Sono un uomo. Forse. O viceversa.
Non so dire quando la poesia diventi letteratura o viceversa.
Ma so perfettamente quando il raspo più non grecchia vacanzoso l’uva stecca sul terreno
O dal torso manducato già m’immagino un passato da vestale con immagine di mela.
Non so più se quella volta rinserrati nella sede sindacale, là a Guerrazzi -rime e lazzi-
i baci e le manezie sussultavano d’ amore.
Che ne so io della vita o dell’amore…
Cose vuoi che ve ne sappia di quiscose religiose
Di politiche faziose, di gusti giusti o tenebrosi.
Sporco rime limacciose e poi tendo all’infradito.
Che vuoi che ne sappia io, di moglie o di marito.
Poi riverbo linguaggiuto. Un caprone ormai pasciuto. Dice: cresci! Vivi. Fatti coi pensieri una premuta. Là c’è il cane che vaterca, qua la vita vira e sterca. Cosa sei se dici umano? Escludi l’aria, il silicato il pesce e il ramo… Che vuol dire che sei qui? Senti. Io aspetto. Ma non oltre martedì.
