[Cantato]
Spleendido spleendente
Anche qui a parigi
Baudelaire ha perso un dente…
-Così canticchio mezzavoce
Salendo i gradini della corriera.
Quattro o cinque viaggiatori
Sonnecchiano nei quarantamilla gradi
A bordo del fu-postale che adesso parte. Aspé.
Okay, è partito.
“Episcopo” invece è solo un’insegna
Che compare guardando al finestrino
Sulla parete di una fabbrica che spero
Produca sex toy.
E la cosa mi strappa un sorriso
Pensando ai vecchi film di De Crescenzo.
(F.F.S.S., Il Papocchio… Ndr)
Avanti ancora strada in pianura
Prima di imboccare la salita verso
Il valico, dove i pini lasciano
Il posto ai faggi che quindi
Lasciano il posto ai pensieri.
Pensieri torvi come questo,
oppure allegri come
Gli uccelli che si rincorrono a picco sulla valle.
Un buco tra le nuvole basse e tronfie
E cariche di iperterrene meraviglie,
Lascia intravedere un po’ d’azzurro
Tagliato in due dalla scia di un aeroplano che
Pare essere stato disegnato da Myazaki.
.Perché ci sentiamo così soli
Sopra gli autobus?
Spostare un corpo da A a B
È solo un fatto materiale
Eppure il legame oscuro
tra pensiero e corpo
Sembra ogni giorno più serrato.
Lancia i pensieri. Offri un tuc al vicino.
ricorrili.
Lascia alle spalle cose
Che poi rincorrono i pensieri:
loop rincorre loop. Loopin terzo
Che ruba la perla nera della mestizia
All’infinito.
Cose cosí.
Poi mi viene in mente una vecchia poesia
Di Luzi che irrimediabilmente storpio:
Qualcuno sulla pagina del male
Traccia un segno di vite.
Un cinghiale figge un punto.
Raramente un’ambulanza
Appare.
Per molte altre cose troverai spiegazioni esaustive. Nel mentre…
Lambizioni
Per poco, peccato!
Càspita!
Vedi vedi vediiiiih, ce la f…
nooh!
Ci è mancato…
Poco?
Sì, poco.
Peccato.
Peccato.
E adesso?
Adesso niente, è uguale.
Ma uguale a cosa?
A niente no?
Ah sì, giusto! A niente.
È Ritmo, Ragazzo:
Domenica
Precipizio del vivere
Voglio vegliare come cigli sui campi!
Mentre c’è pioggia di perché a valle
Davvero tra le nuvole lame di luce
Sembrano camminare da altri mondi
E tagliare scampoli di altre soluzioni.
Questa solitudine del cielo
Questo avverbiare comune
infinitamente piccolo
Spertica l’acqua sul parapetto
Col rumore degli spilli:
È ritmo, ragazzo:
In questo incedere mattino
Dove il vino di ieri
Ha masticato lo sguardo. Ora
Il vento ha spalancato il balcone –
Dico davvero. È accaduto ieri
Mentre leggevi, e i pesci giù a valle
Danzavano, come virgole nel cervello,
4 nov 2013
c’è una tenerezza tragicomica nella mia ostinazione.
quanto resisterà il femore prima di cedere?
e la mano e il piede e l’occhio sempre contro un muro…
quanto sono grande, mi chiedo, per potermi consumare
in così lungo tempo e ritornare sempre nuovo ad ogni accenno di vento?
ha forse un limite la verità al di là della mia mente?
Se la mia sorte è quella che pare prospettarsi all’orizzonte,
allora non ho fretta. Mi colga pure l’uragano di Rimbaud!
Io non tremo, Io temo, soltanto, che la mia umanità prenda il sopravvento.
