Magie: Le Cose Belle Fanno Male

Le cose belle fanno male
E se non fanno male
Non ci piacciono. Appunta
Come ragazzo sul foglio. Avanti.
Una poesia di Pessoa
All’ombra della voce
Di un pessimo attore
Mi piega una lacrima
E stringe lo stomaco
Come fazzoletto.
Poi Tonino. Tabucchi.
A cui devo molto
e che salutai un giorno
A Pisa. In Feltrinelli
Strizza un occhio.
Parla un sorriso.
Guardo PlayBook
E torna in mente
Ferlinghetti.
Tutta la letteratura in un secondo.
Quintali di voci – Omero
Negli angoli delle strade.
CarteChe ridono
e mi fanno piangere
E lostomaco tracima
dal basso delle congiunzioni
Come una terra che trema
Ad ogni sorriso
E ci spaventa con la morte
Nel pieno del soprannaturale.
Perché scrivere?
Per capire meglio. Dice Saramago.
Sarà mago? Forse sì.

Compleanni

Compleanni

Scrivere poesia sui compleanni
È come sgozzare un pettirosso.
(Penso mentre lo scrivo…
Tanto si era già portato avanti coi colori).
Se ti va di fare scena finto intelletuale:
Tu chiamalo se vuoi: genetliacoooo
)Chiusa parentesi. Dicevo.
Assodato che il tempo è poca cosa
E che quello che resta del brodo della vita
È questo dado ancora intratto
Capitò sera comodina
Quando stanca l’albero disfrutta
Di ricordare numeri e parole
Così la legge numerabile
Ricorda gioie e dispersioni
Numeri apparenti che significano cose
23.2.7.26. 21. 25. 17…, n+n…
Con n: ❤️ < n < ❤️
Qui nell’epoca contabile
E poi cammini coi ricordi nel futuro
Come fossero accadute già domani

E questa malinconia ibridata gratitudine
Che stringe le lacrime in un fazzoletto
Che spegne amarezze di vaste dimensioni
Che aggrotta pianori sconfinati
Che accomoda declivi fino all’orizzonte
E spinge sopra il gas della soddisfazione
Come a dire: vivo per essere vissuto
In questa cosa che potresti fare meglio
Alla maniera dei prudenti – mentre
Ti esce dal culo come una voce amica
Vecchia di lunghezze e legature
Con un suono nuovo. Usato e inconsistente
Come creazione di magnifica eloquenza.
Quante storie verticali. Dici.
Per un mezzo compleanno.
Sapessi due minuti fa
Cosa è stato
Che ho pestato un…

Addovà (La Parlesia)

Addovà
O’ jammon è baco
La strada è arrivata
Michè Fa’Imbèrt
Tien ll’uocchije apiért
La lingua delle lingue
È suonata. Fa’ imbèrt
Allenza i siensz
Scèta a phonè
Me videris
Poesia delenda est
O’vest o’Maggio.
Era de Maggio?
E non hai capito un cazzo
N’ata vota. Ancora
Neva mind
Addovà. Addovà…

Liberamente ispirata da quella meravigliosa parlata (adesso scritta), che è “La Parlesia”.

IL RESPONSABILE DELLA SUA ROVINA*

Il responsabile della sua rovina
Sa ridere della sua maldestria.
Pare felice. Versa un bicchiere.
Aggrotta la fronte e pure il cielo
Si incartapecorisce per un istante
.
Distende le ginocchia ancora non toccate dall’atrosi
Poggia sul gomito il peso. Si sdraia
Al sole. Sul fianco. Fuma.
Il responsabile della sua rovina sa.
Non è la prima volta che ci troviamo qui
Con i nostri sogni. Immobili. Ad aspettare la fine
Ma il responsabile lo sa che la fine è ancora lontana.
Ha ancora tempo per scherzare col vento
Che sposta le foglie e le atturbina negli angoli di agosto. Con quel piglio di inverno
Che ogni stagione nasconde
come un soffio nel cuore.

*titolo rubato ad una poesia di zio R. Carver.

Astrillade


trovai il mattino nel sole
riflesso sul comignolo- alla finestra.
tutto è alle spalle, pensai –
lessi in un testo sacro a qualcuno:
la luce è l’ombra di dio – una buona metafora.
appuntai questa frase sull’unghia
e poi la mangiai. distrazione.
era larga la strada giù a valle
(così la pensai)
polvere intorno ai pensieri
– correvo come un relitto
nel culo del mondo –
nessuno resta pulito
se cammina sul serio.
– quanta innocenza, pensai
guardando tra i campi.
terreno come le capre
lontano come un Astrillade
come cose che so nominare
ma non so se esistono
Andavo scorreggia cantando.

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