltre la stessa vita e regalando al lettore quella libertà, eterna, forse disumana, che ci è data soltanto dai sogni.
Sono le sette e qualcosa del solstizio d’inverno e già polemizzo con sconosciuti. Il cuscino è ancora caldo. Fuori un elicottero rompe il silenzio con quell’odore di ospedale e rianimazione. Torna in mente per un attimo l’odore delle corsie disinfettate. Un comignolo oltre il vetro del balcone, e dietro, il chiarore dell’alba appena sorta che evidenzia ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, la candida voglia del non voler fare un cazzo, ma che purtroppo…

(La foto meschina)

Status quo. (Immagina lo status qui-qua)…


Quel giorno la strada
Sbrulicava di birlucchi.
Questo ce lo siamo immaginato.
Sotto Natale, dicevo
ogni cosa è affumicata
Così nei paesi di montagna
Dove ritorni a contare i fuochi
Sempre più radi come i capelli
Dei pochi abitanti rimasti
A fare la guardia al presepe
Tornando a casa si scomignolano i pensieri.
Diamo fiato a questi borghi!
Diamo ristoranti e guide e beveraggi
Agli avventori!
Qui che mancoibarri.
Ci vendiamo i Panorami mordifiato
Già pregusti la paghetta.
(Pensare che si l’unica via è come arruolarsi nella polizia – rima obbligatoria).
ogni tanto uno straniero.
Rigagnoli nel deserto. Certo.
Meglio di niente. Certo. Forse
Questa terra di cervelli plasmati all’accoglienza.
Meglio che andare, forse.
Paroliamo di sviluppi approssimati
Certo non è cosa sempliciotta
La questione ormai si è fatta grave.
Difficoltà per fare anche due parole.
Chiamare amico che vive oltre di.stretto.
Ma tipo Gibilterra, Suez, Corinto. Canal Glande. Galleria. Fusorario spesso incompatibile. Silenzi da vigilia di comunicazione.
Qui abitava quel mio amico che poi è andato in.
Qui mi baciai con lampredonia(nome di piacere) Che adesso vive in Aspergikistan.
Che anche Là ha avuto più opportunità. Terrapiattalariulilà.
Si ritorna ai tempi delle grandi migrassioni:
Di mio nonno in Argentina. Di suo padre in Pennsylvania. Degli zii in AustrElia, e degli altri in Venezuelia. Canadelia, Svizzerielia, Germenia, evviadiscorrenia.
Ritorneremo poi a cantare La Cucaracha. A sputacchiare due Rancheras. A sminare le montagne.
Faremo nostro il Fado, l’ayurvedia, il Tenessee, la burrobirra e la Carelia.
Spezzeremo le reni agli orsacchiotti e gonfieremo ancora il petto di sterlizie?
Addomesticheremo orsi, volpi ed elefanti, e mangeremo Tolma, Zighinì (magari), grilli caramellati e fegatini fuagranti di tulipani.
… Oh, che visto così non sarebbe manco tanto male ma:
Emanuel Carnevali scriveva che gli esplose una bomba dentro cuore. E adesso siamo solo frammenti.

Tarantelle

Tarantelle a destra
Tarantelle a sinistra
Ricordo una discussione
Sul cancello delle poste centrali –
Non so perché lo ricordi oggi:
Ad un tratto lei mi mollò uno schiaffo
Sull’orecchio che cominciò a fischiare
Come un altoparlante rotto.
Poco male, ne ho presi e dati di cazzotti
Ma non so perché oggi mi ritorna quella sensazione di pena e di rabbia
Che provai nei suoi confronti
non era riuscita a controllare gli istinti primordiali. Succede.
Non dovrebbe, ma succede.
Tarantelle. In attesa al pronto soccorso
Di mezza Italia per le ragioni più improbabili
Tarantelle con baristi poco educati,
con persone che si sentono davvero molto furbe
Tarantelle al lavaggio dei piatti, ai fornelli
Tarantelle con spacciatori di stazione, con topi d’appartamento, con gente dalla lama facile e
Tarantelle in bicicletta, in piazza, nei centri sociali
Tarantelle con gli sbirri, alle manifestazioni con gli infiltrati, tarantelle sugli autobus, sui traghetti
Ai caselli autostradali. Tarantelle a destra
E tarantelle a sinistra. Eppure siamo ancora qua
A ballare tarantelle. Sempre in equilibrio sopra un piede, bilanciando con le braccia, con la testa.
Con il cazzo.
Sempre e solo tarantelle, certo , sempre allegre a poterle raccontare… L’importtante è mi ripeto, andare oltre. Tarantelle nella testa, nelle giornata di bonaccia, quando tutto pare calmo, nella testa quella vice: :on fermarsi. Danzare e improvvisare, danzare e improvvisare. Finché dura, tarantelle ad ogni latitudine. Tarantelle a destra e a manca.

Dal vento freddo, dall’estate.


Attentati a destra
Attentati a sinistra
Le pietre le aurore
I dispacci le nostalgie
Il muro scorticato
Di fianco al passamano
Soltanto vecchi camminano
Spaesati lungo le vie del paese
Fuori di cervello
Per aver guardato
Troppo a lungo
Il passare del tempo
E Tutte queste cose
Incartapecorite
dal vento freddo
Dall’estate
Dai pasti regolari
e dagli algoritmi
Di ultima generazione
Implorano grazia con poca convinzione
E tutte in coro cantano
Le cose: Un inno alla mestizia
Con mansueta rassegnazione.
Ciò che vedo oggi
È solo quello che sono
Chi non prova orrore per sè stesso
Almeno una volta al mese?

Lepridotteri e TransistEr.

lepridotteri
che saltellano per il cervello
di cuore in cuore
di ombra in ombra
come autogrilli pieni
di rustichelle in calore.
e tu che mi racconti una storia umidiccia
e tu che mi offri un bicchiere ancora
con cui ammazzare il primo pomeriggio di dicembre.
lepridotteri si insinuano fino a
scalfire la ragione con scalpelli appena rasati
e poi mi dici: le parole hanno confini
ma non sono certo quelli che vedi!
e così una gonna leopardo
si fa spazio nella sera deserta
e tra le mani – le mani
e tramonti – Monti
e transiberiana – Spagna
tua sorella alla radio? TRANSISTER-
…Eccosìvvia.
benedetta distrazione e la solitudine
senza cui nemmeno un fiore
sarebbe un fiore né l’eroe
esisterebbe senza un alone di ridicolo imbarazzo che…

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